Il pugile con la valigia
di Emilio Del Bel Belluz
Avevo comperato alcuni anni fa un vecchio libro dove trovai un racconto che mi piacque particolarmente. Narrava la storia di un vecchio gladiatore del ring, un pugile che aveva provato ogni esperienza. Tra le pagine del libro trovai una cartolina che rappresentava una nave da crociera. Una di quelle navi di un tempo che solcavano l’oceano e che portavano le persone ricche a conoscere il mondo. Il proprietario di questo libro aveva scritto sul retro della cartolina la partenza e l’arrivo del suo viaggio verso il Brasile. La nave portava il nome Oceania ed era indirizzata a un monsignore di Trieste. Poche parole vi erano scritte: la firma e i saluti. Il libro portava questo titolo “Senza titolo” di TA HO MA, edito dalla casa Editrice “La Prora “di Milano e la cartolina stava a pagina novantacinque dove iniziava il racconto “Il vecchio gladiatore”. Qui era narrata la storia di un pugile che viveva in Brasile, ma di nazionalità italiana. Si trattava di un peso massimo, un tempo molto famoso nel mondo del pugilato. In Brasile i suoi incontri erano reclamizzati con grandi manifesti. Era dotato di una forza erculea e di un fisico da gigante tanto che veniva paragonato al nostro indimenticabile Primo Carnera. La gente lo amava e le sale dove si svolgevano i suoi incontri erano sempre gremite. All’apice della fama, saliva sul ring almeno due volte al mese e vinceva con il suo micidiale destro d’incontro. Le donne lo amavano per la sua prestanza fisica e il suo aspetto gradevole e se lo contendevano. Enrico, questo era il suo nome, era sensibile al richiamo dell’amore e non disdegnava le attenzioni femminee. L’unica malinconia che gli bruciava dentro era quella della lontananza dalla sua Patria. Gli italiani, giunti prima di lui a San Paolo del Brasile lo andavano a trovare e gli erano vicini. Nelle notti di baldoria ricordavano l’Italia, in particolare il Veneto, poiché lui era nato in un paese vicino a Treviso. In quegli allegri momenti, dovuti a del generoso vino ricordava il suo paese e ripensava a sua madre che gli mancava da tanto tempo. Quando giungeva una nave dall’Italia correva al porto e si commuoveva ogni volta che incontrava persone giunte dal suo Veneto. Conservava sempre nel suo cuore il desiderio di poter tornare in patria con un gruzzolo di denaro sufficiente per acquistare una casa nella campagna veneta e poter riabbracciare i suoi amici lasciati quando era adolescente. Tra la gente che attendeva l’arrivo del piroscafo Enrico lo si notava subito per la sua mole gigantesca che si stagliava come un campanile. Ogni tanto ospitava nella sua casa qualche italiano che non aveva mezzi per poter alloggiare in un albergo. Con il trascorrere del tempo il desiderio di rientrare in Italia diveniva sempre più forte ed era sempre presente in lui. Molte sere si recava al porto e restava a lungo a osservava il mare, sognando il giorno del suo ritorno in patria. Denaro ne aveva messo da parte abbastanza, ma voleva guadagnarne ancora per ritornare davvero ricco. Nei suoi sogni gli apparivano spesso il curato e il sindaco del paese che preparavano i concittadini ad accoglierlo festosamente, Voleva diventare grande come il suo idolo Primo Carnera di cui si continuava a parlare anche se aveva subito la perdita del titolo di Campione del mondo. Enrico una sera di novembre in uno dei suoi ultimi incontri fece una pazzia: davanti a lui aveva come avversario un pugile argentino, giunto in Brasile in cerca di fortuna. Questi non aveva una grande stazza come di solito hanno i pesi massimi, mostrava un fisico piuttosto tarchiato e in qualche modo sgraziato. Egli però aveva bisogno di combattere, perché non aveva molti soldi e si era messo a disposizione degli organizzatori. Enrico in quell’incontro fece l’errore più grave della sua vita. La troppa sicurezza di potersi sbarazzare facilmente di questo avversario gli fece scommettere tutti i risparmi accumulati in quegli anni. Fece una scommessa con un uomo del posto che aveva raccolto delle informazioni sul pugile argentino e si era convinto che avrebbe potuto battere l’italiano. La moglie di Enrico non immaginava minimamente che suo marito avrebbe messo in palio in quel modo il suo futuro e quello della famiglia. Era certa che il sogno di tornare in Italia fosse quasi raggiunto. Quella sera sul ring di San Paolo, davanti a migliaia di tifosi che riempivano l’arena, purtroppo perse l’incontro e con esso il gruzzolo tanto sognato. Un destro d’incontro a freddo lo fulminò e lo mandò a terra, davanti al suo pubblico. I suoi sogni svanirono per sempre e con essi svanì la speranza di tornare in Italia. Il tizio che aveva vinto la scommessa non volle attendere neppure un giorno per ritirare la sua vincita, e il conto di Enrico si prosciugò in un attimo. Tutto il denaro di molte stagioni di pugilato si sciolse come la neve al sole, in una sfortunata sera di novembre, così si indebolì pure la sua fama. I tifosi non andavano più ai suoi incontri e dovette vendere la casa e cercare la sistemazione in una abitazione più modesta, assieme ai figli e alla moglie che gli furono accanto con grande amore e dolore. Laura aveva perdonato il suo gigante, specialmente ora che lo vedeva triste dimostrava di amarlo ancora di più. Enrico, dopo una serie di incontri piuttosto deludenti, si era visto togliere a poco a poco il suo nome dalle locandine pubblicitarie e il guadagno si faceva sempre più modesto, tanto che con il passare del tempo fu costretto a fare lo scaricatore presso il porto, lavorando come uno schiavo. Ma con questa nuova fatica il pane non mancava alla sua famiglia. Alla domenica frequentava con la moglie la chiesa e dopo la messa non sostava più all’osteria per bere con gli amici. I due figli maschi studiavano presso la scuola dei frati così loro avrebbero potuto avere una vita migliore grazie allo studio che a lui era mancato. Tutto quello che aveva avuto finora dalla vita lo poteva racchiudere stretto tra le mura domestiche. Ora nella modesta dimora nel cassetto di un tavolo custodiva i ritagli dei giornali che descrivevano i suoi trionfi, quei giornali che ora lo avevano dimenticato. Non aveva più amici tra i giornalisti, anche quelli che aveva sempre aiutato con la sua disponibilità durante la gloria se ne erano andati. Un giorno dall’Italia giunse in Brasile un facoltoso personaggio, un rappresentante della nobiltà italiana, quel che si definisce un pezzo grosso, un uomo ricco non solo di soldi. Una sera mentre si trovava in un ‘osteria con un italiano residente a San Paolo, vide entrare il pugile Enrico vestito in modo dimesso e solitario si era accostato al bancone a bere un bicchiere di vino. Il nobile si incuriosì e chiese subito notizie su di lui. Il racconto della storia di Enrico lo intenerì e quella sera stessa invitò a unirsi a loro due. Il ricco signore era un armatore, che con la sua nave commerciava con il Brasile e altri paesi. Il giorno seguente, verso mezzogiorno, decise di recarsi a casa del pugile e qui trovò tutta la famiglia riunita a tavola che stava consumando il misero pasto. Appena entrato in quella umile dimora, rimase colpito da un grande crocefisso appeso accanto al caminetto della cucina. Egli era un vero cristiano e gli piaceva sapere che la gente povera avesse grande rispetto per Dio. Durante la notte, mentre ripensava alla famiglia appena conosciuta, prese una generosa decisione: propose a Enrico di aiutarlo affinché potesse ritornare in Italia con la sua famiglia. Lui avrebbe pensato al viaggio di ritorno e gli avrebbe donato una casa e un appezzamento di terreno proprio vicino al paese dal quale Enrico era partito, ossia il paese natale. La gioia e la gratitudine riempirono gli animi di tutti i componenti della famiglia. Il Natale si stava avvicinando e l’arrivo di questa notizia fu considerato come un grande miracolo. L’armatore aveva un progetto sul pugile gli sarebbe piaciuto vederlo combattere in Italia: un sogno che conservò dentro di sé. La famiglia trascorse il Natale con tanta devozione, ringraziando con tante preghiere il Signore del bene ricevuto. Si deve sempre pensare che la divina Provvidenza non ci abbandona mai e noi dobbiamo sempre sperare. Con l’anno nuovo salparono per l’Italia. Il ricco armatore mantenne la sua promessa. Alla famiglia venne donata una casa colonica con la stalla e vari animali. Enrico avrebbe potuto fare il contadino a tempo pieno e i figli completare i loro studi, speranzosi di un futuro migliore di quello paterno. Ma per tutta questa fortuna doveva avere una ricompensa e l’armatore l’attendeva ed era ben chiara nella sua mente: avrebbe proposto al suo amico di tornare sul ring ; di sicuro nella categoria dei pesi massimi avrebbe potuto scrivere ancora una pagina dignitosa, una storia nella storia. Conosciuto l’arrivo del pugile Enrico, i giornali cominciarono ad occuparsi di lui scrivendo la sua vicenda umana. Una sera volle parlare con la moglie della proposta fattagli dal benefattore; la esaminarono con una certo interesse. Si trattava di ricavare dallo sport che tanto amava e che tanta gloria gli aveva procurato nuovi traguardi. E accettarono la proposta. A Enrico non dispiaceva salire sul gradino più alto in Italia, e allo stesso tempo si sentiva in debito con l’armatore che lo aveva aiutato. A decisione presa, tolse da un cassetto alcune foto dei suoi combattimenti in Brasile, quelle dei trionfi e quella della sconfitta, la dove lo si vedeva al tappeto, la sconfitta che gli aveva tolto tutto, proprio tutto. Una lacrima gli rigò il viso. Laura non disse nulla, gli prese una mano e gliela baciò. Ciò che di negativo era capitato doveva essere dimenticato. Anche gli errori spesso aprono nuove strade per poter risalire. Erano giunti in Italia e grazie alla generosità di un uomo che si era commosso davanti a quel sfortunato destino. Superata la malinconia, Enrico decise che avrebbe rimesso i guantoni per combattere, ricominciando la vita di vagabondo del ring che non gli dispiaceva affatto. Il mattino seguente dopo aver sistemato la stalla e svolto altri lavori si recò in un paese vicino dove vi era un allenatore di pugilato, un valente maestro. Inforcò la bicicletta e senza troppa fatica raggiunse quel paese. Lungo la strada sui fermò all’osteria del ponte, dove avrebbe chiesto precise notizie dell’allenatore. Attese il pescatore, suo vecchio amico che arrivava, da sempre, all’osteria dopo la pesca mattutina con un piccolo carretto trainato da un asinello. Era lui che gli aveva parlato di questo allenatore. Era un tipo allegro che non disdegnava di bere qualche bicchiere di vino se riusciva a fare un buon affare. Famosi erano gli sconti che praticava a coloro che in cambio del pesce gli portavano del vino, cosa che lui gradiva più di tutto: il vino era la consolazione e la sua rovina. Ripeteva sempre che solo il vino gli toglieva i pensieri e lo aiutava a vincere la solitudine. Era infatti un uomo solo: aveva perduto tutto , anche la donna che amava. Enrico lo vide subito, gli si avvicinò scherzando su come era andata la pesca. Nel carretto c’era una tinca da sei chili che si dimenava e in un secchio alcune carpe una di cui una era ancora viva. Appena avuta l’informazione, Enrico cercò di non perdere altro tempo, perché da poco era suonato il mezzogiorno e sicuramente il vecchio si trovava in casa per il pranzo. La sua abitazione era la prima del paese vicino al ponte vecchio, una modesta casa di pescatori, che lui aveva sistemato. Vi abitava con la moglie, una vecchia malandata che soffriva d’asma, ma che aveva un volto bello e dolce che sembrava quello di una fata. Enrico dopo aver esposto al vecchio allenatore la sua intenzione di rimettersi i guantoni, non trovò in lui molta disponibilità, anzi precisò che da anni non si occupava più di boxe. L’ultimo suo pupillo si era impossessato della corona dei pesi medi alcuni anni fa e aveva cercato fortuna in America dove ogni tanto gli mandava qualche soldo. Da allora non aveva allenato più nessuno. Ma Enrico insistendo lo convinse ad accoglierlo come allievo. Davanti a un buon bicchiere di merlot, si strinsero la mano. Enrico gli giurò che non avrebbe più bevuto un goccio di vino, che quello era l’ultimo bicchiere, il primo sorso di vino lo avrebbe bevuto quando avesse conquistato il titolo italiano dei pesi massimi: solo allora e in nessun’ altra occasione. L’allenatore consegnò ad Enrico alcuni indumenti e un sacco piuttosto mal concio, ma era meglio di niente. L’indomani mattina sarebbe recato da lui per incominciare gli allenamenti. Da quel giorno passarono due mesi ed Enrico a trentatré anni ricominciò la sua carriera. In quel periodo aveva appreso tutto ciò che l’allenatore Sandro gli aveva insegnato, cercando di comportarsi da bravo allievo. Una seconda carriera era iniziata, nel migliore degli auspici e non ci sarebbero stati colpi di testa. Anche Laura lo aiutava in tutti i modi. Il clima familiare era sereno. Solo un timore lo rodeva: temeva di deludere il suo allenatore e l’armatore che scrupolosamente si informava degli allenamenti e dei progressi del suo pupillo. Era un momento difficile per il pugilato, la guerra aveva distrutto l’economia e di soldi ve ne erano davvero pochi. Ma questi problemi non avevano scoraggiato Enrico, né il suo allenatore. I primi incontri di rodaggio li sostenne nel trevigiano, riportando alcune significative vittorie per KO, tanto che la Gazzetta dello Sport gli aveva dedicato alcuni articoli, raccontando la sua storia, i gloriosi successi ottenuti in Brasile, ma avevano sottolineato pure il suo declino dopo aver perso tutto ciò che aveva accumulato in un solo momento. Dopo una serie di incontri di rodaggio, si arrivò alla sfida al titolo italiano. L’incontro si sarebbe svolto ad Ancona, residenza del detentore del titolo. Intanto in questo periodo Enrico aveva trovato nel suo allenatore un vero amico e amico era pure l’armatore che ancora lo aiutava con delle piccole somme di denaro, perché il guadagno ricavato dai campi era scarso, solo la vendita del latte al caseificio fruttava positivamente. Il titolare del caseificio aveva voluto favorire il suo cliente e in cambio aveva ottenuto di stampare nell’accappatoio di Enrico il nome della sua ditta. La moglie dell’allenatore si era fatta amica di Laura una compagnia davvero rassicurante che le permetteva di passare delle ore liete. Enrico si allenava con particolare impegno, obbedendo agli ordini del allenatore. Ora si sentiva felice. Incontrava spesso i tifosi che volevano conoscerlo grazie alla popolarità avuta dai quotidiani e a una particolare rilasciata al settimanale – Famiglia Cristiana -. I suoi compaesani assistevano volentieri ai suoi incontri e lui sentiva di essere ritornato il campione di un tempo. Anche le donne lo stuzzicavano, ma nessuna e proprio nessuna avrebbe accarezzato il suo cuore: lui amava solo la sua donna. Amava Laura perché durante i momenti difficili aveva saputo stargli vicino senza condannarlo, senza lasciarlo solo nei suoi guai. Amava la sua fede in Dio che condivideva e sapeva che nella vita matrimoniale Dio è il centro di tutto. Era felice perché assieme a lei aveva cresciuto i figli seri, obbedienti e impegnati nello studio. Il maggiore aveva cominciato presto a lavorare per pagarsi gli studi: il suo sogno era quello di diventare un bravo avvocato. Enrico pensava alla sua nuova vita nei momenti che precedevano gli incontri importanti, soprattutto quando si trovava in trattoria ad Ancona, mentre mangiava la bistecca alta un dito, magistralmente preparata dal cuoco, che era stato un ottimo peso massimo e aveva partecipato alle olimpiadi, vincendo una medaglia di bronzo. In quella osteria vi erano molti ricordi del suo passato pugilistico. Una sera in un tavolo accanto al suo era stato dimenticato il libro di Marcello Gallian, “Pugilatore di paese”. Lo raccolse e quella sera prima di addormentarsi ne lesse alcune pagine riportò in un foglio alcune frasi “Si sentiva un po’ fratello di quei miserabili che per un segreto terribile, naturale di vita, per una condanna, non riuscivano a fare quello che avrebbero desiderato: era quello un circo di gente fallita come lui, povera nella carne, sbagliata e triste, che davano spettacolo della loro miseria, sicuri forse un giorno di riuscire”. Queste considerazioni lo fecero riflettere sulla sua vita: anche lui si sentiva un po’ fratello di questa gente, anche lui aveva sbagliato, ma aveva avuto la possibilità di ricominciare. Queste frasi le imparò a memoria, perché gli ricordavano le sconfitte che lo avevano tanto addolorato. Pensava spesso alla sua famiglia che lo amava, a quelli che lo avevano aiutato e ringraziava Iddio che lo aveva ripagato - dei torti subiti. Giunse il giorno del combattimento più importante. Davanti a migliaia di persone che urlavano il nome del beniamino di casa, si impossessò del titolo italiano dei pesi massimi, con una netta vittoria per KO alla terza ripresa. Mentre trionfante alzava i guantoni al cielo si fece il segno della croce per ringraziare Dio che gli aveva dato una nuova possibilità. Godette di questa vittoria con le persone che avevano creduto in lui, non mancò mai di ringraziare il suo amico armatore che lo aveva salvato dalla miseria.
Emilio Del Bel Belluz
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