Cassius Claydi Emilio Del Bel Belluz

Il 17 gennaio il mitico campione di pugilato degli anni settanta Cassius Clay compira’ la bella età di sessantasei anni. Credo che tutti conoscano le sue gesta leggendarie, che hanno dato al pugilato mondiale una impronta davvero grande ed esaltante. Ma prima di tutto, e prima di parlare di lui, mi piace ricordare le sue sfide che incollarono davanti agli schermi milioni di persone, entusiaste di assistere ad un suo incontro, e sicure dello spettacolo al quale avrebbero assistito. Clay sapeva infiammare gli animi e sapeva far giungere il suo nome sulla bocca di tutti. Le sue vicende sportive sono entrate nella storia della boxe come un rullo compressore, che al suo passare tutto travolge. Era, fin dall’inizio della sua carriera pugilistica, una persona spettacolare, piena di entusiasmo, che sapeva far giungere a segno i suoi colpi, sempre precisi che ferivano come lame d’acciaio.

In un libro uscito da poco scritto da lui con la collaborazione della figlia dice: “ogni uomo desidera credere in se stesso e ogni uomo vuole essere senza paura. Diventiamo eroi quando ci esponiamo per sostenere quello in cui crediamo”. Clay diventò il paladino della causa negra per il raggiungimento degli stessi diritti dei bianchi, una battaglia che pagò cara sulla sua pelle. Clay aveva un grande mito nel pugilato: era innamorato del pugile Sugar Ray Robinson. Il suo sogno era quello di conoscerlo personalmente, la passione per la boxe forse gli era nata grazie a questo ineguagliabile campione. Prima delle olimpiadi di Roma nel 1960 un giornalista gli propose di conoscere il suo campione, e lo avrebbe accompagnato nel locale gestito dallo stesso. Clay accettò, attese con trepidazione il momento di stringergli la mano. Aspettò tutta la sera, ma il suo idolo non si fece vedere, e vi rimase molto male. Ma nel momento in cui lo ebbe vicino, rimase deluso perché Robinson lo congedò dicendogli che non aveva tempo per lui. “Più tardi, ragazzo, ora ho da fare”. Le sue parole di delusione furono talmente grandi che è impossibile non citarle “ Rimasi senza parole. Non riuscivo a credere che mi avesse respinto in quel modo, specie dopo aver aspettato tutto il giorno. I miei piedi erano diventati di cemento. Non potevo muovermi. Restai lì a guardare Sugar Ray voltarmi le spalle e allonatanarsi. Benché ferito e demoralizzato, decisi che no avrei permesso alla mia delusione di avere la meglio”. Voleva dirgli che avrebbe conquistato l’oro olimpico e sarebbe diventato campione del mondo dei pesi massimi. Giurò, dopo questo amaro rifiuto, che non avrebbe mai deluso i suoi tifosi. Poco tempo dopo partì per Roma dove lo attendevano le Olimpiadi, e qui onorò la sua promessa e conquistò l’alloro olimpico nella categoria dei medio-massimi. Nella categoria dei massimi l’alloro andò al nostro boxer Franco De Piccoli. Clay, vittorioso, tornò in America soddisfatto di aver mantenuto la sua promessa. Divenuto famoso incontrò nuovamente il suo idolo e gli perdonò la delusione arrecatagli e il negato autografo. Egli dopo le olimpiadi del 1960 conquistò la prestigiosa corona dei pesi massimi, sconfiggendo Sonny Liston per KO alla settima ripresa. Erano passati solo quattro anni e aveva cambiato categoria, passando alla superiore. Il 1964 è un anno che il mondo del pugilato non potrà mai dimenticare per il successo ottenuto da Cassius Clay . L’ultimo incontro che sostenne a difesa del titolo avvenne a New Jork il 4 marzo 1968 contro Zora Folley. Subito dopo, essendosi rifiutato di arruolarsi nell’esercito statunitense per partecipare alla guerra del Vietnam, venne privato del titolo mondiale. La carriera del campione sembrava giunta al temine e di sicuro i suoi fans lo avrebbero dimenticato. Ma non fu così. Il campione che aveva una grande fiducia in se stesso e nelle proprie risorse fisiche, dopo la bufera, decise di tornare a combattere, sfidando il tempo e quelli che non credevano più in lui. Tolse i guantoni, li appese al chiodo e iniziò ad allenarsi per togliersi la ruggine e ridisegnare la sua carriera. In quel tempo lo scettro mondiale era nelle solide mani di Joe Frazier, il pugile che aveva raccolto la sua eredità. Pochi erano disposti a credere nel ritorno vittorioso di Cassius, infatti l’8 marzo del 1971 a New Jork sfidò Frazier e subì, dopo quindici durissime riprese, la sconfitta che confermava la sfiducia dei tifosi nel suo ritorno sul ring. Ogni pugile dopo questa dura lezione si sarebbe arreso, chiunque avrebbe gradito passare il suo tempo seduto comodamente in una poltrona davanti alla televisione, al tepore del caminetto, tepore prodotto dalla combustione di pezzi di legno resinosi, ma non Clay, “il labbro di Lousville”. A chiudere la sua carriera non ci pensava proprio. Nel libro che ho già citato, uscito da qualche tempo, Clay scrive: “Qualunque fosse la sfida, per quanto irraggiungibile apparisse l’obiettivo, non ho mai permesso che qualcuno mi convincesse a dubitare di me stesso”. Nel momento della disfatta non bisogna mai piangersi addosso, così come nel momento del trionfo non possiamo esaltarci: dobbiamo rimanere umili. Clay era tutto questo, trionfo e sconfitta avevano lo stesso cemento, bisognava andare oltre, salire verso la vetta, essere di esempio. Dopo alcuni incontri di rodaggio, vinti con una certa determinazione con avversari piuttosto forti, il bivio della sua carriera si stava avvicinando. Una notte d’ottobre del 1974, l’Italia sportiva si alzava nel cuore della notte per assistere al match del secolo, un miracolo pugilistico. Clay in Congo nella cittadina di Kinshasa sconfiggeva il campione del mondo George Foreman. Ricordo molto bene quella notte: la passai sveglio, cercando di ravvivare il fuoco della stufa sacrificando anche l’ultimo pezzo di legno profumato. Avevo paura che Cassius Clay non ce la facesse, per ingannare il tempo e per non addormentarmi uscii a passeggiare lungo il mio fiume. Mi piaceva sentire il suo umore anche nella notte e mi piaceva anche assaporare l’aria frizzantina delle notti d’autunno. E il fiume emanava un odore particolare che io conoscevo. Dall’argine osservavo l’andare della corrente che era illuminata dalla luce della luna. Pensavo al grande Clay, lo vedevo come un amico, ma non credevo nella sua vittoria. George Foreman aveva un volto che, solo a guardarlo, ti intimoriva, sembrava una enorme bestia. Egli avrebbe punito il mio campione, un campione che dimostrava grande eleganza nel combattere. Udivo distintamente i battiti dell’orologio del campanile, come udivo il latrare dei cani che non davano pace. Quella notte era piena di sensazioni. Mi capitò di sentire il lamento di un ubriaco, che stava tornando a casa con la bicicletta per mano, doveva aver bevuto molto perché inveiva contro il mondo. Si trattava di un poeta che amava a suo modo il Leopardi, e conosceva le sue poesie a memoria. Lo accompagnai per un tratto di strada fino alla sua abitazione; anche se il suo parlare era confuso, non mi dispiaceva ascoltarlo. Ma prima di tutto ero felice di fare qualcosa che mi permettesse di vincere il sonno. Terminata questa missione da cavaliere, mi sentii rasserenato. Quella storica notte, il mitico Cassius Clay si impossessò del titolo di campione del mondo per la seconda volta. Battendo l’orso Foreman con un umiliante KO alla ottava ripresa. Le sue parole nel libro dicevano: “Qualunque fosse la sfida, per quanto irraggiungibile apparisse l’obbiettivo, non ho mai permesso che qualcuno mi convincesse a dubitare di me stesso”. Ma la storia di Clay non era finita, aveva saputo sbalordire tutti quelli che non avevano creduto in lui, solo lui non aveva dubitato di se stesso: le parole che aveva detto prima dell’incontro erano una testimonianza non indifferente. A quelli che lo avevano consigliato di smettere, dopo la sconfitta con Frazier, aveva detto: “io sul ring posso restare finché sono vecchio e bacucco perché so come picchiare e veloce via danzare – Questa voce la sentì la terza volta quando si rimpossessò del titolo di campione del mondo dei pesi massimi, sconfiggendo chi pochi mesi prima lo aveva spodestato: il giovane Leon Spinks. Dopo questo incontro, con il massimo della gloria, lasciò il ring. L’indimenticabile Giovanni Arpino scrisse subito un articolo sulla Stampa molto bello e riporto quanto segue: “A New Orleans non poteva non vincere il mito, cioè Alì. Davanti al Mississippi non poteva non perdere lo sdentato Leon. In quella stazione planetaria del “Superdome”, adatta a un filmaccio di fantascienza, Mohammad doveva far vibrare le immagini di una storia nera che è soltanto sua. V’è riuscito in bellezza, dopo aver faticato per due mesi di allenamenti spaventosi, lui che ormai sogna solo di mangiare e bere e divertirsi, non sopporta più i sacrifici e tende a passare dai cento chili del “peso forma” ai centoventi… Alì è stato ed è ancora un monumento che si è inventato da solo, si è imposto da solo, rischiando, perdendo tre anni e mezzo di vita per motivi politic. Ha conosciuto la disperazione di un solo dollaro in tasca”. Il destino di Clay e la voglia di tornare a combattere gli fece conoscere l’onta della sconfitta, il suo sogno era di ritornare al vertice del mondo, ma questa volta non aveva fatto i conti con la vita e la vecchiaia. Conobbe la sconfitta subita da Larry Holmes, ma dietro l’angolo c’era ancora qualcosa di più grande. Alcuni anni fa si ammalò del morbo di Parkinson. In questi giorni in cui il mito compie sessantacinque anni è stato ricordato anche in Italia. In modo particolare mi ha colpito un nobile articolo scritto da Carlo Baroni del giornale l’Avvenire: “Il match infinito di Alì sul ring della vita”. Onestamente non credo che Clay avrebbe ami immaginato che sceso dal ring, avrebbe incontrato questo avversario, un avversario che ti mette al tappeto, ogni giorno dalla mattina alla sera, che rallenta i tuoi movimenti, che ti annebbia, che ti fa stare al tappeto sempre, perché tu non puoi sconfiggerlo, lui è più forte di te ed è impietoso. La medicina non ha ancora trovato una cura per guarire, per debellare quel diavolo. Ebbene, Clay sta dimostrato anche in questa battaglia ad essere il più grande, l’uomo più forte. Tutti lo ricorderanno tremante davanti alle telecamere di tutto il mondo accendere la fiaccola olimpica. Coraggioso di mostrarsi in pubblico, coraggioso e consapevole di impartire una lezione atta a far accettare la malattia a quelli che ne soffrono. Carlo Baroni scrive: “Adesso di anni ne ha sessantacinque e un avversario che non lo lascia in pace neanche di notte: si chiama Parkinson. E’ sleale e scorretto. Ti colpisce alle spalle e sa che il verdetto finale sarà sempre dalla sua parte. Ma Alì, o Cassius, non si arrende. Non è nato per perdere anche quando esce sconfitto. Ci sono giorni più duri da sopportare e ricordi ingombranti da addomesticare. Alì è un uomo diverso dagli altri perché conosce il suo futuro”.

Ma il mio campione continua la sua battaglia, non getterà la spugna, non lo ha mai fatto è e rimarrà sempre maestro per tanti che lo amano, e lo ameranno sempre di più.

Emilio Del Bel Belluz

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