ParsifalL’obbedienza è la forma più elevata dell’uso della libertà. È una costante manifestazione dell’autorità, l’autorità su se stessi. La più difficile di tutte”. Leon Degrelle, in questo suo pensiero [Tratto da Militia, ndr], lega indissolubilmente il concetto di obbedienza a quello di autorità ed entrambi alla libertà. Potrebbe sembrare un paradosso, in realtà non è così, in quanto per poter obbedire e riconoscere un’autorità bisogna essere liberi, di conseguenza avvertire dentro di se questi valori, non semplicemente condividerli mentalmente o peggio ancora accettarli p]er qualche convenienza materiale. Molte sono le persone che oggi non sono in grado di coniugare questi aspetti fondamentali per ogni vera autorità. I presunti capi, che si pongono al vertice di una struttura, pretendono obbedienza da parte dei militanti senza avere prima imparato a comandare se stessi, e tutta la struttura che essi dirigono è sin dalla nascita viziata. Infatti, se manca da parte dei militanti la libertà nel confronto e nella valutazione delle proprie responsabilità, non vi può essere alcuna autorità. Si deve essere liberi di obbedire ad un’autorità che non è autoritarismo, cioè la figura di un padre-padrone che usa il proprio ruolo per la propria gratificazione. Essere capo di una struttura significa svolgere una funzione delicata, il capo deve essere al servizio del militante nell’opera di formazione e crescita interiore. Quando ciò non avviene si determina una sorta di corto circuito: in breve tempo ciò porta alla frantumazione della comunità, a dissapori, pettegolezzi ed altro. Basta rivolgere lo sguardo al cosiddetto “ambiente” passando in rassegna la miriade d’organizzazioni, gruppi e presunte comunità, per accorgersi che queste spesso sono state malate di orgoglio e protagonismo, sintomi di quel cancro moderno dove tutti possono fare tutto. È inevitabile, quindi, la frantumazione di un ambiente che invece di tendere, come organicamente è naturale, all’unione, tende a creare quante più parrocchie possibili. Ognuno difende a denti stretti l’esclusività di avere la verità assoluta, condannando tutti gli altri ad un ruolo di semplici comparse. Il settarismo di questi gruppi è pari al personalismo dei propri capi, individui che bramano il comando e il potere per nulla dissimili dai politicanti attaccati alle loro poltrone e ai loro innumerevoli vantaggi. Queste persone, ogni volta che si sono sistemate, anche grazie al sacrificio dei propri militanti, si sono sempre dimenticati di loro preoccupandosi solo dei propri affari personali. È necessario, quindi, che ogni comunità si preoccupi di porre l’attenzione sulla formazione dei militanti, capi inclusi, affinché si ristabilisca un clima capace di creare nuove distanze e nuove aggregazioni, non solo politiche, ma prima di tutto esistenziali.

Se vogliamo costruire qualcosa di duraturo per noi e per quanti ci seguiranno, nella sicurezza di lasciare una fiaccola di testimonianza, e non solo stupida vanità, dobbiamo riconoscere che l’azione deve essere svolta con umiltà e perseveranza.

Articolo tratto da Raido n. 25 - Contributi per il Fronte della Tradizione
Solstizio d’Estate 2002

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