Quella che da anni sembrava cosa scontata - vista la conferma di vari studi psicologici, a cominciare da quelli più noti di Gustave Le Bon (foto), che sosteneva una condizione quasi di annullamento dell’uomo in mezzo ad una folla che lo conduce ad un rapporto di totale dipendenza dal capo, di cui riconosce il carisma e in forza di essa ritiene conveniente seguirlo – è, invece, ancora oggi oggetto di ricerca scientifica e pare che anche gli studi più recenti (come leggerete di seguito) confermino i dati acquisiti: non tutti gli uomini sono uguali, alcuni sono fatti per comandare, la maggior parte no. Ma, a parte gli studi moderni, più o meno scientifici, c’era già l’antichità ad indirizzarci verso questa consolidata verità: “La maggior parte degli uomini sono come una foglia secca, che si libra e si rigira nell’aria e scende ondeggiando al suolo. Ma altri, pochi, sono come stelle fisse, che vanno per un loro corso preciso, e non c’è vento che li tocchi, hanno in se stessi la loro legge e il loro cammino”, dice un passo del magnifico “Siddharta”, capolavoro di Hermann Hesse. Una verità per eccellenza antidemocratica visto che conferma l’innata preferenza degli uomini per la gerarchia, l’istintivo bisogno di seguire un capo e la predisposizione naturale di alcuni a farsi obbedire, di altri ad essergli fedeli. Ed invece sui libri di sociologia e filosofia politica non facciamo altro che leggere di teorie basate sulla negazione di questa fondamentale verità, teorie fondate sull’uguaglianza che la stessa natura si sforza a smentire e che hanno portato a teorizzare regimi in cui il “diritto al potere” viene dal basso, da una rinuncia volontaria degli “uomini naturali” ai propri diritti, in nome di un’autorità che si assume essa stessa l’incarico di proteggerli e che, in un rapporto di totale dipendenza da coloro che gli hanno delegato il potere (es. Locke), deve seguire per forza di cose la volontà di questo insieme di individui e non la giusta via, essendo considerata appunto la maggioranza come l’equivalente di verità (es. Rousseau). Insomma, leggiamo in queste teorie una totale inversione dei valori tradizionali e della natura. Da sempre la massa era stata considerata incapace di avere volontà propria e un’equilibrata visione delle cose e dei propri interessi, presenti e futuri. Così a Roma la pensavano i conservatori, ma non molto diversamente anche i popolari, consci del pericolo di abbandonarsi al populismo, consci dell’ovvio postulato secondo il quale il numero non fa necessariamente (quasi mai) la qualità. Così anche Machiavelli, sebbene sia anche lui ad aprire la strada alla sovversione dei valori, forse anche a causa di una cattiva comprensione del suo pensiero. Insomma, era questa una di quelle verità intoccabili, quasi scontate, che solo l’arroganza e pochezza dell’epoca contemporanea poteva pensare di smantellare progressivamente, così come ha ormai fatto. E a noi, che all’esperienza che viene dal passato rendiamo onore e ne facciamo maestra di vita, non resta che consolarci leggendo questi studi pseudo-scientifici che ripetono, in salsa modernista e deviata, una verità che i nostri padri conoscevano già, non in virtù della loro cultura, ma della loro pietas.
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