Le insorgenze italiane [Controstoria]
Nell’ambiente di destra uno dei più grossi equivoci è l’esaltazione del Risorgimento e della cosiddetta “storia patria”. In realtà questo equivoco ha radici ben più profonde, facendo risalire l’inizio dell’identità e dell’unità nazionale dalla Rinascenza e dalla lotta dei Comuni contro l’Impero.
Questa esaltazione non si limita solo a considerare gli eventi bellici ed eroici, che pur ci furono, ma per se rivendica le idee e i progetti politici che animarono questi avvenimenti.
Bisogna considerare che se la lotta dei Comuni contro l’Impero rappresentò lo scontro del mercante contro l’Autorità Tradizionale, il Risorgimento ne continuò la rivolta contro lo spirito romano e religioso, rivolta che dura ancora oggi.
I moti sovversivi furono opera di una ristretta minoranza borghese, che poco era interessata ai veri bisogni del popolo che, al di là della retorica della cultura ufficiale, ne fu sempre estraneo, e quando si schierò, lo fece a favore dei legittimi sovrani e a difesa della Fede.
La stessa “questione meridionale” non avrebbe motivo di esistere se il Risorgimento fosse chiamato per quello che realmente fu, una guerra di colonizzazione, atta a spogliare delle sue ingenti ricchezze il Regno delle due Sicilie e trasferirle nel Piemonte.
Se poi si esamina il ruolo svolto dalle organizzazioni segrete quali la massoneria, per tacere di altre realtà parassitarie, ci meravigliano le continue prese di posizione a favore della Sovversione!
Constatiamo purtroppo che c’è ancora chi è facile preda della propaganda di regime, costoro confondono per conquiste le vittorie altrui, e dimostrano di avere delle grosse confusioni in testa.
Così, a quanti esaltati dalla loro stupidità lanciano un “viva Robespierre”, rispondiamo con le parole di Federico I detto Barbarossa: “E’ mio dovere rialzare l’autorità regale e imperiale al massimo grado di potenza, rivendicare i diritti perduti o caduti in trascuranza, far rispettare la legge, ristabilire l’ordine e la pace”.
Gli eventi di quegli anni, sconosciuti ai più per opera di una storiografia figlia delle stesse idee avversate dagli insorgenti, meritano qui di essere esposti.
* * *

Nella primavera del 1796, con l’arrivo delle truppe napoleoniche, la Rivoluzione francese approda in Italia, dando inizio così al travagliato periodo denominato “triennio giacobino”.
Dopo solo un anno, l’esercito straniero aveva già assoggettato tutto il nord Italia, ponendo fine alle ostilità con il trattato di Campoformio, così da potersi dedicare alla conquista dell’intera penisola.
A seguito degli accordi stipulati dai francesi, per gestire meglio le loro conquiste, nacquero in Italia delle repubbliche giacobine, dapprima quelle transpadana e cispadana poi fusesi nella cisalpina, in seguito con la discesa delle truppe lungo la penisola, quella ligure, la romana e la partenopea.
La vasta eco degli ideali rivoluzionari aveva inizialmente preparato il campo per la discesa di Napoleone in Italia, ma con l’avanzare dei francesi la popolazione cominciò a comprendere i veri intenti giacobini: non il dono della libertà e del progresso, ma una vera e propria conquista territoriale ed ideologica.
Il popolo non rese agevole, dunque, la volontà di conquista ad opera delle truppe francesi, opponendosi spesso senza alcun inquadramento militare ad un nemico ben più organizzato.
Alcune di queste “insorgenze”, riuscirono ad assumere la forma di un esercito, come i Viva Maria toscani e l’armata Cristiana e Reale del cardinale Fabrizio Ruffo, che combatterono per la liberazione e la riconquista del Regno delle due Sicilie.
Il Cardinale Ruffo, per incarico di Ferdinando IV, partì dalle Calabrie con un piccolo esercito, destinato ad ingrandirsi velocemente man mano che avanzava per la riconquista del Regno.
La marcia di riconquista, dopo numerose vicissitudini approdò a Napoli.
Qui, le truppe della “Santafede”, per questo denominate “sanfediste”, ingaggiarono lo scontro decisivo con i sostenitori della Repubblica Partenopea, sconfiggendoli e restituendo al legittimo Sovrano l’autorità sulle sue terre.
Dal nord intanto la II Coalizione austro-russa scendeva verso il sud per liberarla definitivamente dai francesi.
Fin qui è storia, ma perché, paradossalmente, migliaia di uomini furono pronti a morire per combattere chi si faceva, all’apparenza, portatore di nobili istanze quali la libertà e la fratellanza?
In realtà i giacobini, ed è questa l’unica risposta plausibile, non si battevano per ridare all’uomo i suoi “diritti”, ma per imporre una visione del mondo laica, antitradizionale e chiusa ad ogni riferimento superiore.
Come in Vandea,1 anche in Italia la guerra fu essenzialmente tra due visioni del mondo differenti, e non tra il popolino fanatizzato dai preti e i portatori delle “nuove idee”, come già detto e la moderna storiografia vorrebbe farci credere.
Le “insorgenze” furono realmente una resistenza tradizionale prima ancora che ideologica all’avanzata del laicismo borghese, una vera difesa della Patria, quando Patria significava ancora, lungi da ogni interpretazione risorgimentale, la propria terra, il proprio Re, la propria Tradizione.
Restituire dignità storica (quella umana non può essere messa in discussione) a quegli uomini che duecento anni fa sotto il nome di “insorgenti” lottarono “per il Trono e per l’Altare” è ancora oggi per noi un imperativo categorico.
N O T E :
1) Vedi Raido n.16 Solstizio d’Estate 1999.
Tratto da RAIDO – CONTRIBUTI PER IL FRONTE DELLA TRADIZIONE N.17 - Equinozio d’Autunno 1999
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