La storia di un vero campione ucciso barbaramente [Michele Bonaglia]

    Guantonidi Emilio Del Bel Belluz

    Quando scopro qualcosa che mi entusiasma, mi metto subito a cercare notizie e particolari che mi permettono di conoscere l’argomento che sto privilegiando. Prima di tutto cerco di frugare a fondo nella mia biblioteca, setacciando ogni scaffale, e magari nel mio immenso disordine e nel mio ricco materiale trovo ciò che cerco. In queste settimane ho conosciuto la storia di un personaggio che mi ha emozionato e che non avevo mai conosciuto. Si trattava del pugile Michele Bonaglia che fu un campione dei pesi mediomassimi degli anni trenta.

    Ho fatto la sua conoscenza mentre leggevo un vecchio libro di boxe donatomi da un amico. Capita di rado che qualcuno ti faccia un dono nel momento giusto ed esso possa donarti delle ore di serenità. Infatti questo omaggio mi donò un pomeriggio di intensa lettura davanti al fuoco del caminetto, ravvivato di tanto in tanto da qualche pezzo di vecchia quercia. Era il libro di Mario Sanvito “ Pugilato”, uscito negli anni cinquanta da Sperlin e Kupfer editori. Era diviso in due parti: nella prima era descritta la storia del pugilato e le tante notizie legate agli avvenimenti più eclatanti descritti da una penna sicura e incisiva. Nelle prime trenta pagine trovai una notizia che mi incuriosì assai. Si trattava della vicenda umana e della morte drammatica di Michele Bonaglia. L’autore descriveva con dovizia di particolari l’incontro, svoltosi sul suolo tedesco, tra il campione europeo dei mediomassimi, il prussiano Max Schmeling, e il nostro campione Bonaglia. Un incontro che durò poco più di un minuto e che diede la vittoria in modo fulmineo al tedesco, davanti al suo pubblico festante. A dir il vero ci si aspettava un risultato diverso.

    Arricchirò questo profilo su Bonaglia grazie a Mario Sanvito di cui trascrivo: “Sharkey, pugile di non grande classe, si misurò il 12 giugno 1930 con Max Schmeling, un atleta germanico, che, dopo i clamorosi successi raccolti in Europa, (ricordiamo, tra le altre, una sua fulminea vittoria per fuori combattimento alla prima ripresa sul nostro Michele Bonaglia, che doveva poi morire tragicamente, vittima d’odio politico), era andato in America non trovando più avversari nel vecchio mondo”. Mi impressionò subito la frase “vittima d’odio politico”, nella quale non si specificava di quale odio, se vittima dei partigiani, o vittima dei fascisti. Ma di solito di questi ultimi si tende, senza scrupolo a parlare, ma non dei primi nei cui confronti si è avari di particolari. Continuando la lettura del libro non riuscii a trovare a verità e mi nacque una curiosità davvero fastidiosa. Mi soffermai sulla descrizione del suo viaggio verso l’America. Non sempre la gente che emigra in cerca di fortuna riesce ad abituarsi alla lontananza e alle abitudini del nuovo ambiente. Molti insuccessi di tanti pugili erano dipesi anche da questo. Il tarlo della lontananza, come il rimorso, distrugge le energie. L’America poi, a quei tempi, non era una terra così accogliente per gli italiani, spesso accusati di essere dei mafiosi o di gettarsi solamente nella malavita. Ma per un pugile che deve combattere, e che si deve allenare, il tempo viene vissuto intensamente. Egli trascorre i suoi giorni, dopo i doverosi allenamenti, in una lurida stanza d’albergo di quart’ordine in attesa del combattimento. La fame e i non facili guadagni erano all’ordine del giorno. Ricordo d’aver letto in un giornale una lettera di un personaggio della boxe che descriveva i momenti più duri e drammatici vissuti durante la depressione, dove era molto difficile rimediare un incontro e guadagnare un gruzzolo di soldi sufficiente a sbarcare il lunario per qualche settimana. Ma Bonaglia aveva trovato la sua prima delusione in quell’incontro a Berlino contro Max Schmeling che non lo aveva demoralizzato. Giuseppe Quercioli, scrittore del pugilato stimato e apprezzato, scrive nell’articolo – Il terribile K.O. di Schmeling su Bonaglia – :“ Il quarto alloro lo doveva portare in patria un rude picchiatore Piemontese che si faceva chiamare dalla stampa “Spaccapietre” e di nome Michele Bonaglia. Veniva dall’alto Piemonte, da Druent, e aveva in sè oltre la forza delle Alpi, la cattiveria dei dannati. Le precedenti tre corone Europee, erano venute in Italia per merito di Erminio Spalla nei massimi, il 13 maggio del 1923 su Van der Veer in quel di Milano…”. Mi piacque il soprannome con cui la stampa descriveva il Bonaglia e mi venne in mente il pugile spagnolo Urtain che le pietre le sollevava con erculea forza. Ma Urtain non era mai stato un mediomassimo, anche se aveva dentro di sè la forza per meritarsi il soprannome di Bonaglia “ Spaccapietre”. Per un attimo ho accostato i due pugili, perché spesso nei mie scritti ricordo Urtain per la sua tragica fine avvenuta nel 1992, quando esasperato dalla vita a soli 49 anni si buttò da un balcone di un condominio nella sua terra. Nello sfortunato incontro di Berlino, Bonaglia ottenne un risultato negativo che Quercioli racconta: “Bonaglia come era di consueto, appariva calmo, freddo e distaccato. Schmeling, un sosia con lo sguardo gelido. Michele entrò immediatamente in carburazione cercando i fianchi del tedesco. Max doppiava i colpi cercando di non cadere nel gioco dell’avversario. L’italiano prediligeva i lombi dell’avversario, lo voleva sfiaccare, togliergli il fiato per poi stenderlo definitivamente a K.O. … In una schivata su una entrata irruente del piemontese, Max prese la misura lanciando lo “Swing” sulla tempia dell’antagonista”. Poi ancora qualche momento di lotta e il nostro Bonaglia veniva mandato nel mondo dei sogni da una cannonata colossale alla mascella. L’incontro fu un trionfo per Max l’ulano nero. Michele Bonaglia era nato a Duruet (CN) il 5 ottobre del 1905, aveva iniziato l’attività agonistica nel pugilato conquistando il titolo italiano dei dilettanti superando avversari come Grillo e Capocchi. Passava professionista il 27 ottobre del 1925 sconfiggendo a Milano ai punti in dieci riprese Jean Leroy. La sua carriera poi culminava con la conquista del titolo italiano dei pesi mediomassimi nel 1926, un anno dopo l’undicesimo combattimento vittorioso contro Rinaldo Palmucci, titolo che conquistava nella capitale. Dopo due difese del titolo italiano contro De Carolis e Palmucci si avventurava nella triste avventura di Berlino prima di impossessarsi dell’europeo dei mediomassimi contro Clayes Etienne vincendo per K.O. a Milano davanti a un pubblico festante, il 10 febbraio del 1929. In qualche modo si prendeva quel titolo che non era riuscito a portar via a Max. Difendeva successivamente il suo scettro contro il tedesco Hein Muller a Torino, battendolo per K.O. alla quarta ripresa. Successivamente rincontrava il pugile che lo aveva portato al trionfo, sconfiggendolo per la seconda volta: Clayes Etienne. Concluderà nel 1934 la sua carriera dopo aver disputato 63 incontri. Negli ultimi anni aveva tentato di combattere nella categoria dei massimi, ma non aveva avuto fortuna, incontrando avversari molto più forti di lui come Innocente Baiguera che lo sconfiggeva due volte. Ma il guerriero del ring, “lo spaccapietre” rientrava con un colpo di coda a rimpossessarsi del titolo dei mediomassimi contro Primo Ubaldo nel 1932. Anche se la carriera pugilistica si era conclusa per lui in modo esaltante a cui le soddisfazioni non erano mancate, la vita gli riservava un momento diverso, e non altrettanto facile. In seguito mi ero incuriosito per una nuova descrizione della sua vita trovata nell’almanacco italiano del pugilato, grande pubblicazione di alcuni autori come: Pietro Anselmi, Flavio Dell’Amore, Demetrio Romanò, Fabio Vetro. Nella attenta e precisa descrizione della vita di questo pugile raccontavano nei riguardi della sua morte: “Rientrava nella sua categoria d’origine e battendo Ubaldo, riconquistava il titolo italiano che perdeva quasi subito in casa dell’avversario di turno Emilio Bernasconi. Ancora per un paio d’anni l’uomo di Druent si batteva con alterna fortuna fino ad abbandonare le competizioni dopo la dura sconfitta subita da Castanaga, avversario da lui battuto in tempi migliori. Alcuni anni dopo, nel travagliato dopoguerra in cui le faide politiche imperversavano, venne trovato ucciso da un colpo di pistola dalle parti di Venaria Reale, vicino a Torino”. Ma chi uccise il pugile, avversari politici di quale colore? Oppure come scriveva Mario Sanvito “vittima d’odio politico”. Ma quale odio e chi era Bonaglia? Mi incuriosiva questa vicenda perché pure il nostro Carnera per poco non fu vittima dell’odio politico e rischiò di essere ucciso dai partigiani che gli rimproveravano la simpatia per il Duce, dimostrata pubblicamente a New York, dopo la conquista del titolo di campione del mondo con queste parole: “Ho voluto vincere per l’Italia e per il Duce” e anche il caloroso incontro avvenuto a Venezia durante la Repubblica Sociale tra lui e il campione tedesco Max Schmeling, dove i due si fecero fotografare amichevolmente. Bastava davvero poco a quei tempi per essere uccisi. I partigiani dimenticarono la generosità di Carnera che in tempo di guerra aveva diviso con la gente del suo paese quello che gli aveva dato un suo amico e questo passaggio commovente è descritto nel libro che Spoldi gli dedicava dopo la sua morte, “Il gigante buono”. Ecco alcune righe: “Qualche settimana più tardi, dopo che i tedeschi erano usciti dall’Italia, giunsero anche a Sequals carriaggi e carri armati americani. Fra l’altro, arrivò un grosso carico guidato da Fidel La Barba, il quale disponeva di tanto cibo quanto bastava per un reggimento di soldati. L’incontro tra i due excampioni del mondo fu commovente… I quantitativi di cibi e merci varie che Fidel La Barba fornì a Primo, erano tali che non solo permisero alla famiglia di Carnera di vivere tranquillamente, senza aver più bisogno di nulla, ma diedero a Primo l’occasione e il piacere di dividere con tutti i paesani di Sequals, per i quali fu come la manna caduta dal cielo”. Questo era l’uomo che i partigiani avrebbero voluto uccidere in quella notte, ma grazie a un buon amico il campione fu salvo. Lo sottolineo: un uomo buono. Mi incuriosiva proprio il motivo per cui si celavano gli esecutori di Bonaglia. La verità finalmente l’ho scoperta grazie ad una recensione scritta magistralmente da Gabriella Bona al libro di Massimo Novelli – Bruno Neri, il calciatore partigiano – Grapoth Editore: “Michele Bonaglia ucciso dai partigiani nel 1944 e Mario Preciso partigiano della ventiduesima Brigata Matteotti”. Finalmente potevo dare una colorazione a questa morte. Michele Bonaglia era stato ucciso dai partigiani. Recuperai quanto si scrisse sulla sua vicenda umana che a dir il vero mi aveva incuriosito ancora di più. Una vicenda squallida della seconda guerra mondiale che culminava con una delle tante uccisioni a sangue freddo. Nel capitolo dedicatogli dal giornalista di Repubblica Massimo Novelli si veniva a capo della tragica morte. Novelli titolava il capitolo “Michele Bonaglia pugile e fascista”. Iniziava il capitolo con il necrologio dedicato a Bonaglia dai suoi camerati “Il fascismo repubblicano torinese inchina i propri gagliardetti dinnanzi alla salma del caduto e serra i ranghi per continuare con indomabile spirito la marcia che non può e non deve avere sosta”, Federazione dei Fasci Repubblicani di Torino, Marzo 1944. Michele Bonaglia moriva il 2 marzo del 1944 ucciso dal piombo partigiano.

    Personalmente piango la morte di un pugile e di un camerata che in tutti questi anni è stato poco nominato. Io posso solo includerlo in questo libro che racconta i miei campioni, da Carnera a Michele Bonaglia.

    Emilio Del Bel Belluz