Conferenza EvoluzionismoRiceviamo e pubblichiamo la recensione dello scorso convegno organizzato da Raido.

Promossa dall’Associazione Culturale Raido, si è tenuta lo scorso 9 febbraio, nei locali della sala Ouverture, la conferenza “Deriviamo davvero dalle scimmie?”. Relatori: Rutilio Sermonti, Giuseppe Sermonti e Maurizio Blondet. Dopo una breve introduzione, ha preso la parola Rutilio Sermonti. Il grande combattente nonché scrittore, storico e zoologo, ha subito esordito capovolgendo il concetto epistemologico di causa-effetto, minando alla base le già rachitiche radici del dogma evoluzionistico. In realtà non si tratta più di “giustificare” l’evoluzionismo alla luce del marxismo, bensì è il marxismo stesso che, in un certo qual modo, trae la sua ragione di vita alla luce dal “sistema” darwiniano. In poche parole, si è verificato in materia un paradossale processo di “capovolgimento generazionale” secondo il quale il “figlio” assume il ruolo di “genitore” del suo stesso padre. Per cui il marxismo , che ha posto l’economia e il materialismo alla base dell’intimo divenire delle vicende umane, viene in un certo qual modo “giustificato” a sua volta dalla posteriore codificazione della teoria evoluzionistica, che, proseguendo sulla “sinistra” strada della demolizione d’ogni ipotesi di progetto divino, trae legittimità dallo stesso perverso processo di “reificazione” spirituale inaugurato dal cattivo maestro di Treviri. Si è andata così affermando una masochistica quanto deleteria ideologia secondo la quale “l’evoluto” trae la sua complessità a partire da una caotica materia indifferenziata. Insomma: il superiore scaturisce dall’inferiore. Non esiste un principio ordinatore, tutto è caso, e questo è un indirizzo di pensiero che sembra fatto apposta per legittimare il liberismo cieco e sfruttatore dei tempi moderni. Ha preso poi la parola il fratello genetista di Rutilio, Giuseppe Sermonti. Il celebre uomo di scienza, che tuttavia rappresenta uno dei più temibili avversari dell’odierna degenerazione scientista, ha proseguito sul filo discorsivo già tracciato dall’illustre storico, sottolineando il connotato prettamente lobbistico acquisito dal contemporaneo indirizzo evoluzionista . Si tratta di un concetto ormai superato, ma che ancora viene passivamente e acriticamente accettato e inculcato, per convenienza o per quieto vivere, già nelle plasmabili menti delle giovani generazioni, e chiunque osi sollevare obiezioni alla vulgata è accusato seduta stante di bieco oscurantismo. Colpevole di hybris davanti a Dio e agli uomini, tuttavia, l’evoluzionismo sta paradossalmente per cadere vittima della sua stessa arroganza, evolvendosi (o involvendosi…) a sua volta e acquisendo tre diverse e successive accezioni. La prima contempla l’idea di evoluzionismo come ottimistico progresso. La seconda considera l’evoluzionismo come adattamento all’ambiente, rinunciando a qualsivoglia ipotesi di miglioria. La terza, prevede l’evoluzionismo come semplice modifica, possibile anche in senso peggiorativo, abbandonando in tal modo ogni speranza di pensare “alto”. Le moderne teorie, tuttavia, minano alla base tutte e tre le ipotesi epistemologiche testé illustrate, contemplando, nell’ambito delle recenti acquisizioni sperimentali, due inediti “indirizzi”: quello delle specie derivate, ovverosia le forme biologiche specializzate rispetto all’embrione onde adattarsi in modo ottimale al proprio ambiente (le scimmie, ad esempio), e quello delle specie originali, cioè gli organismi “primari”, poco differenziati rispetto all’embrione e “onniadattabili”. In questo senso, la scimmia è “molto evoluta”, in quanto il fenotipo è assai differenziato nelle due forme, neonatale-esemplare adulto, e ciò, come si è detto, consente un elevato livello di adeguamento alla nicchia ecologica “prescelta”. L’uomo, al contrario, è “poco evoluto” poiché il suo fenotipo risulta assai poco differenziato nelle due forme “iniziale” e “finale”, tale da non permettergli un adattamento particolarmente localizzato ma, al contrario, consentendogli una eccezionale “plasticità”. Da tutto questo quadro teoretico è escluso ogni concetto di “derivazione”, nel senso che scimmia e uomo sono specie sorelle, non derivate, introducendo così in euristica l’indirizzo dello “sviluppo non consequenziale” (o “parallelo”): più specie hanno svolgimenti indipendenti a partire da una matrice comune. Una “matrice” misteriosa.

Il terzo relatore, Maurizio Blondet, è un giornalista e scrittore gravitante nell’area della tradizione, anch’egli strenuamente impegnato a combattere nella trincea antievoluzionista. Blondet, in altre parole, ha confermato la versione esposta dal precedente relatore: al contrario della vulgata comunemente accettata, l’uomo è l’origine, la scimmia è la discendenza. Avendo come peculiare “nicchia ecologica” il mondoDeriviamo davvero dalle scimmie? interiore, egli non è nato per nessun ambiente in particolare ma può “comprenderli” tutti. La sua versatilità somiglia a quella delle staminali “totipotenti”, una potenzialità pressoché infinita, che gli permette un illimitato ventaglio di opzioni e differenziazioni. Un esquimese e un boscimano sono sempre fecondi e in grado di accoppiarsi e procreare , mentre già tra leoni e tigri, pur ricompresi nella stessa specie dei mammiferi-felidi, ci sono grosse incompatibilità. Questa illimitata libertà richiama alla mente il libero arbitrio evocato dai padri della chiesa. Blondet ha poi declinato il problematicismo evoluzionista in chiave storico-filosofica. La nefasta teoria riduzionista sembra piovuta quasi “messianicamente” tra le cupe atmosfere dell’Inghilterra vittoriana come a giustificare, nell’ambito appunto di una spietata selezione naturale, una presunta superiorità della cultura anglosassone rispetto alle tante “realtà” brutalmente assoggettate con uno spietato colonialismo oppressore e predatorio. Il marxismo, tramite il grimaldello evoluzionista, ha visto confermata l’ineluttabile futura vittoria del proletariato sull’ormai soccombente - perché appunto superata evoluzionisticamente - borghesia. Il liberismo ha ottenuto, tramite la stessa eclettica dottrina darwiniana, la garanzia della propria “evangelica virtù” ipostatizzatasi in terra attraverso l’ameboide, proteiforme processo che porta il capitalismo, con un continuo, parossistico “clinamen” di scorporazioni, fusioni e aggregazioni dal sapore vagamente atomistico-democritee, ad affermare la legge del più forte in quanto il più buono, il più efficiente,il meglio rispondente alle necessità del mercato e del consumatore. Ma forse l’imperscrutabile legge dell’eterogenesi dei fini sta facendo in modo che il darwinismo, proprio attraverso i suoi stessi spietati, meccanicistici processi selettivi, stia per essere “umiliato” dalle più recenti scoperte scientifiche e tecnologiche. A gettare poderosi massi sull’autostrada evoluzionista ci ha pensato in primo luogo la scoperta del dna, che ha rivelato la straordinaria armonia, complessità e “durata nel tempo” del codice genetico. Il dna, infatti, è un software, un codice intelligente, un sublime messaggio di cui una misteriosa mente ordinatrice si serve per trasmettere la sua volontà, il suo “progetto”, alla materia vivente. Così come il software non funziona senza un esperto informatico che “avvia”, “resetta”, “programma”, formatta”, ecc., allo stesso modo l’evoluzionismo è completamente spiazzato davanti all’ignoto enigma celato tra le spire dell’armonica struttura elicoidale. Un “messaggio” capace di trasmettersi intatto per milioni di anni - vedi il codice dna del coccodrillo o dello squalo, tra i più antichi organismi viventi - laddove dopo poche migliaia di anni anche la pietra più dura si sbriciola e scompare. L’altro siluro lanciato alla zattera darwiniana è il microscopio elettronico. La cellula più semplice, sottoposta al potente occhio indagatore di questo prodigio della tecnica, appare come un’astronave di strabiliante complessità: una struttura discoidale con milioni di “porte” d’accesso che collegano l’esterno a una complicatissima rete interna consistente in migliaia di canali e vie di comunicazione, con tanto di centri di distribuzione, fabbriche di materiali, sistemi di trasporto, meccanismi di carico e scarico. Una “comunità” vivente e dinamica, dotata di un nucleo intelligente simile a una centrale direzionale. Tutto ciò ha portato all’elaborazione della clamorosa teoria della “complessità irriducibile”. Adottando a paradigma esemplificativo l’essenziale, smilzo organismo di un “ciliato”, si è arrivati a prendere atto che queste creature sono dotate, onde garantirne il movimento, di tre semplici elementi irriducibili. Si tratta di tre proteine tutte egualmente indispensabili al corretto funzionamento delle “vibrisse” dell’animale, consentendo in tal modo al microrganismo una notevole capacità natatoria. In altre parole, le tre suddette proteine, per garantire vitalità al “cigliato” “devono” essere state “progettate” contemporaneamente, e non tramite successivi tentativi condotti alla “cieca”, a casaccio. Se ipoteticamente fosse mancata una sola delle tre proteine, l’organismo non è che avrebbe funzionato “di meno”. Esso non avrebbe funzionato affatto. E’ questa appunto l’ipotesi della teoria della complessità irriducibile: una complessità che, per essere “razionale”, non può essere assolutamente semplificata in quanto la mancanza di un solo elemento, anche il più insignificante, avrebbe compromesso la resa dell’intero apparato. Questa teoria, a differenza di quella evoluzionista, non pretende d’imporre aprioristicamente una totalizzante visione del mondo e dell’uomo tentando di soppiantare il darwinismo, ma mira soltanto a convincere gli zelanti fanatici dell’onnipotenza del caso a prendere in considerazione altre opzioni.

SpAng

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