Degrelledi Emilio Del Bel Belluz

In questi giorni che precedono il Natale penso con una certa intensità a Leon Degrelle. Mi capitano questi pensieri quando mi trovo nella mia casa di campagna immersa nella natura, dove spesso osservo l’ultimo volo delle foglie di quercia, mentre abbandonano l’albero. La loro caduta mi provoca una quieta malinconia e penso alle stagioni che si susseguono senza fermarsi. Alla parete della cucina vi sono appesi alcuni quadri: uno raffigura il Santo che amo da sempre: “San Leopoldo”, e in un angolo accanto allo scrittoio sta una foto di Leon Degrelle assieme ai suoi camerati che veste la fiammante uniforme tedesca con le decorazioni.

Ripenso a questo Generale scrittore perché spesso rileggo la sua opera maggiore “Militia” che scrisse durante il suo esilio in Spagna. Queste intense pagine vennero pubblicate negli anni ottanta ad opera della casa editrice AR di Franco Giorgio Freda e lo stesso la introduceva quest’opera con un suo commento molto sentito. Non credo che i giovani d’oggi, che si dichiarano simpatizzanti di destra, leggano questo autore con lo stesso amore dei lettori di un tempo. Di sicuro si troverebbero ad avere una maggior forza nella vita, un maggior coraggio nell’affrontare le avversità di questi giorni così bui. “Militia” può essere definito un manuale di poesia che passa attraverso le mille asperità del vivere, scritto in un momento di intensa riflessione e maturazione spirituale dell’autore dopo l’ultimo conflitto mondiale. Nelle sue pagine ci sono una potenza e una forza che non hanno paragoni. Tracce di esperienze riaffioranti nel tempo. Un libro che i soldati germanici si sarebbero portati volentieri nel loro pesante zaino, come un tempo portavano con sé l’opera di Ernst Junger - Tempeste d’acciaio -. Possiedo anche tra i miei libri una copia di tale opera macchiata del sangue di un soldato, forse la portava con sé durante una cruenta battaglia. Molti camerati, nelle pause tra una battaglia e l’altra, radunavano i loro pensieri attorno a opere di grandi pensatori, o raccoglievano in quaderni di diario l’impeto della guerra, con la speranza di non cadere, e se il destino li avesse chiamati nel cielo degli eroi, forse qualcuno si sarebbe chiamato a raccogliere sul cadavere le loro memorie. Nel libro di Leon Degrelle l’autore dedica alcune preziose pagine al Natale. Alcune ricordano il suo di quando era bambino, altre ricordano quello di quando si trovava al fronte. Questa solenne ricorrenza è sempre un momento particolarmente sentito nella vita di ogni cristiano. Sempre ci commuove, ci illumina e ci dona tanta gioia. Il Degrelle in Militia scrive: “eravamo solo dei fanciulli delle Ardenne. La neve chiudeva l’orizzonte, incappucciava i colmi dei tetti e aderiva a strati sempre più spessi sotto i nostri zoccoli. Eravamo sicuri di aver visto San Giuseppe voltare all’angolo di Rue du Molin. A mezzanotte, la salita della chiesa era difficile da farsi. Ci era stato permesso di tenere in mano i nostri zoccoli per l’ultima rapida scorciatoia. Poi, eravamo passati bruscamente dalla notte, con le guglie ghiacciate, all’odore caldo delle navate splendenti… Il maestro trascinava il coro in vortici di voci. Al momento del “E’ mezzanotte Cristiani”, la emozione e il clamore erano tali che noi ci eravamo arrampicati sulla paglia delle seggiole in attesa che, improvvisamente, gli angeli scendessero volteggiando sopra il coro”.

Ricordi di bimbo che si scontrano poi con la vita di guerra, il secondo conflitto mondiale che lo vide protagonista nel vasto e gelido campo della Russia bolscevica, dove nell’infuriare della guerra riusciva a compiere con i suoi camerati atti di eroismo che sono ancora ricordati anche da storici illustri. La seconda guerra mondiale ne assorbe tutte le sue forze e aderisce alla crociata contro il bolscevismo. In questo modo raduna attorno a sè tutti quelli che credono in lui, quelli che lo vedono come un esempio da imitare. Parte per la guerra con il grado di soldato semplice, con la stessa umiltà di chi è cosciente che bisogna guadagnarsi la stima dei suoi camerati e del popolo germanico. La guerra lo assorbe in mille avventure, ma mai nei momenti più difficili e drammatici si ferma, sa sempre rialzarsi e credere in quello che sta facendo e nel sangue che viene versato. La presenza di Dio gli è determinante. Nelle tante foto dal fronte ve ne è una molto significativa e commovente. Lo si vede nel momento in cui riceve la Comunione dal cappellano militare. Per un attimo ho pensato, commosso, al Natale di guerra. Il suo volto è disteso e sereno, Dio gli dà sempre la forza per continuare, va oltre la sofferenza fisica e il suo cuore è quello di un condottiero “vallone”. Nel 1944 racconta nelle sue memorie un Natale di guerra che trascorre in Russia. Ora non ci sono più per lui la cioccolata fumante e i giochi di bimbo, ma solo delle bombe esplodono di continuo. In Militia scriveva “La cioccolata fumante, la tavola grande coperta di dolci fatti in casa, non sono mai riusciti, al ritorno, a strapparci dagli invisibili conversatori che si erano stretti tra i figli di mamme umane e il figlioletto della Madonna del Cielo. Sopra il piano, un altro presepio era stato allestito, ove noi potevamo, ritti sullo sgabello, prendere in mano il bue e l’asino. Ogni sera si accendevano tante candeline rosa e azzurre…”. La notte di Natale del 1943 la passa con i suoi fedeli camerati, quelli che lo hanno seguito con una fedeltà assoluta. Malgrado la situazione difficile in cui verte il conflitto rivivono la grande festa ognuno di loro rivede il suo Natale, ripensa alla famiglia lontana che immagina riunita davanti al focolare. Molti soldati sono sposati e hanno nel cuore i figlioletti: anche per loro combattono. Alcuni anni fa conobbi un soldato tedesco che passò un Natale di guerra in mezzo alla foresta russa, vicino ai ruderi di una chiesa, della quale le bombe avevano risparmiato una nicchia e lui, che era un valido pittore, vi aveva dipinto con il tizzone spento la natività. Poi con alcuni camerati aveva pregato e si erano scambiati gli auguri. Nei loro volti si leggeva la sofferenza e la disperazione per la lontananza dalla famiglia e dalla patria, ma tuttavia si era levato al cielo un canto natalizio. A questo canto si era unita una famiglia russa che abitava in una isba vicina. Questa gente portò ai soldati un pezzo di dolce invitandoli ad entrare nella loro povera abitazione. Degrelle scriveva ancora nelle sue memorie: “Per il Natale 1943, ogni rifugio aveva piantato il proprio albero di Natale, imbiancato con ovatta portata via agli infermieri. Al fronte, non avevo visto che Natali tristi. L’uomo beveva, cantava, beffeggiava; per un ora, andava benissimo. Poi ognuno si ricordava del Natale a casa, i tronchi che rosseggiavano, i bambini abbagliati, la sposa commossa, i canti così dolci. Gli sguardi si perdevano in lontananza, raggiungono gruppi isolati di casolari, appartamenti un tempo felici. Un soldato usciva: lo si trovava che piangeva solo, sotto la luna…Esattamente a mezzanotte, nel momento in cui quelli che facevano ancora gli spavaldi avevamo appena intonato il Minuit chretiens! Il cielo si infiammò. Non erano certamente né gli Angeli annunciatori, né le trombe di Betlemme: era l’attacco! I rossi, dicendosi che a quell’ora i nostri uomini sarebbero stati un po’ brilli, avevano aperto il fuoco con tutta la loro artiglieria e arrivavano al combattimento…All’alba, il fuoco si calmò. Il nostro cappellano distribuì la comunione alla truppa, che salì dalle postazioni, squadra per squadra, fino alla cappella ortodossa in cui fraternizzavano, molto cristianamente, il nostro prete vallone, vestito in feldgrau e il vecchio pope con la mitra viola. Là, i cuori dolenti o amari trovarono il sollievo. I genitori, la sposa, i bambini diletti avevano ascoltato la medesima messa, laggiù, e ricevuto la medesima Eucarestia…I soldati ridiscesero con le anime semplici, pure come la grande steppa bianca che balenava nel pomeriggio di Natale”.

Dalla fine della guerra sono passati oltre sessanta anni, molti di quelli che tornarono a casa sono morti, sulle loro tombe fischia il vento, anche in questa notte di Natale il pensiero per quelli che ci hanno lasciati è vivo. Non dimenticando nessuno. Alla finestra metterò una candela che illumini nella notte santa il soldato solitario che ancora combatte la sua battaglia.

A distanza di sessanta anni un soldato nella solitudine continua ad accendere un fuoco, a pregare davanti ad una capanna dove nasce Gesù bambino. L’ultimo prigioniero di guerra che non ha ancora tolto la sua uniforme, a lui, “il capitano”, io penserò nella notte di Natele con amore di figlio. E invito tutti quelli che credono nella giustizia di mettere una candela accesa alla finestra, un modo per farlo sentire meno solo.

Buon Natale Capitano.

Emilio Del Bel Belluz

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