Racconto di guerra - Linea Wotan
A vedere il rifugio in mezzo al prato, le nostre montagne sullo sfondo, il cielo primaverile, uno non direbbe che c’è una guerra. C’è gente seduta ai tavoli fuori, vestiti da montanari come nei quadri con le scodelle di legno e il fiasco di vino. Noi siamo affamati, ci avviciniamo, il peso della marcia nelle gambe e quello dei MAB sulle spalle.
Ci vedono e cala il silenzio, non vogliamo fare del male alla nostra gente, ma abbiamo le armi e c’è la guerra, è normale che abbiano paura.
Per non disturbarli entriamo dentro, ci sediamo a un tavolino mentre un paio di persone escono. Puzziamo di morte, l’abbiamo attaccata alle nostre divise nere, ai teschi e tibie che portiamo come pirati. E noi stessi siamo già morti in quanto la guerra è persa, lo so, possono menarmela tutto il giorno col contrattacco imminente e le armi segrete che stanno per essere rovesciate sugli invasori, la realtà è che quando i tuoi ti fanno il vuoto attorno e ti guardano come se fossi scappato da un manicomio vuol dire che la guerra è persa, punto.
Siamo affamati e in quattro non abbiamo una lira, Spaggiari, che è il capo pattuglia, mette una granata sul tavolo e si rivolge alla moglie dell’oste, che sembra più sveglia.
“Da mangiare e da bere!”
Veloce come il vento ci porta una bottiglia di grignolino e i bicchieri, poi arrivano il pane e il battuto di lardo col pepe, per un attimo la guerra torna lontana.
Ci siamo rilassati, il vino e la stanchezza hanno fatto il loro lavoro, abbiamo lasciato che le armi cadessero a terra, quel che è successo dopo è stato meritato.
“Fascisti! Alzate le mani o sparo!!”
Era li sulla soglia, uno in abiti civili, cercava inutilmente di fare una faccia feroce, ma aveva un mitra. Le nostre armi erano a terra, se ci fossimo chinati per prenderle sarebbe partita la sventagliata e non c’erano ripari. Mi giro verso gli altri tre con me, si sono già arresi, non hanno ancora trovato il coraggio di muovere le braccia per alzarle, ma hanno la resa scritta in faccia. Si erano già arresi dentro anche prima che quel partigiano spuntasse fuori, l’ho capito in un lampo, ed è questa la cosa che più mi ha fatto salire la rabbia. E’ per questo che mi sono alzato dalla sedia e sono andato verso di lui con le braccia non alzate, ma aperte, mettendomi tra la bocca del mitra e gli altri camerati.
” Tu non hai le palle per sparare. ”
Ha in mano la mia vita, eppure è lui a tremare, anche a distanza sento la puzza dell’alito che viene a tutti quando si secca la gola, il mio non deve essere diverso.
Non è neanche giovane, un mingherlino sulla cinquantina col gilettino di lana e gli occhiali di tartaruga. Il maestro di scuola del paese? L’avvocato? Sa di Azione Cattolica e di disinfettante, e io ora sono davanti a lui con le braccia in croce, come Cristo che versa il proprio sangue per la salvezza degli altri. Io che in tutta la vita non ho mai messo piede in una chiesa.
E non sento paura, solo pietà e ribrezzo, voglio morire, si, perchè da morto i partigiani non mi potranno torturare. Perchè la vedo la tortura in quei pozzi di paura che sono i suoi occhi, lui che sta facendo l’eroico catturatore di camicie nere, vedo nei suoi occhi quel che succederebbe se io fossi legato e lui potesse avvicinarsi, e preferisco una raffica veloce.
” Tira quel grilletto, merda, ti faccio vedere che differenza c’è tra te e un uomo. ”
Lui chiude gli occhi e tira il grilletto, anche io li chiudo, sento la raffica, un gran casino, l’odore della polvere da sparo. Però sono ancora in piedi, o forse non mi sono accorto di essere caduto.
“Ocio Angelo, spostati!!”
Di puro istinto mi butto di lato, sento una raffica diversa, è un MAB questo. Torna la vista, come se il film della mia esistenza si fosse incantato per un attimo e ora riprendesse a scorrere. C’è il partigiano a terra, boccheggia come un pescegatto, il sangue si sta già spargendo per il pavimento. Più in alto il soffitto è tutto butterato.. sto coglione non è stato capace di dominare il rinculo… la sua raffica mi è passata sopra la testa. Mi ha negato la morte eroica, per una volta che ero pronto.
Raccolgo il suo mitra, è uno Sten, una cosa brutta fatta di alluminio stampato, produzione in serie senza alcuna qualità , i nostri MAB vecchio modello sono meglio.
Anche il calcio è metallico, per un attimo immagino la vibrazione che si propagherebbe al mio braccio se lo usassi per aprire la testa della cosa che sta rantolando ai miei piedi.
Ma in quella maniera metterei fine alla sua sofferenza, decido piuttosto di ignorarlo, prendo lo Sten per la canna, lo sfascio contro una colonna di legno scheggiandola profondamente. E’ vero, un’arma in più anche se brutta tornava utile, sbattendola in quella maniera potevano partire dei colpi e ferire gli altri, o me, non era il caso di fare più danni alla stanza del povero oste che ci aveva offerto il pranzo.
Non me ne può fregare di meno.
Spaggiari mi tocca la spalla.
” Adesso basta Angelo, usciamo. ”
Si esce, tre col MAB e uno con la bomba a mano pronta. Siamo ancora vivi, ma per quanto? Ci saranno altri partigiani? Ci prenderanno adesso o fra un mese? E soprattutto avrò una morte pulita come potevo averla oggi o mi cattureranno vivo? Panizzi per non saper cosa dire si mette a cantare a bassa voce.
” Ci sparano alle spalle per le strade, che di venirci avanti hanno paura… ”
Non importa più nulla, anche se la guerra è persa, ora che ho potuto vedere chi sarà a ereditare la nostra Italia. Ora so perchè combatto e non mi fermerò fino all’ultimo respiro.
Perseo
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