Albero di natale

RACCONTO DI NATALE

di Emilio Del Bel Belluz

Questa mattina la mia nipotina Mariagrazia mi ha chiesto dei quaderni e dei pastelli da donare agli alunni di una scuola distrutta dalla guerra. Ricordo molti anni fa un mio professore del collegio che allora frequentavo, in occasione del Natale, chiese a tutti noi ragazzi un dono da offrire ai sei figli di una famiglia bisognosa. Il dono consisteva nel privarci di un nostro libro la cui rinuncia non ci avrebbe dato grande dispiacere. Questo insegnante era un uomo di buon cuore e mi piaceva molto per i suoi modi garbati. Aveva una folta barba bianca, che lo faceva in qualche modo assomigliare ad un Babbo Natale o a un pastore del presepe. Gli volevo bene e lo ricordo ancora adesso perché mi trattava con quella sensibilità e umanità che anche allora erano piuttosto rare nelle persone. Non ho dimenticato questo episodio, perché essendo io il più grande e robusto della classe ebbi la gioia e il piacere di portare personalmente i libri raccolti tra i miei compagni di classe alla povera famiglia.

Una mattina, pochi giorni prima di Natale, il professore mi venne a prendere a casa dove ad accoglierlo con piacere fu mia madre. Lei, per l’occasione, preparò una torta e il mio insegnante fu lieto di gustarne una fetta accompagnata da una tazza di buon latte caldo. Fuori faceva molto freddo. Durante la notte era scesa la neve che aveva abbellito il paesaggio. Quella mattina godetti di una immagine che non posso dimenticare, accompagnata dalla gioia di aver fatto una buona azione. Saliti in macchina, il professore mi diede dei consigli sul come comportarmi e mi pregò di essere il più naturale possibile per non imbarazzare quelle persone. Dovevamo dimostrare la nostra gioia per essere entrati in quella famiglia ed essere divenuti loro amici. Portavamo con noi una cassa contenente una quarantina di libri e alcuni pacchi di viveri acquistati con le nostre offerte. Arrivati a destinazione, ci trovammo davanti a un’abitazione colonica con la stalla accanto dove, appena sceso dall’automobile, scorsi una mucca. In quegli anni c’erano molte stalle con tanti animali da latte, ma in quella che, per capienza, ne poteva contenere almeno una dozzina, di mucche ve ne era una sola. La donna ci accolse sorridente. In cucina c’era il focolare acceso e alla catena il paiolo, che attendeva di essere usato per la polenta del desinare. Al centro un grande tavolo di legno circondato da otto sedie e in un angolo un vecchio divano. Mentre ci scambiavamo qualche frase di circostanza, entrarono tutti i fanciulli: il minore di sei anni forse, il maggiore di tredici. Ci sorrisero. Avevano compreso il motivo della nostra visita, perché la mamma li aveva informati. Il maggiore mi prese per mano e mi accompagnò accanto al focolare, indicandomi in un angolo un piccolo presepe di legno costruito da loro con una certa abilità. Io lo ammirai e lodai la loro bravura. Il bambino più piccolo mi disse che era felice della nostra visita, e non aspettava altro da tempo. Gli piaceva che gli regalassero dei libri, perché con il tempo li avrebbe letti. Il professore mi fece cenno di depositare la cassa dei libri accanto al presepe e sarebbe stata aperta la notte di Natale, così anche per loro sarebbe arrivato Babbo Natale e avrebbe lasciato i suoi doni. In quei pochi momenti di familiarità mi accorsi che avevo portato una gioia davvero grande. Tutti sorridevano e tutti dimostravano una grande curiosità per il contenuto di quel dono. Non potevo resistere al segreto che mi ero imposto e dissi al ragazzo, mio coetaneo, che avevo inserito tra i libri quello di Daniel Defoe – Robinson Crusoee -. Era il mio regalo. Lo avevo ricevuto da uno zio, fratello di mio padre, parroco di Claut, piccolo paese di montagna, in occasione del mio tredicesimo compleanno. Un’opera che di sicuro sarebbe piaciuta al mio nuovo amico. Vi avevo lasciato volutamente la dedica che lo zio mi aveva fatto. Il professore, compreso il mio desiderio di rimanere un po’ di tempo con quei fanciulli, mi accontentò e così trascorsi con loro anche il pomeriggio a scherzare e a giocare. In quei momenti lessi nei loro occhi una felicità che non avevo visto mai. Il ragazzo a cui donai il mio libro divenne un mio caro amico, con il quale mantenni sempre l’amicizia. Per tutti loro quel Natale sarebbe stato veramente lieto.

La notte di Natale passò in quella casa con tutti i suoi doni Babbo Natale che sapendo la storia di quella famiglia fu ancora più generoso. Un dono speciale lo portò al più grande che sapeva essere molto buono e studioso, gli regalò una bella penna stilografica che il ragazzo aveva sognato da tempo. Oltre alla stilografica tolse dal suo sacco anche una boccetta d’inchiostro molto grande e dei quaderni neri. Quella penna la tenne molto in considerazione e con il tempo dopo aver superato l’università brillantemente divenne un noto scrittore di storie per ragazzi. A distanza di tanti anni ancora adesso mi ricorda quella volta che andai a trovarlo e gli portai quella cassa di libri. Quei libri servirono ad alleviare la solitudine di quella famiglia, che la sera si riuniva davanti al fuoco a leggere delle storie. La madre dei bambini era talmente felice che considerava il momento della sera il più bello. Gli capitava qualche volta di non avere nulla da mangiare, e la sola mucca diventava insufficiente per la famiglia, ma il professore spesso affidava a qualcuno il compito di aiutare la famiglia.

Sono passati tanti anni da allora ma nella notte di natale di tanti anni fa fuori scendeva la neve e il piccolo Gesù bambino portava in quella casa una serenità davvero celestiale. Nella notte di Natale suonavano le campane a festa perché il bimbo era nato, e nei cuori di quelle persone il Natale si consacrava. Spesso passo davanti a quella casa, ci vive ancora la mamma. E a Natale tutti si ritrovano in quella casa a cantare le lodi al Signore. Perché è l’amore a vincere su tutto, basta un piccolo gesto, un gesto che quel professore aveva nel cuore, un gesto d’amore.

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PresepeIL BAMBINO DI MOLLICA

di Emilio Del Bel Belluz

Una sera d’inverno, una delle sere che precedono il Natale, fredde ma rallegrate da mille e mille luci che annunciano l’avvicinarsi della solenne festività, mi intrattenni con un amico che mi raccontò un episodio della sua infanzia che ancora, nel ricordarlo, mi riempie il cuore di emozione. Parlando del Natale mi narrò un fatto accadutogli molti anni prima, quando ancora fanciullo andava lungo i fossi a raccogliere il muschio per fare il presepe. La vita non gli ha mai donato una sicurezza economica, ma egli ugualmente ha saputo trovare sempre tanta serenità. Dopo la fine dell’ultima grande guerra abitava con la sua famiglia dove in un tempo lontano vi erano le prigioni. Le finestre di questa sua particolare abitazione erano protette da robuste inferriate, attraverso le quali i detenuti vedevano un po’ di cielo che si rifletteva nelle acque della Livenza. I suoi genitori erano tanto poveri e la fame bussava quotidianamente alla loro porta, tanto che era diventata per lui un’abitudine che non gli pesava più di tanto. Spesso si recava lungo il fiume per prendere del pesce, e così, modestamente, contribuiva a sfamare la famiglia. Era assai abile con la lenza e la pesca era spesso abbondante. In quella povera casa nel periodo natalizio non si mancava mai di allestire il presepio e addobbare l’abete, un piccolo abete che, passato il Natale, veniva riportato in un angolo del fiume per riutilizzarlo il Natale successivo. Assieme ai suoi fratelli andava a raccogliere il muschio nei posti più umidi dei fossi o dei prati per preparare il paesaggio, però i personaggi che dovevano popolarlo erano davvero pochi e non si potevano acquistare perché mancava il denaro. Vi mettevano la capanna, San Giuseppe, Maria, alcuni pastori con qualche pecorella, il bue e l’asinello accanto alla mangiatoia nella quale però mancava sempre la statuina più importante del presepe: Gesù Bambino. Allora servendosi della mollica tolta dal poco pane che avevano a disposizione durante i pasti, formavano un piccolo bambino che per loro era Gesù Bambino. Con grande gioia lo deponevano nella culla di legno resa morbida da un po’ di paglia. La sera sedevano tutti accanto al fuoco e al suo chiarore osservavano emozionati il loro presepe. Dei fratelli lui era l’ultimo a lasciare la stanza. Nel suo lettino, vinto dal sonno, chiudeva gli occhietti e continuava a vedere la piccola e modesta capanna con il Bambino che gli sorrideva. Mentre tutti dormivano, dalle fessure del vecchio pavimento uscivano dei topolini che lesti si avvicinavano al Bambino di mollica e lo mangiavano. La mattina i fanciulli al loro risveglio provavano una grande delusione nel vedere che il Bambino Gesù non c’era più. Questo succedeva ogni notte. Ma durante il giorno la statuina veniva rifatta. Una volta, qualche giorno prima di Natale, il fanciullo si recò al convento della basilica della Madonna dei miracoli di Motta di Livenza per salutare un frate suo amico che spesso gli faceva la carità e gli consegnava dei viveri per la famiglia. Quando giungeva al convento sostava a lungo davanti al presepe permanente che si trovava accanto alla chiesa. Il frate si era accorto dell’interesse che il ragazzino nutriva per il presepe e aveva notato pure che osservava intensamente Gesù Bambino. Incuriosito, gli chiese il perché di tanto interesse e allora venne a sapere dal ragazzo il motivo. Il monaco rimase colpito da quel racconto e in modo particolare dalla fede e dalla devozione di quella famiglia che amava il presepe e il Natale. Allora accarezzandosi la fluente barba bianca, tolse dalla tasca della tonaca un santino che raffigurava il Beato Leopoldo Mantic, il frate dei poveri, e la donò al fanciullo che ricordava molto bene la figura di questo frate, perché durante l’estate si era recato con la sua famiglia a Padova in pellegrinaggio per visitare il convento francescano dove il Beato Leopoldo aveva trascorso molti anni della sua vita a confessare e a fare del bene. Lasciato il padre benefattore se né andò felice, tenendo tra le mani la piccola immagine del Beato. Lungo la strada venne accarezzato dall’idea di acquistare un bambino Gesù di terracotta con i denari che aveva ricevuto dal suo amico. Ma subito abbandonò quel desiderio. Giunto a casa, consegnò i soldi alla mamma che, essendo la vigilia di Natale, li usò per acquistare gli ingredienti per preparare il dolce natalizio. Ai fratelli mostrò il santino del Beato Leopoldo invitandoli a leggerne la preghiera e le notizie sulla vita che stavano scritte sul retro dell’immagine. Padre Leopoldo amava i poveri, perciò amava anche la sua famiglia e il fanciullo riteneva la povertà un privilegio. Quella sera lui e i fratelli prepararono un Gesù Bambino più grande del solito sempre fatto di mollica e lo deposero nella culla con accanto il santino del beato. La sera stettero tutti davanti al presepe finché l’ultimo ceppo si spense e la cucina rimase al buio. Fuori cadeva la neve a grandi fiocchi che lentamente copriva il paesaggio di un candido tappeto. Giunta la mezzanotte le campane suonarono a distesa: era nato Gesù. La mattina presto il ragazzino corse al presepe e subito mandò un urlo di gioia che svegliò tutta la famiglia: il Bambino Gesù luccicava. Era avvenuto un miracolo. La statuina fatta di mollica si era fatta d’oro.

La famiglia esultante di gioia si recò alla Basilica della Madonna per assistere alla messa natalizia e per raccontare al padre guardiano ciò che era accaduto, porgendogli il Gesù Bambino d’oro.

Il frate commosso lo prese con gioia e andò a deporlo tra le braccia della Vergine.

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