«Meglio suddito del sol levante che italiano e voltagabbana»

    L’incredibile storia di un marinaio italiano che dopo l’armistizio del ‘43 decise di combattere con i giapponesi e ora riceve anche la pensione di guerra.

    Francobaldo Chiocci
    Ti capita, per caso, di sbirciare sul tavolo di redazione una pagina interna di un quotidiano formato tabloid e siccome, inaspettatamente, l’argomento ti intriga, la divori tutta intera. Non si tratta del solito, seppure appetitoso, riempitivo a cavallo di Ferragosto, quando i redattori capo, a corto di attualità eclatanti, utilizzano i fondi di cassetto e riscoprono episodi remoti. E’ viceversa, l’incredibile storia, avventurosa, romantica e polemica, di un marinaio italiano che, nell’autunno del 43, arriva a Singapore col suo sommergibile (il Cappellini) spedito sin laggiù in missione segreta senza sapere che, nel frattempo, in Italia c’è stato l’armistizio. Il «re traditore» e il generale Badoglio hanno ribaltato le alleanze. Cosicché, invece di esser festeggiato col resto dell’equipaggio dai giapponesi in attesa (i precedenti alleati), il sommergibilista viene posto di fronte all’alternativa di finire in un campo di concentramento oppure di continuare a combattere contro gli angloamericani. «E così mentre gli ufficiali si dichiarano fedeli al re e a Badoglio, tutti gli altri gridano “Viva Mussolini”… ».

    Tra costoro c’è il nostro, che oltre tutto ha dalla nascita un nome magniloquente da onorare: si chiama Raffaello Sanzio. Non solo, ma siccome «è tra i più convinti e, soprattutto, è anche bravo», i giapponesi lo arruolano e lo vestono con la loro divisa. Mai vestizione fu più coinvolgente. Raffaello Sanzio non solo aderì, ma diventò suddito del Sol Levante. E cambiò anche nome, diventando Sanzio Kobayashi. Con le insegne della marina nipponica tornò a bordo del Cappellini ribattezzato J 505 e, insieme con altri due sommergibili «collaborazionisti», il Giuliani e il Torricelli, combattè valorosamente come affondatore nel Pacifico. Tra l’altro, durante un bombardamento sul porto di Kobe, riuscì a salvare il suo sommergibile portandolo al largo e anche ad abbattere una fortezza volante col cannoncino di coperta. La quale impresa gli fruttò un’alta onorificenza imperiale.
    Ora il fu Raffaello Sanzio ha 78 anni, è un pensionato di guerra del governo giapponese e vive con la moglie, i figli e i ricordi in una casetta di Yokohaina, da dove lancia i suoi anatemi verso gli ex connazionali e le istituzioni vili (la Marina, l’ambasciatore…) che continuano a considerarlo un reprobo. E tuona: «Questo è un popolo con le palle, altro che voi in Italia. Qui la gente è morta sino all’ultimo per la causa, e lo Stato in qualche modo se ne ricorda. In Italia chi ha fatto il suo dovere è stato tradito, umiliato, abbandonato. Vergogna!».
    Il paginone, estrapolato dal resto del giornale e dedicato alle imprese e ai livori di Raffaello Kobayashi, provoca un primo trasalimento politico. Ovviamente pensi che a pubblicarlo sia il Secolo d’Italia, quotidiano di Alleanza nazionale, nonostante che da tempo, sotto la guardinga guida di Gennaro Malgeri non indulga più a riesumazioni patriottiche dei fedelissimi che scelsero l’onore anche a guerra perduta.
    E immagini pure che tanto ritrovato ardimento dipenda o dal direttore in vacanza anche lui ad Anzio, oppure da un surrettizio nostalgico che profitta delle distrazioni di Ferragosto per rifilare amarcord sciovinisti. Tanto più che nelle recriminazioni del samurai ad honorem oriundo italiano c’è un distinguo che compromette il capo. «Se non fosse per quel galantuomo di Fini che mi ha già scritto due volte e ha promesso di aiutarmi insieme all’on. Tremaglia – dichiara l’ex sommergibilista, condiviso dal giornalista che lo intervista – io in Italia non ci rimetterei più piede. Un Paese che tradisce i suoi figli non ha il diritto di essere amato». Errore, abbaglio, non è il Secolo d’Italia di Gennaro Maglieri e di An ad indulgere a questo antiquariato acrimonioso. E’, sorpresa delle sorprese, Il manifesto di Luigi Pintor, che ancora si etichetta come «quotidiano comunista». Non solo, ma il servizio a tutta pagina da Yokohama è firmato soltanto con una sigla, P. D’E., il che lascia supporre, oltre a una condivisione anche una rielaborazione redazionale.
    Anche il titolo non ammette equivoci e fa trasparire simpatia e solidarietà. L’italiano nella giungla – «L’Italia che ho servito in guerra mi ha tradito. Ora sono giapponese a tutti gli effetti. I miei figli non faranno mai il militare in un Paese comunista». Un sommarietto, stampato in negativo su una bella foto di una coppia giapponese davanti a un monumento ai caduti, informa: «Ha 78 anni e vive con i figli in Giappone. E’ indignato con l’Italia perchè la Marina lo considera un traditore». Nel testo si riferisce che gli è stato sinora rifiutato il riconoscimento di combattente e, di conseguenza, la pensione perchè «Sanzio risulta assente ingiustificato dal settembre ’43 all’agosto ’45, un eufemismo che sta per traditore». In compenso ironizza l’articolista, che si produce in una denuncia tipica della vecchia destra combattentistica che leggeva Navi e Poltrone di Trizzino contro le fellonie e le inefficienza degli ammiragli anglofili «nel Maggio 1992 è stato nominato “secondo capo” e lo scorso aprile ha addirittura ricevuto il congedo definitivo».
    Non bastasse, “il manifesto” ha uno strale largamente postumo contro il ribaltone badogliano: «Pochi lo sanno, ma l’Italia, alla fine del settembre ’43 dichiarò guerra anche al Giappone. Una decisione puramente opportunistica, suggerita dall’allora ambasciatore italiano a Washington, secondo il quale la dichiarazione di guerra avrebbe garantito all’Italia, se non un posto, uno strapuntino alla Conferenza di pace di San Francisco. Naturalmente non andò così. L’Italia dichiarò guerra, ma l’unico effetto fu quello di peggiorare la già precaria situazione dei residenti italiani in Giappone, che da semplici “codardi” divennero nemici e come tali trasferiti da comode residenze in veri e propri campi di concentramento.
    Né manca la polemica d’attualità. “Il manifesto” fa sue, giustamente, le proteste di Sanzio Kobayashi contro il nostro ambasciatore a Tokio, che affida servizi di ristorazione a un ex cambusiere di un mercantile che «per ingraziarsi i favori dell’ambasciata italiana ha persino presentato un curriculum falso, in cui cita navi su cui non è mai salito, posti che non ha mai ricoperto» mentre lui, l’ex combattente, viene accuratamente schifato. L’ultimo affronto l’ha ricevuto in occasione del tradizionale ricevimento del 2 giugno. Pur non essendo stato invitato, Sanzio si è presentato lo stesso. «Dopo lunghe e umilianti contrattazioni, si legge sull’indignato “manifesto” il carabiniere di servizio gli ha comunicato che lui sarebbe potuto entrare, ma la moglie, cittadina giapponese, no. Questo, in un’ambasciata dove, durante questo tipo di ricevimenti, gli “imbucati” superano spesso gli invitati ufficiali». E pensare che l’indignazione di un giornale come “il manifesto” dovrebbe essere esattamente l’opposta: cioè se l’invito fosse stato rivolto a un ex repubblichino che combattè con il Mikado e per il patto tripartito (… ).