Franchi tiratori
Curto Malaparte nel suo libro “La pelle”, descrive la cronaca di ciò che era diventata l’Italia durante l’occupazione anglo-americana. Risalendo la penisola con le truppe alleate, si venne a trovare a Firenze nei primi frangenti in cui la città era stata liberata, divenendo testimone del processo sommario e conseguente fucilazione, di alcuni fascisti che nonostante l’abbandono della città da parte dei reparti in armi continuarono a combattere.
Questi combattenti, per di più giovanissimi, erano tutti volontari e ben conoscevano quale sarebbe stata la loro sorte, per diversi giorni tennero la posizione sui tetti di Firenze venendo stanati uno ad uno, infliggendo numerose perdite alle bande partigiane che sicure e baldanzose pensavano di entrare vincitrici in città.
Questa testimonianza descrive lo spirito di questi combattenti rimasti a combattere nella loro città e rende onore a costoro che col sangue ed il valore seppero scrivere una delle pagine di storia più eroiche della guerra civile in Italia.
***
I ragazzi seduti sui gradini di Santa Maria Novella, la piccola folla di curiosi raccolta intorno all’obelisco, l’ufficiale partigiano a cavalcioni dello sgabello ai piedi della scalinata della chiesa, coi gomiti appoggiati sul tavolino di ferro preso a qualche caffè della piazza, la squadra di giovani partigiani della divisione comunista Potente, armati di mitra e allineati sul sagrato davanti ai cadaveri distesi alla diffusa l’uno sull’altro, parevano dipinti da Masaccio nell’intonaco dell’aria grigia. Illuminati a picco dalla luce di gesso sporco che cadeva dal cielo nuvoloso, tutti tacevano, immoti, il viso rivolto tutti dalla stessa parte. Un filo di sangue colava giù per gli scalini di marmo.
I fascisti seduti sulla gradinata della chiesa erano ragazzi di quindici o sedici anni, dai capelli liberi sulla fronte alta, gli occhi neri e vivi sul lungo volto pallido. Il più giovane, vestito di una maglia nera e di un paio di calzoni corti, che gli lasciavano nude le gambe dagli stinchi magri, era quasi un bambino. C’era anche una ragazza fra loro: anche una ragazza fra loro: giovanissima, nera d’occhi, e dai capelli, sciolti sulle spalle, di quel biondo scuro che s’incontra spesso in Toscana fra le donne del popolo, sedeva col viso riverso, mirando le nuvole d’estate sui tetti di Firenze lustri di pioggia, quel cielo pesante e generoso, e qua e là screpolato, simile ai cieli di Masaccio negli affreschi del Carmine.
Quando avevamo udito gli spari, erano a metà di via della Scala, presso gli Orti Oricellari. Sboccati sulla piazza, eravamo andati a fermarci ai piedi della gradinata di Santa Maria Novella, alle spalle dell’ufficiale partigiano seduto davanti al tavolino di ferro.
Al cigolio dei freni delle due jeeps l’ufficiale non si mosse, non si voltò. Ma dopo un istante tese il dito verso uno di quei ragazzi, e disse: “tocca a te. Come ti chiami?”
“oggi tocca a me”, disse il ragazzo alzandosi “ma un giorno o l’altro toccherà a lei”.
“come ti chiami?”
“mi chiamo come mi pare” rispose il ragazzo.
“o che gli rispondi a fare a quel muso di bischero?”, gli disse un suo compagno seduto accanto a lui.
“gli rispondo per insegnargli l’educazione, a quel coso”, rispose il ragazzo, asciugandosi col dorso della mano la fronte madida di sudore. Era pallido, e gli tremavano le labbra. Ma rideva con aria spavalda, guardando fisso l’ufficiale partigiano. L’ufficiale abbassò la testa e si mise a giocherellare con la matita.
A un tratto i ragazzi presero a parlare fra loro ridendo. Parlavano con l’accento popolano di San Frediano, di Santa Croce, di Palazzolo.
“e quei bighelloni che stanno a guardare? O non hanno mai visto ammazzare un cristiano?”
“e come si divertono, quei mammalucchi!”
“li vorrei vedere al nostro posto, icchè farebbero, quei finocchiacci!”
“scommetto che si butterebbero in ginocchio!”
“Li sentiresti strillare come maiali, poverini!”
i ragazzi ridevano, pallidissimi, fissando le mani dell’ufficiale partigiano.
“guardalo bellino, con quel fazzoletto rosso al collo!”
“o chi gli è?”
“o chi gli ha da essere? Gli è Garibaldi”
“quel che mi dispiace”, disse il ragazzo in piedi sullo scalino, “gli è che d’essere ammazzato da quei bucaioli!”
“un la far tanto lunga, moccione!”, gridò uno della folla.
“se l’ha furia, la venga lei al mi posto”, ribattè il ragazzo ficcandosi le mani in tasca.
L’ufficiale partigiano alzò la testa, e disse “fa presto. Non mi far perdere tempo. Tocca a te”.
“se gli è per non farle perdere tempo”, disse il ragazzo con voce di scherno, “mi sbrigo subito”. E scavalcati i compagni andò a mettersi davanti ai partigiani armati di mitra, accanto al mucchio di cadaveri, proprio in mezzo alla pozza di sangue che si allargava sul pavimento di marmo del sagrato.
“bada di non sporcarti le scarpe!”, gli gridò uno dei suoi compagni, e tutti si misero a ridere.
Jack ed io saltammo giù dalla jeep.
“stop!”, urlò Jack.
Ma in quell’istante il ragazzo gridò : “Viva Mussolini!” e cadde crivellato di colpi.
Articolo tratto da Raido n. 25 - Contributi per il Fronte della Tradizione
Solstizio d’Estate 2002
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