Il soldato dimenticato
di Emilio Del Bel Belluz
Ho ripreso in mano un vecchio libro che da alcuni anni avevo perduto nella mia biblioteca. Uno dei pochi libri che allora possedevo e che avevo acquistato per poco denaro da un rigattiere di Trieste. Ero rimasto colpito dalla sua copertina, che raffigurava un soldato tedesco con il suo elmetto. Si trattava del libro “Il soldato dimenticato” di Guy Sajer pubblicato dalla Casa Editrice Sperling & Kupfer nel 1972. Se volessi tornare con la memoria al tempo in cui sentii per la prima volta parlare di questa opera, dovrei risalire ad un amico caro. Questi possedeva assieme alla madre un negozio di frutta e verdura in un paese del trevigiano, dove spesso mi fermavo per degli acquisti. Mi piaceva quel semplice paese di campagna perché vi abitava un poeta che avevo conosciuto attraverso i libri e poi di persona. Un giorno l’amico mi parlò di un libro che gli era particolarmente piaciuto e mi propose la lettura dello stesso. Si trattava del libro” il soldato dimenticato”. Accettai il consiglio e mi feci prestare l’opera. Lo lessi d’un fiato, perché mi colpì soprattutto il titolo. Prima di accingermi alla lettura immaginai la trama, mi pareva di vedere un soldato tedesco sperduto nella foresta della Russia e allo stesso tempo mi sovvenne la trama di un film che avevo visto alla televisione, dove un soldato tedesco, terminata la guerra, mentre stava ritirandosi assieme ai suoi camerati, volle liberare un prigioniero russo e questi una volta libero uccise il suo liberatore. Vidi questo film assieme alla mia famiglia in una fredda sera d’inverno, alla fine della proiezione lasciai la stanza intristito. La fine mi addolorò, avrei preferito che il soldato tedesco e il russo si fossero abbracciati. Mio padre combattente della seconda guerra mondiale, mi raccontava del cameratismo che regnava anche tra le due parti avverse, raccontandomi qualche episodio. Il libro prestatomi lo lessi subito, trascurando un po’ lo studio. Il Sajer scrisse questo romanzo autobiografico nel 1952 durante una malattia che lo costrinse in casa alcuni mesi. Compose l’opera in diciassette quaderni corredati da disegni a matita, che illustravano i momenti descritti. Erano i ricordi di guerra che non se ne erano mai andati e che gli rodevano l’animo.. Nella nota dell’editore questi scrive ”In una concatenazione naturale (funziona bene la macchina tedesca) si ritrova nel corpo di scorta ai trasporti . Non è la Luftwaffe combattente che aveva sognato e in cui si sarebbe anche lui coperto di gloria. Ma insomma è la Wehrmacht. E, dall’autunno del 1942, la Russia dove si gioca la grande avventura: non potrà che da entrare a far parte nel maggio del 1945, a diciassette anni, della Divisione scelta Gross-Deutschland ….”. Il destino di questo soldato è davvero singolare. Dopo aver superato le difficoltà della guerra, i tanti patimenti morali e fisici e la prigione, riesce a tornare a casa, può riabbracciare i suoi genitori che hanno resistito alle temperie della guerra, ai bombardamenti indiscriminati: basti pensare a Berlino e Dresda. Alla fine di questo conflitto molte migliaia di soldati rimasero prigionieri dei vincitori e molti di loro morirono di fame e di stenti e di malattie nei tanti campi di concentramento alleati, oppure nella vasta Russia. Basti pensare ai soldati del Generale von Paulus che si arresero a Stalingrado: di quasi novantamila soldati ne ritornarono a casa dopo anni di prigione solo cinquemila. Una sorte sicuramente non migliore accadde ai soldati Russi che si erano arresi a Hitler, e che avevano combattuto con l’uniforme tedesca.. Tra di essi vi erano dei russi bianchi, che avevano combattuto contro il bolscevismo. Tanti di questi con le loro famiglie piuttosto che cadere nelle mani di Stalin scelsero il suicidio di massa gettandosi nella Drava. In Austria vi sono alcuni monumenti che li ricordano oltre che un cimitero che accoglie le loro spoglie, e che ogni anno viene visitato dai parenti delle vittime. Ma tornando ai prigionieri tedeschi caduti o arresi agli Anglo-.Americani, a migliaia non poterono far ritorno a casa dopo che la guerra era finita.. Molti di loro furono portati nei vari campi di concentramento, soldati provati dalla guerra e dalle sofferenze, morirono a migliaia, sotto un’America simbolo di democrazia. Per questi morti dietro il filo spinato, non ci sono monumenti, ne tombe da onorare. Molti di questi prigionieri di guerra , non avevano neppure compiuto la maggiore età: diventarono maggiorenni dietro il filo spinato. I loro volti non appariranno mai nelle pagine dei giornali, fanno parte di una storia da dimenticare. In un articolo apparso il 28 gennaio del 1973, nella rivista “la fiera letteraria” l’autore Franco Perrotta traccia un profilo sul libro “il soldato dimenticato” e fa una dura condanna alla guerra , ma non ricorda che quei soldati combatterono valorosamente per obbedire a degli ordini precisi. Se fallirono, nessuno può accusarli di non aver compiuto il loro dovere. La Wehrmacht in Russia lasciò migliaia di soldati uccisi dal nemico, dal freddo che penetrava nelle loro carni e dai partigiani. Un dramma questo che non è facile da riassumere nelle poche righe di un giornale. Il soldato Sajer nello scrivere questo libro ha dovuto intingere la penna, nel suo dolore e nelle sue ferite di guerra. Il giornalista che ha scritto l’articolo sulla Fiera letteraria fa una riflessione: “ nel raccontare giorno per giorno, in certi casi ora per ora, con tremenda immediatezza ed eccezionale lucidità di diario, la propria odissea di combattente quasi ancora imberbe, allenato a sfuggire per caso ogni giorno alla morte, Guy Sajer usa un linguaggio semplice e crudo, non pretende di fare della letteratura ; ma è narrazione estremamente efficace letta, ormai in mezza Europa, in molte traduzioni. Né egli dimostra rimpianti o risentimenti “politici” o esprime nostalgie. Dice, invece come dolore, terrore, angoscia abbia fatto più volte affiorare, alla superficie della sua ragione ormai smarrita nel labirinto dell’incomprensibile, una domanda: “Per chi, perché tutto questo?”. Ma nel libro, mi sono soffermato in alcune parole molto significative dettate da un cuore combattente, dove libera se stesso e dice: “Il meraviglioso cameratismo della Wehrmacht non bara, ciascuno riceve la sua parte. La guerra ha legato tutti quegli uomini venuti da regioni diverse, usciti da livelli sociali altrettanto diversi e che, forse, in altre circostanze, si sarebbero stranamente disprezzati. L’avversità del momento accorda tutti questi casi in una sinfonia eroica nella quale ciascuno si sente un poco responsabile di quanto può accadere all’altro” . Consigliando a tutti la lettura di questo libro, vorrei concludere con una citazione di Jilius Evola : “ L’attimo in cui il singolo giunge a vivere da eroe, fosse anche l’ultimo della sua vita terrena, sulla bilancia dei valori pesa infinitamente più di tutta un’esistenza longeva che egli avesse consumata monotamente nei trivi delle città”
Emilio Del Bel Belluz
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