Un mondo di schiavi
Nella “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” del 1776, il Congresso americano proclamava come legge fondamentale della nuova civiltà, egualitaria e democratica, il diritto per ogni uomo di godersi la propria vita e la propria libertà. Sono passati circa due secoli, e sinceramente non vediamo traccia né dell’uno né dell’altro. Alle precedenti “schiavitù”, abolite dai rivoluzionari di fine 700, oggi se ne sono aggiunte altre, ben più gravi, perché più subdole, che si manifestano spesso indirettamente. Una di queste riguarda tutti, visto che ogni giorno, siamo costretti a rincorrere freneticamente impegni, appuntamenti e scadenze; stiamo parlando del “tempo” e della schiavitù nei suoi confronti. A quanti non è capitato almeno una volta di essere travolti dal ritmo disumano e caotico della civiltà di oggi? Soprattutto a coloro che vivono nelle città e che hanno il loro ben da fare nel “combattere” contro l’inesorabile scorrere delle lancette dell’orologio. Queste, scandendo il tempo, ricordano quanto e come si consumi la vita inseguendo, magari “inghiottiti dal traffico”, obiettivi secondari rispetto al vero senso della vita. Dobbiamo domandarci se siamo macchine, che all’interno di questa società massificata vivono esclusivamente per produrre, restando inermi di fronte al fluire del tempo, o siamo uomini che dotati di una propria identità riescono ad essere coscienti in tutto ciò che accade attorno a noi? Non crediamo certo sia vita o libertà quella di chi si alza all’alba e torna alla sera stravolto, dopo aver goduto di una misera pausa pranzo, come se fosse un’ora d’aria, magari consumata al più vicino Mc-Donald’s, che ovviamente aiuta ad economizzare il tempo, essendo quest’ultimo un capitale da sfruttare fino in fondo. Il tempo è denaro, ci insegnano! La società di oggi partorisce ed alleva dei modelli di non-uomini, che ogni giorno che passa, come candele che bruciano la propria cera, perdono una parte di se stessi fino al totale annientamento. Costoro si adoperano per costruire i loro castelli di sabbia, accecati dalla possibilità di accrescere i possessi materiali, spremendosi fino all’osso. Contemporaneamente, consciamente o non, si inoltrano nel vicolo cieco delle peggiori schiavitù, a scapito di ciò che di più puro ed autentico hanno, o meglio avevano: il loro Essere. Pensiamo solo a quanto spesso in una giornata si è costretti a fare per stare “al passo coi tempi”. Per poter sopravvivere dobbiamo necessariamente inserirci nel vertiginoso turbinio del caos, che non è stato creato a caso, in quanto fa di tutto per alienare la nostra persona, ci plasma e poi ci inserisce nella grande catena di montaggio. Bisogna produrre ed essere socialmente utili, non si può uscire dal “giro”. E per far questo cosa accade? Tentiamo di rinchiudere il tempo in spazi appositamente delimitati per darne un’organizzazione razionale, che mortifica comunque la nostra persona, alle innumerevoli attività giornaliere. Ovviamente questa adesione a regole e schemi, non spontanea e non libera, perché imposta, anche se indirettamente, dal “sistema”, tende a schiavizzarci, a dare la sciocca illusione di potersi autonomamente gestire il tempo. Alla domanda di chi sia la responsabilità, crediamo che le radici del problema siano antiche, e che risalgono a quando nell’uomo si è insinuata la pretesa di voler conoscere e misurare tutto, nella sua ambiziosa volontà di negare ogni forma di “mistero”. Se oggi esiste una schiavitù nei confronti del tempo, la ragione risiede nell’esigenza umana di adeguarlo ai suoi nuovi bisogni.
Se pensassimo a come esso veniva percepito intorno all’anno 1000 ci accorgeremmo di come la visione del mondo sia oggi profondamente mutata. Il trascorrere dei giorni procedeva secondo il percorso quotidiano del sole e della sua luce; non esistevano orologi o mezzi meccanici simili, e l’inizio della giornata era segnato dal cantare del gallo. I contadini che vivevano vicino ai campanili di chiese e monasteri, potevano sentirne le campane, che annunciavano, alle stesse ore ogni giorno, gli uffici quotidiani dei sacerdoti. Solo successivamente, intorno al dodicesimo secolo, le campane suoneranno all’alba, a mezzogiorno e al crepuscolo. Tra il tredicesimo e il quattordicesimo secolo comparvero nuove concezioni del tempo, che anticiparono le posizioni della borghesia europea di qualche secolo dopo ( si calcola che intorno al 1200 un ignoto inventore progettò un orologio meccanico). In questo periodo, il tempo incominciò ad essere considerato un qualcosa che si possiede, si adopera, si risparmia e capitalizza; il tempo diveniva un valore e il principale supporto per ogni programmazione dei mercanti, i quali organizzavano razionalmente i loro impegni, la loro giornata, la loro operosità. Quel che accadeva circa sei secoli fa non era altro che un’anticipazione di ciò che avviene oggi. Non certo a caso questi fenomeni comparvero nel periodo in cui nasceva la prima logica mercantilistica, sorgevano i Comuni e si formavano le radici della mentalità materialistico-borghese. Le caratteristiche della civiltà moderna si andarono col tempo perfezionandosi, anche grazie alle varie scoperte scientifiche e conquiste tecnologiche, che rafforzarono l’impulso dei moderni a possedere i beni, a ridurre ogni forma di distanza, a circolare, ad espandersi, a “conoscere” il più possibile (ma sempre meno se stessi), a credere nel progresso, come positivo ed inevitabile scorrere lineare del tempo. Concezioni nuove, del tutto antitetiche a quelle delle antiche civiltà tradizionali, le quali della stabilità fecero la loro forza contro la corrente del tempo. Esse ebbero una visione ciclica e non lineare dello stesso, vivendo in stretto collegamento con le origini (a differenza dell’epoca moderna che ha del passato solo un’interpretazione storica, la Tradizione concepisce il Principio come riferimento sovrastante ogni contingenza storica). Una vita quotidiana inimmaginabile per noi, nati nella civiltà dell’orologio, abituati a ritmi frenetici, e lontani da ogni reale forma di tranquillità e di vera vita. Grandi cicli tradizionali, dominati dall’Essere, di contro alla coscienza storica moderna, dominata dal dinamismo, dal mutamento, dal divenire e conseguentemente dall’instabilità.
A questo punto, tornando al periodo in cui stiamo vivendo, proviamo a dare una soluzione al problema di chi, pur riconoscendosi nell’essere tradizionale, deve fare i conti con questo mondo delirante. La soluzione più pratica crediamo stia nell’adempiere ai numerosi impegni di lavoro o di militanza, senza mai perdere la presenza a se stessi, senza mai lasciarsi trasportare dall’atto che si sta compiendo, consapevoli che esso è uno strumento per altri fini: nel caso del lavoro, la totale indipendenza economica (vedi Raido n. 15), nel caso della militanza, l’idea tradizionale.
Altrimenti il susseguirsi degli eventi, il divenire di essi, prevarrà su di noi e ci renderà individui che considerano ogni giorno che passa uguale al precedente, nella completa monotonia.
La sovversione vuole questo e sfrutta i suoi agenti per rinforzare la sua ben ramificata tela; non vuole, invece, che ci siano uomini coscienti.
Tratto da
Raido - Contributi per il Fronte della Tradizione
Anno IV N. 17 - Equinozio d’Autunno 1999
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