Léon Degrelle a quattordici anni dalla scomparsa
Il soldato conosce più di ogni altro la legge eterna della lotta nella natura come nella vita dei popoli. Nessun essere può sottrarsi a questa legge, a meno che rinunci alla vita. La vita nasce soltanto dalla lotta e dal sacrificio; questa è la legge divina.
Dal discorso del col. Seeger, tenuto in occasione della commemorazione dei caduti tedeschi il 12 marzo 1944 (tratto da La repubblica delle camicie nere, di L. Canapini (Milano: Garzanti, 2002, p. 119)
di Emilio Del Bel Belluz
Per molte settimane ho meditato questo articolo per ricordare Léon Degrelle a quattordici anni dalla sua morte. Nessun quotidiano ha ricordato questa data in questi anni , nessuno ha voluto commemorare questo generale che ha combattuto nella seconda guerra mondiale per la liberazione dell’Europa dal Bolscevismo. Ho allora chiesto a un amico che ha grandi capacità nell’arte del disegno di realizzare un ritratto del generale da poter allegare a un articolo dedicato alla sua vita. L’amico disegnatore conosce bene la vicenda umana di Léon Degrelle. Egli sa che il suo corpo venne cremato e le sue ceneri sparse sulla terra del suo paese natale, ma ha voluto concepire il disegno della sua tomba come una croce in mezzo a una radura, e sulla croce ha posto un elmetto tedesco. Quest’immagine è volta a creare un legame simbolico con i soldati che egli ha guidato con onore negli anni della guerra. Questa croce ‘simbolica’ dovrebbe esser stata confortata da una frase: “Egli rimase sempre uguale a se stesso”. Queste sono le parole di un poeta tedesco, ma sono parole che il guerriero Degrelle scrisse con la sua stessa vita. Egli rimase davvero uguale a se stesso, e difese i suoi ideali in tutte le vicende della sua dura esistenza, dall’avventuroso viaggio per raggiungere la Spagna all’esilio in terra straniera fino alla sua morte, avvenuta nel 1994, lontano dalla sua terra. Allora i giornali scrissero parole dure nei suoi confronti, con il classico linguaggio di chi vuole distruggere tutto, anche la memoria e la dignità di chi è scomparso. L’unico a ricordare degnamente il generale fu Maurizio Cabona, autore di un articolo dal titolo “Il lungo crepuscolo di Léon Degrelle l’ultimo capo fascista”. Scrive Cabona: “Il duce del Rexismo belga si è spento a Malaga. Da mezzo secolo viveva esule in Spagna sfuggendo alla condanna a morte per tradimento. Entrato in politica da cattolico negli anni ’30 dopo l’invasione tedesca si schierò con Hitler partecipando valorosamente alla campagna di Russia. Fondatore e direttore di numerosi giornali e prolifico saggista, ispirò all’amico disegnatore Hergé il popolare personaggio di Tintin” (da: Il Giornale, aprile 1994). Cabona giustamente ricorda che “Nella sua lunga vita Degrelle ha tentato tutto, ha perduto tutto e ha rimesso insieme i cocci di un’esistenza per costruirne un’altra in esilio. I ricordi dei grandi giorni – quando sognava di restaurare il regno di Borgogna – li ha messi copiosamente per iscritto in una ventina di volumi, alcuni dei quali tradotti in italiano”. In particolare il Militia (pubblicato per i tipi delle edizioni Ar di Padova), è un libro che ha segnato profondamente la mia vita e che consiglio di cuore a tutti coloro nella loro vita non riescono a trovare quella serenità, quella pace di cui tutti abbiamo tanto bisogno.
È grazie a un editore come Antonio Guerin, direttore della testata Sentinella d’Italia, se tante opere di Degrelle sono state pubblicate nel nostro paese. Questo coraggioso editore ricordò il generale da vivo e da morto, dedicandogli articoli che hanno ispirato in tanti giovani un vero e proprio ‘mito’ di Léon Degrelle. Alcuni anni fa scrissi una lettera a Indro Montanelli, chiedendogli che dedicasse qualche parola alla figura di Degrelle: “Caro direttore, Lei ha parlato di tantissimi personaggi, e molti di questi li ha anche conosciuti personalmente. Non ho però mai letto nulla di suo su di un personaggio che mi ha sempre incuriosito, Léon Degrelle: nell’album dei suoi ricordi c’è qualcosa su di lui!”. Putroppo questa lettera, datata 20 aprile 2000, rimase senza risposta. Anche Léon Degrelle inviò a Montanelli una lettera nella quale replicava ad un suo articolo apparso sul Giornale: “Signor Direttore, avete scritto sul «Giornale» del 12 luglio 1985, da me ricevuto con ritardo nella mia residenza di esilio, che «tra i criminali di guerra che si sono macchiati di delitti infami viene in testa il belga Léon Degrelle». Il titolo del vostro articolo l’annunciava chiaramente: sono il «numero uno». Ben conoscendo la serietà del vostro giornale, sono ancora più costernato nel constatare come esso accetti come dogmi i pettegolezzi calunniosi del rabbino Abramo Cooper, che ha confessato alla rivista «Tiempo» che le sue accuse non erano altro che il frutto di supposizioni, [cosa] che non gli ha impedito di offrire un premio di centomila dollari a chi perpetrasse il mio rapimento. Ora io non sono né il «numero uno» dei «criminali di guerra» né un criminale di guerra di retroguardia. Il «Giornale» possiede forse una sentenza sulla quale appoggiare le sue diffamatorie affermazioni? Non è possibile perché non ne esistono”.
Nel 1999 la casa editrice Barbarossa pubblicò un libro di Andrè Chelain, Jean-Louis Debbaudt e Paul de Fassange dal titolo Léon Degrelle. Fascista per Dio e per la patria. Il libro, la cui grafica è stata curata in modo eccellente, riscosse un grande successo fra tutti i cultori della figura di Degrelle. Si tratta di un contributo determinante alla diffusione degli scritti di Degrelle che riproduce con efficacia la dolorosa vicenda umana di questo combattente. La sua famiglia fu decimata, un suo fratello fu assassinato. Degrelle stesso soffrì terribilmente a causa delle sue idee e della sua fedeltà alla patria.
La novità di questi giorni è la pubblicazione del volume Léon Degrelle 28ª SS Wallonien. Storia di un testimone del Novecent, curato dal valido scrittore e storico Ernesto Zucconi (Pinerolo: NovAntico Editrice). Quest’opera può essere definita l’unico vero ricordo di Degrelle a dieci anni dalla sua morte. Essa ripercorre le tappe dell’esistenza del generale belga, dai momenti felici vissuti con la moglie e le figlie ai momenti terribili dell’esilio. Da questo libro ho appreso un fatto a me del tutto ignoto. George Simenon, celebre scrittore e romanziere francese, dedicò una sua foto con autografo al movimento rexista nel 1939. Nel libro vi è anche una foto della biblioteca di Degrelle, nella sua casa alla periferia di Bruxelles, che vantava ben quindicimila volumi. Non credo che Degrelle abbia potuto portarseli in esilio. Mi auguro che almeno una parte di questi libri siano stati raccolti da qualche erede spirituale di Degrelle.
Il testo di Zucconi contiene molte foto inedite del generale, ritratto mentre parlava alla folla che assisteva numerosa ai suoi comizi. Migliaia di persone lo ascoltavano lo acclamavo esultanti. All’epoca Degrelle redigeva un settimanale che veniva diffuso in tutto il Belgio e godeva di un successo grandioso. Il libro documenta molto bene anche il momento decisivo della vita di Degrelle, quando decide di andare a combattere con Hitler fondando le Waffen SS Wallonien. Era l’8 agosto del 1941. Il 2 novembre 1941 la Legione Wallonien riceve l’ordine di oltrepassare il fiume Dnepr, cosa che avviene “a costo di immani sforzi”, precisa Zuccon. Nel febbraio 1942 la Legione è impegnata in una controffensiva nel bacino del Donetz. Dopo scontri durissimi, continuati fino all’estate, i Valloni riescono ad occupare entrambe le rive del Donetz, e mentre avanzano verso il Don Degrelle viene ferito gravemente: “Lo scoppio di un obice lascia apparentemente illeso Léon, provocandogli però lesioni interne che lo danneggiano all’esofago, allo stomaco ed al fegato, e che lo costringeranno, in esilio, a sottoporsi ad una serie di interventi chirurgici”. Nel 1943 scoppia in Belgio una terribile guerra civile. Vengono uccisi numerosi protagonisti del rexismo, ma anche molti religiosi, direttori di giornali e persino dei grandi invalidi della grande guerra.
Ma la pagina più importante Degrelle e i suoi soldati la scrissero nel 1944 a Cherkassy. Zucconi ricorda: “Senza [la] resistenza disperata dei soldati di Cherkassy, la marea sovietica avrebbe raggiunto fin dall’inizio del 1944 i Balcani e sarebbe dilagata attraverso l’Europa. Essa avrebbe occupato Parigi, senza molto dubbio, prima che il primo americano, masticando la sua gomma, non fosse sbarcato sulle rive francesi. […] Hitler in persona si congratula con Degrelle, conferendogli la Croce di Cavaliere e rivolgendogli le seguenti parole «Se avessi un figlio, vorrei fosse come lei». «Ne sono fiero», gli rispose il generale”.
“I nostri morti sono oggi quelli che comandano. Essi sono quelli a cui noi solamente dobbiamo obbedire. Essi ci additano la via che dobbiamo seguire, via che essi hanno intrapreso e arrossato con il loro sangue purissimo: la via dell’onore e della vittoria” (Il Leoncello, 10 gennaio 1944, n°2). Vorrei concludere questo articolo con queste parole, per trasmettere il senso più vero della vita di Degrelle, un generale che ha condiviso con i soldati ogni battaglia, guidando i suoi uomini con coraggio e inchinandosi sui morti, a dare il suo saluto da comandante e da padre. Degrelle di battaglie ne ha combattute moltissime, fino all’ultimo giorno della sua lunga vita. E nonostante tutte le difficoltà che ha incontrato sul suo cammino egli non si è mai ritirato, non ha mai abbassato la testa. Di lui alla sua morte il grande storico Pier Arrigo Carnier scrisse: “Degrelle mantenne fino all’ultimo la fedeltà ai ricordi. Ai camerati, simpatizzanti ed interlocutori che gli facevano visita amava rammentare i momenti del trionfo e continuava a ripetere che il nazionalsocialismo aveva il compito di ristabilire gli equilibri in Europa. Il suo passato segnò anche decisamente il suo limite, così come avvenne per tutti coloro che rivestirono posizioni nel quadro delle gerarchie naziste. Giornalista e scrittore incisivo, uomo politico, colonnello comandante di divisione, aveva avuto un rapporto stretto, intenso di emozioni, quasi singolare con Hitler, di cui conobbe le terribili ansie, la volontà e recepì il magnetismo” (L’Arena, 10 giugno 1994).
Per dare un quadro esatto di questo soldato è necessario ricordare anche ciò che la stampa ufficiale ha scritto di lui. La Storia Illustrata pubblica nell’aprile 1976 (n°221) un articolo di Mario Lombardo dal titolo “Le camicie nere di Léon Degrelle”. L’articolo è corredato da numerose foto in cui Degrelle è ritratto all’inizio della sua carriera politica, mentre parla alla folla. Degrelle è anche ritratto nell’elegante divisa tedesca sulla quale spicca la Croce di Ferro e le Fronde di Quercia appuntategli personalmente da Hitler per la sua campagna di Russia. Ma la rivista storica parla anche della vicenda di Degrelle nel dopoguerra: “Nell’aprile 1974, quando in una chiesa di via dell’Alcalà a Madrid si è celebrata una messa solenne in suffragio di Mussolini, tra la selva di braccia levate nel saluto fascista c’era ancora quella di Degrelle”.
Concludo il mio ricordo di Degrelle con l’augurio che le sue opere letterarie e storiche possano un giorno essere pubblicate integralmente. La storia, quella vera, la si può leggere solo negli scritti di chi, come Degrelle, l’ha vissuta sulla sua pelle, pagando di persona. La vicenda di Degrelle è la storia di un uomo che, come scrisse un ammiratore del generale, “visse la guerra come la vita, non tradendo mai i suoi ideali, giusti o sbagliati che fossero”.
Emilio Del Bel Belluz
Motta di Livenza, 1 aprile 2008
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