Il colosso d’argilla
di Emilio Del Bel Belluz
Nelle ingiallite pagine di un rotocalco italiano “Tempo” ho trovato un articolo uscito cinquant’anni fa e, precisamente, il 17 maggio 1956. L’articolo titolava “Il film che fece arrabbiare Carnera”. La storia di questo pugile è passata attraverso tante fasi, una di esse di sicuro può essere considerata la conquista del titolo di campione del mondo, che lo proiettò nell‘olimpo del pugilato. Ma tra i tanti momenti vi fu quello della sconfitta che raggiunge inesorabile e puntuale ogni personaggio del mondo dello sport, quando finisce la sua ascesa. Esiste la salita a cui fa seguito l’inesorabile declino, e Carnera seppe accettare questo momento buio con orgoglio e dignità. Lo scoppio della seconda guerra mondiale limitò la sua attività agonistica e in qualche modo lo arrugginì. Ma dopo la parentesi bellica riprese in mano la sua vita e a trentanove anni ritorno all’agonismo, dapprima con qualche combattimento di rodaggio, ma in seguito, accortosi che non era più solido come la roccia e il tempo si faceva sentire, si dedicò alla lotta libera. Riprese la via dell’America, dove con la nuova disciplina conquistò il titolo di campione del mondo. Credo che aver conquistato due titoli mondiali in due discipline così diverse non abbia fatto che aumentare la sua fama mondiale. Lo attesero anni di duro agonismo, la lotta lo portò a girare il mondo, sempre accolto da milioni di persone, che vedevano in lui un esempio da imitare e una forza non solo fisica. Tanti italiani disseminati per il mondo si raccolsero attorno a lui e lo applaudirono, certi che nella sua tenacia e nel suo mondo ci fosse quell’Italia lontana che essi avevano sempre nel cuore. L’articolo uscito nel “Tempo” riguardava un film che nelle intenzioni del regista doveva rappresentare il mondo di Carnera, la sua vicenda umana. Narra la storia di un pugile argentino Toro Moreno che inizia la sua attività con una serie di falsi incontri realizzati con avversari compiacenti. Il suo procuratore lo imbroglia sulle borse guadagnate e quando il pugile giunge alla fine della carriera gli rimangono solo pochi dollari. Questo film è stato tratto dal romanzo di Budd Schulberg, autore anche dei libri: - Fronte del porto - e – Dove corri Sammy - . Tra gli interpreti c’è l’ex campione del mondo Max Baer, l’uomo che tolse il titolo a Carnera, e l’attore Humphrey Bogart prima della sua morte improvvisa. Carnera andò a vedere questo film con i figli che alla fine della proiezione gli chiesero se era la sua storia. Aldo Santini giornalista e scrittore nella sua opera – L’uomo più forte del mondo – scrive: “Carnera va a vedere Il colosso d’argilla in un cinema di Las Vegas, con i figli. E nel buio di quella sala affonda sotto la peggiore umiliazione della sua esistenza. I figli sono angosciati. Non immaginano che Toro Moreno sia il loro padre. Ma sanno bene che il loro padre è stato un pugile famoso, che ha conquistato la corona mondiale, come accade a Toro Moreno, sanno bene che un boxerur morì dopo essersi battuto con lui, e anche questo accade a Toro Moreno. Sono angosciati dalla crudeltà, dalla ferocia, dal cinismo, dagli interessi sotterranei di quel mondo dove il loro padre è stato un campione, il più leggendario di tutti. Tacciono. Ma usciti dal cinema, uno dei due, Umberto, chiede: “ Papà, la storia di Toro Moreno è vera o è inventata?”. Umberto ha sedici anni e Giovanna Maria quattordici. Carnera non risponde. Apre l’auto, fa entrare i figli, accende il motore. E’ Giovanna che lo prega di rispondere. E Carnera, con voce rotta dall’emozione, anzi dalla commozione, dice: “E’ una storia vera, o quasi. Ma Toro Moreno era un uomo fiducioso. Troppo fiducioso. E aprì gli occhi troppo tardi”. Quando Carnera ritornò in Italia per morirvi, venne accolto da una moltitudine di giornalisti che gli fecero molte domande anche molto dure che non riesco a riportare perché il ricordo mi rattrista e la RAI proiettò proprio in quei giorni il film “Il colosso d’argilla” che ricordava in qualche modo la vita del pugile friulano: un regalo di cattivo gusto. Un film che se rasentò qualche somiglianza alla vita del pugile friulano, di sicuro non era la sua storia. Carnera era un uomo onesto con un grande cuore e purtroppo per tanto tempo non fu compreso appieno. Un uomo che con il suo nome aveva donato prestigio all’Italia. Quel film che lo umiliò o voleva umiliarlo non scalfì minimamente la sua vita, egli poteva essere orgoglioso di tutto quello che aveva fatto. Ora a distanza di tanti anni per ricordarlo verrà girato un film sulla sua vita con attori molto importanti e con la speranza che la sua immagine di signore dell’onestà venga posta in alto. Il mondo ha bisogno di persone semplici e oneste e Primo può essere citato come esempio. Anche nella morte, avvenuta a soli sessantun anni, fu forte e seppe combatterla con estremo coraggio, il coraggio che hanno le persone oneste . Carnera non può essere in nessun modo accostato a Toro Moreno. L’autore dell’articolo sul rotocalco il tempo conclude dicendo: “Mentre Toro giace nel suo letto di ospedale, Willis si preoccupa di raccogliere la sua parte dei milioni promessi da Benko: e quest’ultimo fa sapere al pugile che la somma che gli spetta - dedotte le spese debitamente annotate – è di 49,07 dollari. The Harder They Fall non appare un’opera di fantasia. In effetti, la storia di Toro ricorda, sotto certi aspetti, quella che portò Primo Carnera alla conquista del titolo mondiale. E la morte sul ring, così come la si vede in questo film, non è infrequente. Per ironia della sorte, i colpi di Max Baer, che sostiene la parte di un sadico campione dei massimi, furono un giorno la causa diretta della morte di un suo avversario (Frankie Campbell, nel 1930) e contribuirono alla morte di un altro (Ernie Schaaf , nel 1933). Il personaggio del manager, dietro le quinte – Benko, nel film – ha i suoi equivalenti nella vita reale. La concezione di un pugile che non sarebbe altro che una macchina per pugni è stata rafforzata da non pochi managers. “I pugili vengono e passano”, dice nel film un organizzatore, “i managers restano. I pugili sono sporchi individui senza valore”. The Harder They Fall traccia un quadro autentico del pugilato nei suoi aspetti peggiori (che si presentano il più delle volte, in quel settore dello sport). Ed è Rod Steiger che, nel personaggio dell’amorale Benko, costituisce da solo un atto d’accusa contro la boxe”.
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