10 febbraio 1945: mai dimenticare
In questa data fu stipulato un cosiddetto “trattato di pace” tra l’Italia ed i paesi vincitori della seconda guerra mondiale. Termine che abbiamo voluto inserire tra le virgolette perché si trattò più esattamente di un diktat vero e proprio, una palese prepotenza che il governo italiano accettò senza fiatare, coprendosi di vergogna agli occhi del mondo. Il rappresentante del nostro paese si vide costretto a mettere una firma su un documento che, in uno dei suoi 90 articoli, giustificava e rendeva tutelati tutti coloro i quali si erano resi protagonisti, fin dall’inizio delle ostilità, di collaborazione con gli anglo-americani o con i bolscevici. Insomma, tutte le spie che agivano nell’ombra e si schierarono contro l’Italia già prima dell’8 di settembre. Inoltre, ancor più grave, un articolo legittimava le eventuali requisizioni forzate da parte dei paesi vincitori sui beni privati dei cittadini italiani presenti sul proprio territorio. Proprio così. Un furto ai danni di civili inermi veniva reso ufficiale ed accettato dai governanti di coloro i quali lo avevano dovuto subire sulla propria pelle. Questo il preambolo alle conseguenze geopolitiche del trattato: i trasferimenti territoriali ai quali l’Italia dovette piegarsi a favore delle nazioni confinanti vincitrici nel conflitto. L’articolo 11 elencava le terre che dovevano essere cedute alla Jugoslavia. Si trattava del territorio di Zara, del Carnaro, dell’isola di Lagosta e di gran parte della Venezia-Giulia, ossia l’Istria, Fiume, il Carso triestino e goriziano e l’alta valle del fiume Isonzo. Terre italiane da sempre. La città di Trieste, considerata territorio libero, venne suddivisa in due zone: la zona A affidata agli alleati e la B agli iugoslavi. Nel 1954 la zona A tornò all’Italia, mentre la B continuò ad avere un’amministrazione slava. Nel 1975, infine, con il trattato di Osimo, altra tappa che copre di ignominia il nostro governo, la zona B veniva definitivamente lasciata alla Jugoslavia. E così il nostro paese perse per sempre l’estremità nord-occidentale della penisola istriana con le città di Pirano, Isola e Capodistria abitate da una popolazione in gran parte italiana. La tanto decantata autodeterminazione dei popoli venne così vituperata e i bellicosi e famelici propositi della Jugoslavia di Tito vennero avallati. Anni di atroci sofferenze subite dalle popolazioni italiane in territori in cui da secoli erano state sovrane, checché ne sostenga una pessima retorica antifascista ancora oggi, e profanate da politici inetti o, come nel caso di Togliatti, in mala fede. Zerbini assupinati al bagliore della stella a cinque punte si piegarono al cospetto degli jugoslavi proponendo la cessione della città di Gorizia, purchè Trieste rimanesse all’Italia. Fortunatamente l’ingordigia di Tito fece sì che la pezzente proposta venisse rigettata al mittente con giustificato spregio verso i miserevoli del PCI. Spregio che veniva concesso a Tito anche da parte delle potenze anglo-americane che riconoscevano nella sua figura l’unico in grado di poter tenere a bada nei Balcani le ambizioni sovietiche di avere uno sbocco sul Mediterraneo. Chi cercò di opporsi in tutti i modi a quella triste evenienza furono le popolazioni istriane, fiumane e zaratine che, attraverso i loro rappresentanti, si pronunciarono chiaramente a favore dell’Italia. La delegazione, che si incontrò più volte con De Gasperi, non fu, però, neanche ammessa al tavolo delle trattative. Così come rimase inascoltata la richiesta del Comitato di Liberazione Nazionale di Pola che chiedeva un referendum per stabilire quale dovesse essere il destino delle terre di frontiera. Tutto però fu inutile. Ormai i giochi erano belli che fatti. E tutti a danno dell’Italia. Lo ammise lo stesso presidente del consiglio Alcide De Gasperi, ammise esplicitamente che secondo i canoni di giustizia quell’immondo trattato non sarebbe dovuto essere accettato, ma le cosiddette cause di forza maggiore agirono anche in quel caso. E così avvenne che il nostro ambasciatore, Meli Lupi di Soragna, pose la propria firma e ratificò il trattato; ratificò un supplizio che dovranno subire sulla propria pelle 350.000 italiani costretti all’esilio, quelli in sostanza che non finirono torturati, uccisi e precipitati nelle foibe carsiche dai partigiani titini, come invece accadde a migliaia d’altri. Quello stesso 10 febbraio Maria Pasquinelli, come estremo atto dimostrativo, uccise il comandante della guarnigione inglese d’istanza a Trieste De Winton, e lasciò questa laconica confessione:”Io mi ribello, col fermo proposito di colpire a morte chi ha la sventura di rappresentarli, ai Quattro Grandi i quali, alla Conferenza di Parigi, in oltraggio ai sensi di giustizia, di umanità e di saggezza politica, hanno deciso di strappare ancora una volta dal grembo materno le terre più sacre d’Italia, condannandole o agli esperimenti di una novella Danzica o con la più fredda consapevolezza, che è correità, al giogo jugoslavo, sinonimo per la nostra gente indomabilmente italiana, di morte in foiba, di deportazioni, di esilio”. Onore a lei e a quanti si sacrificarono per la causa della loro terra, disprezzo per chi ancora oggi ne dissacra la memoria attraverso il metodo della mistificazione di chiaro stampo antifascista…
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