L’effetto del trapianto
30 Aprile 2008 da Redazione
Quello che non ci viene detto sui trapianti, eccolo qui.
Una storia che sembra assurda, ma che dimostra bene come le ripercussioni dovute ai trapianti, possano essere a volte deleterie.
di Vittorio Andreoli
Sonny Graham, un americano 69enne cui era stato trapiantato il cuore, si e’ ucciso dodici anni dopo l’operazione con un colpo alla gola. Lo stesso modo in cui si era suicidato a 33 anni l’uomo dal quale aveva ricevuto l’organo. Non solo: alcuni anni prima, Graham ne aveva anche sposato la vedova, madre di quattro bambini.
Questa tragedia potrebbe sembrare assurda; in realta’ ha alla base una condizione che i trapiantati provano spesso.
L’analisi. I trapianti di organi sono sempre piu’ frequenti, e ormai si puo’ parlare di una vera e propria “psicologia del trapianto”. E’ certo, infatti, che la sua personalita’ cambia. Soprattutto quando si tratta di organi indispensabili come il cuore, il senso di disagio provato per essere in vita grazie a una persona che l’ha persa e’ quasi sempre presente.
C’e’ poi una specie di “sindrome del risarcimento impossibile”, il desiderio infinito di ricambiare un favore cosi’ immenso: desiderio irrealizzabile non solo perche’ il donatore e’ morto, ma anche perche’ niente potrebbe compensare un dono grande come la vita stessa.
Il trapiantato, inoltre, comincia a percepire la sua personalita’ come sdoppiata. L’identita’ di ognuno di noi e’ fatta della percezione di corpo e mente nel loro insieme. Il cervello ha la consapevolezza degli organi, e dopo un trapianto deve fare un lavoro di ricostruzione, di riconoscimento, perche’ ora nel corpo cui sovrintende c’e’ una parte che apparteneva a un altro. Ma a volte ci sono persone che non sono in grado di completare questa operazione di riconoscimento: si e’ riscontrato spesso infatti, che i rigetti non dipendono solo da incompatibilita’ fisica, ma anche da ragioni psicologiche (e spirituali, aggiungeremmo noi Ndr). Non solo. I trapiantati di solito fanno di tutto per conoscere l’identita’ del donatore, e spesso vi si legano in modo incredibile. Come nel caso di Graham: chi meglio della moglie poteva conoscere l’uomo che gli aveva regalato il cuore? Quale modo migliore per ricambiare, se non quello di prendersi cura della vedova e dei bambini rimasti orfani del padre? E quale sdoppiamento di personalita’ deve pero’ avere vissuto quell’uomo, cercando di mettersi al posto del suo donatore, di fare la sua vita, di essere sempre di piu’ lui? Quando Graham seppe chi era il donatore si immedesimo’ a tal punto con lui che quando vide per la prima volta la vedova disse “mi sembra di conoscerla da sempre”. Follia? No, una reazione comprensibile per un trapianto. Eppure assurda. Per questo molti medici sono convinti che sia meglio mantenere segreta l’identita’ dei donatori. Purtroppo, pero’, questo non basta a evitare problemi, perche’ anche l’indeterminatezza crea dubbi continui e fantasie su “chi sara’ stato”.
Bisogna ammettere, insomma, che in questo campo c’e’ ancora qualcosa di misterioso, che ci sfugge. E che ancora fa del nostro corpo qualcosa di diverso da un insieme di parti qualunque, sostituibili da pezzi di ricambio.
Tratto da “Io donna, n.17 26 Aprile 2008


Saremo si in tempo di crisi, è vero che stiamo tutti diventando più poveri, ma il dato che presentiamo è alquanto strano: un bimbo su dieci è figlio di immigrati, le nascite di bambini con genitori italiani è in calo. Si tratta di una notizia non nuova ma la riflessione è d’obbligo oggi che il calo della natalità è accompagnato da una crescita delle nascite nelle famiglie non italiane. Sono solo numeri e le statistiche non ci fanno una gran simpatia, il numero non è potenza ma solo la qualità lo e’, è vero, ma qui i numeri suggeriscono qualcosa che va oltre, che a che fare col senso del sacrificio, coi modelli di vita. Altrimenti come spieghiamo che famiglie non ancora stabilizzate completamente, in genere con un reddito minore rispetto a quelle italiane, facciano più figli dei nostri compatrioti? A noi sembra chiaro che tutto ciò ha uno stretto legame anche con la cultura abortista che si diffonde. Una nuova nascita prevede sacrifici, un lavoro duro, una bocca in più da sfamare, una vergogna se il “fatto” accade in età non sospetta. “Chi ce lo fa fare?” sembrano rispondere i viziati figli di una generazione, quella sessantottina, che ci ha insegnato il culto del facile, del diritto alla via più breve, anche se senza Onore. Il diritto ad una vita con qualche schermo piatto in più sembra più forte dell’eterna gioia che una madre ed un padre hanno da sempre provato nel vedere nascere e crescere il frutto del loro amore, quello che darà continuità alla propria vita. E qui un altro sospetto sorge. Non sarà anche che le generazioni attuali, non avendo nulla da dare, non avendo fatto conquiste importanti nel proprio essere, non sentano proprio per questo il bisogno di mettere al mondo dei figli? In fondo, i figli prendono ad esempio i padri, è un legame antico, tradizionale quello del padre che regala la sua conoscenza al figlio, la trasmette perché possa farlo anche lui con suo figlio e così via. È un legame che sente chi ha qualcosa da dare. E ciò che questi numeri dovrebbero suggerirci è proprio questo: il calo delle nascite rivela un abbassamento del livello dell’uomo. L’uomo borghese non ha nulla da dare oltre l’eredità. Non sa cosa sia l’amore, non sa quanto sia bello dare e perciò non fa figli, preferisce avere, soltanto avere. Questi numeri sono molto di più, sono la maschera di un’Italia priva di amore, senso del sacrificio e del dovere, il che è cosa più grave del dato in sé.
È consuetudine che fra padre e figlio avvenga il rito, che si chiama il legato. Quando il padre si sente vicino a morire chiama suo figlio. Dopo aver coperto il suolo con erba fresca, aver ridestato il fuoco e aver posta dell’acqua in una coppa vicino a lui, siede e attende il figlio. Una volta giunto, questi deve avvicinarglisi e toccargli gli organi dei sensi con i suoi. L’uno sedendo dinanzi all’altro, si compie il legato “Pongo in te la mia parola” – dice il padre. “Assumo in me la tua parola” risponde il figlio. “Pongo il mio alito vitale in te” dice il padre. “Assumo il tuo alito vitale in me” risponde il figlio”. “Pongo in te la mia vista – il mio udito – il mio gusto” dice il padre. “Assumo in me la tua vista- il tuo udito – il tuo gusto” risponde il figlio. “A te trasmetto le mie opere” dice il padre. “Assumo le tue opere” risponde il figlio. “A te trasmetto le mie gioie e i miei dolori” dice il padre. “Assumo in me le tue gioie e i tuoi dolori” risponde il figlio. “In te pongo il mio piacere, la mia potenza di generazione” dice il padre. “Assumo il tuo piacere, la tua potenza di generazione” risponde il figlio. “A te do la mia via” dice il padre. “Assumo il tuo piacere e la tua potenza di generazione” risponde il figlio. “A te do la mia via” dice il padre. “Assumo la tua via” dice il figlio. “Pongo in te i miei pensieri, il mio sapere, i miei desideri” dice il padre. “Assumo i tuoi pensieri, il tuo sapere, i tuoi desideri” risponde il figlio.
di Eugenio Benetazzo
Incredibile sentenza negli States, dove un nero disarmato viene ucciso da tre poliziotti ed i tre riescono stranamente a finire assolti. A dimostrazione che le cose, da una parte all’altra dell’oceano, non cambiano (vedi la guardia giurata che ha ucciso Gabbo, oggi in liberta’). È proprio singolare poi come il Paese che si fa piu’ promotore della lotta al razzismo sia poi lo stesso in cui il razzismo è praticato in maniera più brutale e, paradossalmente, sotto la protezione stessa dello Stato. Sarà la distrazione o la superbia: a parlare troppo degli altri si rischia spesso di non curare se stessi. E ciò che fa rabbia è che gli Usa non sono neanche nuovi a queste vistose forme di incoerenza visto che sono gli stessi a riempirsi la bocca con l’uguaglianza e poi fondano la loro “civiltà” sullo sterminio programmatico dei Nativi americani ed hanno alle spalle uno dei più grandi traffici di schiavi: la deportazione forzata dall’Africa di milioni di neri, “trasferiti” in massa perchè facessero il lavoro sporco di un’America che fuori vuole apparire sempre luccicante ma che “vanta” una struttura sociale fondata sulla esclusione e ghettizzazione, a dimostrazione di quanto falso sia il modello meltin’-pot che vorrebbero esportare.
Dopo lo smascheramento della benzina verde, il cui nome è semplicemente una trovata pubblicitaria per smaltire un tipo di derivati petroliferi altrimenti inutilizzati, da Londra cade un’altra maschera del mondo ecologista, la plastica biodegradabile.
Il 28 Aprile 1945 moriva Alessandro Pavolini, ministro della Cultura popolare e segretario del Partito Fascista Repubblicano.
di Julius Evola









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