Ha avuto luogo sabato 15 dicembre, negli spazi della sala Ouverture, in via Tripoli 38, la conferenza “Mistica della guerra - Origine, significato e simboli dell’ascesi guerriera”, organizzata dall’associazione culturale Raido. Relatore, il Prof. Mario Polia che ha esordito proponendo la distinzione semantica tra le accezioni latina di “bellum” come “duello” tra due contendenti e anglosassone di “guerra” come “mischia, scontro” tra una moltitudine di combattenti, per inoltrarsi poi nei significati che il conflitto ha assunto nelle civiltà più rappresentative dell’universo culturale indoeuropeo e paleoamericano. Induismo veda, classicità, germanesimo, cristianesimo, shintoismo zen, mondo azteco, sono stati contemplati nei loro aspetti guerrieri, mistici, ascetici e simbolici, stabilendo i tratti che unificano e coniugano analogicamente le diverse tradizioni di fronte alla lotta e al combattimento. Microcosmo e macrocosmo come dimensioni complementari. L’ordine cosmico riflette e a sua volta è riflesso nell’armonia stabilita nell’interiorità dell’uomo così come in origine, nell’età dell’Oro, quando non era necessario coltivare la terra poiché era essa stessa che, spontaneamente, offriva i suoi doni. Era il tempo in cui dominava “RTA”, il principio dell’armonia universale, che permeava l’era del cinghiale (e del cigno). Crono regnava incontrastato e tutto era armonia. Ma la “caduta” fu terribile.

Furono i tempi in cui Crono fu esiliato, nel Lazio assunse la fisionomia di Saturno. Signoreggiò quindi accanto a Janus, Giano, dio delle porte e dell’inizio.

Un inizio contrassegnato da entropia e decadenza. La seconda epoca ebbe il battesimo all’insegna dell’argento. La caratteristica primigenia di tale ciclo è rappresentata dal sistema delle caste - “colori” - che nell’antichità indù stratificava gerarchicamente secondo i disegni divini la società umana. I sacerdoti - vesti bianche come l’argento, appunto - erano quelli che “parlavano” con gli Dei tramite le preghiere e i sacrifici. La castità e la continenza erano loro richieste come percorsi di purezza. Essi rappresentavano i mitici testimoni del tempo della caduta cosmica e della necessità di un tramite tra l’uomo e Dio . Numa, re-pontefice, non ebbe neppure necessità di combattere per dominare, in quanto “amico” e quindi prediletto degli Dei, durante il suo regno fu come “ristabilita” una “piccola” età dell’oro. Una analogia la si ritrova nel medioevo cristiano di San Bernardo, i sacerdoti, gli “oratores”, parlavano con Dio e di Dio, e tramite loro Dio rendeva vittoriosi i milites sui campi di battaglia e feconda la terra in tempo di pace. La casta guerriera - khsatria, colore rosso, come il sangue che era ordinato loro di donare e di spargere - erano i difensori in armi. Rappresentavano la seconda casta dopo quella dei bramini e la terza età cosmica dopo quella dell’oro e dell’argento: la cruenta Era del Ferro. Al guerriero era chiesto il sacrificio della vita, l’onore, il coraggio, il rispetto e il mantenimento della parola data, lo sprezzo del pericolo, il ristabilimento della giustizia violata. Nell’arcaica Roma monarchica re Tullo Ostilio fece della guerra ragione di vita, ma nella sua presunzione si arrogò il diritto di avocare a sé la divina folgore. Egli osò usurpare il ruolo del sacerdote e per questo fu incenerito da Giove. Ergo, il combattente non deve comportarsi soltanto come un sanguinario esecutore di stragi, ma è obbligato a coltivare la pietas, l’umiltà, il rispetto per l’avversario. La guerra non è caos, ma rappresenta un elemento imprescindibile delle umane fortune e il suo “percorso” deve essere scandito secondo riti e ritmi codificati. L’apertura delle ostilità a Roma avveniva con il feziale che lanciava un giavellotto (rosso) oltre il limes, in direzione del nemico.

L’armata romana, la legione, marciava affiancata da un vessillifero che inalberava una testa di lupo, simbolo “solare” di aggressività sublimata dal coraggio, dalla fedeltà, dal “lavoro di squadra” che sacrifica l’individuo per inserirlo in un contesto di cooperazione finalizzato al trionfo del bene collettivo. L’accampamento era stabilito su luoghi dove amavano in genere volare le aquile, simbolo prediletto da Giove per vaticinare il successo dello schieramento prescelto. Di ritorno da un conflitto in armi, prima di entrare all’interno dell’Urbe era d’obbligo officiare la cerimonia della “lustrazione”, per purificare il corpo e lo spirito del sangue versato. Le armi erano deposte. Non c’era posto per le spade nella città sacra. Nel corteo trionfale che spettava al vincitore, il console si tingeva il volto di rosso. Nel tempio di Giove sul Campidoglio egli entrava per indossare i simboli della vittoria: corona d’alloro, scettro e mantello, coi quali sfilava sotto l’arco – la porta di Janus – per poi restituirli al tempio a cerimonia ormai conclusa. La sacena, l’ascia sacrale che veniva inserita nel fascio in tempo di guerra, veniva utilizzata per i sacrifici alla divinità e come strumento per giustiziare i colpevoli dei crimini più nefandi. Nel codice giapponese del Bon Buri Jodo era fatto obbligo al guerriero di coltivare, oltre a quelle marziali, l’arte della poesia e della pittura: “katana e fudè” era la parola d’ordine. Spada e pennello. Presso gli induisti lo studio dei Veda era obbligato per le prime tre caste. Al “Kuru shetra”, la battaglia “esterna” corrispondeva la “karma shetra” la battaglia interiore. La Bhagavad Gita è un sublime esempio di tale travaglio interiore che tormenta l’anima di colui che si accinge a spargere sangue e morte. Vishnu stesso, sotto le sembianze di Krishna, interviene accanto ad Arjuna. Il dio, nelle vesti di auriga, consiglia il guerriero perplesso ed esitante, quasi sul punto di rinunciare. Arjuna sente l’insostenibile, assurda irrazionalità di un destino inesplicabile quanto crudele che lo condanna a sterminare coloro che fino a poco tempo prima erano amici, fratelli, parenti. Ma Krishna parla amorevolmente ad Arjuna, e lo esorta ad osservare gli obblighi che gli derivano dall’appartenenza alla casta dei guerrieri. Obbedire ai precetti dell’ordine terreno significa adempiere la volontà degli dei celesti. Non importa contro chi o cosa si combatte. L’importante è combattere, perché questa è la volontà dei numi, e anche se tutto appare esteriormente incomprensibile, una volta infranto il velo di Maya che cela l’essenza del mondo ogni cosa troverà la logica spiegazione, perché la volontà divina è pura. Una volta raggiunta l’età in cui i capelli incanutiscono suona il tempo della meditazione. A questo punto l’eroe depone le armi e si trasforma in asceta, nella consapevolezza che l’etica del combattimento può pienamente ottemperarsi anche seguendo il sentiero della contemplazione. Al dio germanico Thor è riservato lo stesso destino. A lui compete la tutela del Midgard, il mondo degli uomini, miracolosamente in bilico tra esistenza e distruzione. Il perfido serpente cosmico Midgardsormr cospira eternamente per annientare il piccolo, periclitante spazio che nell’Yggdrasil è destinato a dimora degli umani. Il giorno di Ragnarok, Thor ucciderà il drago, ma sarà a sua volta ucciso. Andrà così anche lui a stabilirsi nel Walhalla, il paradiso degli eroi nordici, dove i coraggiosi guerrieri immolatisi nell’adempimento del dovere si batteranno di giorno e banchetteranno di notte con carne di cinghiale (bianco, naturalmente) per l’eternità. La figura del dovere puro come tutela dell’armonia cosmica ha così nella sfaccettatura germanica un mirabile corrispondenza con la mistica indù. San Bernardo di Chiaravalle fu a sua volta il fondatore dell’ordine dei “bellatores” per eccellenza: i Templari. Mistici cavalieri, cui era loro fatto obbligo di difendere a costo della vita anche l’ultimo dei devoti pellegrini in visita al Santo Sepolcro. Ma per la loro stessa persona potevano anche transigere e trovare una morte da “inermi”, senza opporre alcun accenno di difesa. Anch’essi combattevano e contemplavano, nella consapevolezza che i flutti tumultuosi della vita possono essere superati camminando in equilibrio su una corda tesa sull’abisso (il monaco) o gettandosi a capofitto nel duro cimento e attraversare le onde nuotando e sfidando la corrente (il miles). Presso gli Aztechi l’eroe caduto in battaglia era “scortato” nell’aldilà da Tonatiuth, dio del sole, nella prima parte della “giornata” ultraterrena. Nella seconda parte Cuiathemotl, il dio delle donne morte di parto nell’adempimento del loro dovere di madri, accompagnava appaiati eroi e “puerpere”. La terza casta, i vaisha, contrassegnata dal nero colore del pomerio, rappresentava mercanti e agricoltori, inseriti anch’essi nell’armonica architettura cosmica per adempiere il vitale ciclo della produzione. Nel mistico medioevo di Bernardo e Francesco essi rappresentano gli “agricultores”, coloro che offrono alla divinità il sudore della loro fronte. E siamo al Kaly yuga, l’età delle tenebre. E’ l’epoca attuale, contrassegnata da decadenza, corruzione e viltà. L’ordine cosmico è sistematicamente violato, e gli uomini vivono immersi nel relativismo etico e morale. Il combattimento è contemplato al solo scopo di sopraffare e sopprimere il nemico, oltraggiarlo e annientarlo. Non c’è più spazio per la meditazione, per la mistica e l’ascesi, e non importa “come” si raggiunge l’obbiettivo. L’importante è raggiungerlo con ogni mezzo, anche il più ripugnante. La guerra scade a carneficina indiscriminata a danno dei più deboli e il soldato si trasforma in un arido ingegnere del terrore che con sistemi “intelligenti”, acquattato in bunker distanti migliaia di chilometri dall’obbiettivo, pigia pulsanti e innesta leve che determinano la vita e la morte per milioni di innocenti. Dalla concezione aristocratica del conflitto che in origine poteva anche risolversi col duello di due “campioni” sorteggiati a rappresentare i due schieramenti contendenti (vedi la contesa degli Orazi e Curiazi) si è giunti al cieco sterminio ribattezzato “danno collaterale” dagli ottusi sciamani della tecnica. Il ciclo cosmico si è concluso. Dal caos prossimo venturo scaturirà una nuova età dell’Oro.

L’Associazione Raido dà a tutti appuntamento per sabato 19 gennaio 2008, con l’Avv. Valerio Cutonilli che presenterà il suo libro ”Strage all’italiana”, la memoria difensiva relativa al caso di Luigi Ciavardini.

Recensione a cura di SpAng

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