PaisleyFacile parlare di “fine di un’epoca”, in casi come questo. Ma come non pensare alla frase scontata di fronte al vecchio leone che per oltre quaranta anni ha impersonato l’ala più oltranzista dei protestanti d’Irlanda del Nord, trovandosi alla fine a governare assieme al suo peggior nemico. Il reverendo Ian Paisley – il “signor No”, come era stato soprannominato per i suoi continui rifiuti a qualsiasi concessione ai cattolici – si fa da parte. A maggio lascerà la presidenza del Democratic Unionist Party, il movimento da lui fondato all’inizio degli anni Settanta, e abbandonerà la carica di primo ministro dell’Irlanda del Nord.

La decisione. “Ho raggiunto i miei obiettivi. E’ ora di passare la mano ad altri”, ha detto il quasi 82enne Paisley annunciando la sua decisione. Suoi collaboratori assicurano che la scelta non è stata presa per motivi di salute né per i problemi giudiziari del figlio Ian junior, a lungo considerato il suo successore, ma che una settimana fa si è dimesso da sottosegretario per i suoi legami con un immobiliarista finito nei guai. Già a gennaio Paisley aveva lasciato la guida della Libera Chiesa presbiteriana dell’Ulster, da lui fondata nel 1951. Ora manterrà solo la carica di deputato e si limiterà a guidare “spiritualmente” il Dup.

 

Le reazioni. Il ritiro di Paisley è stato accolto con belle parole dai leader che negli ultimi dieci anni sono stati impegnati nel processo di pace. Per il primo ministro irlandese Bertie Ahern, il suo abbandono è “uno spartiacque nella storia dell’Irlanda. Grazie alla sua leadership dimostrata negli ultimi anni, le future generazioni di irlandesi, del Nord e del Sud, vivranno in pace e prosperità che le generazioni precedenti potevano solo sognarsi”. L’ex premier britannico Tony Blair ha invece elogiato il “contributo alla pace” dato da Paisley. “Ha fatto sì che succedesse. L’uomo famoso per dire no sarà ricordato dalla storia per aver detto sì. Lo ha fatto perché personalmente convinto che fosse giusto, consegnando al passato i sentimenti che una volta esprimeva in maniera così incisiva”, ha dichiarato Blair. Sulla stessa linea il suo successore Gordon Brown, che ha ricordato “la leadership e il coraggio immensi” del politico-reverendo.

 

 

Eroe o demagogo? Da arruffapopolo a statista, comunque lo si voglia considerare, Paisley rimane il politico che ha caratterizzato un’era, nonché l’unico a essere presente sulla scena dai Troubles degli anni Sessanta al governo condiviso oggi da protestanti e cattolici. Un eroe per i lealisti che vogliono salvaguardare il legame con Londra, un populista demagogo per i repubblicani che vorrebbero un’Irlanda unita. Sicuramente un personaggio con carisma da vendere, protagonista di uscite stravaganti anche all’EuroParlamento di Strasburgo, dove sedette per 25 anni: lì interruppe il discorso di papa Giovanni Paolo II dandogli dell’ “Anticristo”, lì tuonò contro il premier britannico Margaret Thatcher per il suo impegno a un accordo di pace in Irlanda del Nord.

 

La trasformazione. Ma soprattutto, è stato un irriducibile difensore della causa lealista, l’arringatore delle folle alle parate orangiste, che parlava per una parte importante dell’Ulster: i suoi “no” a qualsiasi concessione o accordo di pace esprimevano il rifiuto di scendere a patti da parte dei protestanti più duri e puri. No a qualsiasi coinvolgimento dell’Eire negli affari del Nord, no all’accordo di pace del Venerdì santo, no a qualsiasi collaborazione con i repubblicani finché l’Ira non consegna tutte le sue armi, no anche a una stretta di mano con i leader “terroristi” dello Sinn Fein. Una linea premiata negli ultimi anni, quando il Dup spodestò il più moderato Ulster Unionist Party – fautore del processo di pace – dal ruolo di partito più votato dai protestanti. Con la scena politica nordirlandese bloccata per i veti del reverendo, alla fine Londra perse la pazienza minacciando di tagliare i trasferimenti alla provincia, se non si fosse riuscito a mettere su un governo autonomo. Così, per coraggio o per mancanza di alternative, Paisley alla fine scese a patti e diventò primo ministro assieme al suo vice Martin McGuinness, il numero due dello Sinn Fein nonché ex comandante locale dell’Ira. E anche se non si sono mai dati la mano, a Belfast dicono che quei due lavoravano proprio bene, insieme.

peacereporter.net

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