Per ricordare tutti coloro che caddero e non hanno una croce
di Emilio Del Bel Belluz
Mi attardo solitario nella mia casa di campagna. La pioggia cade incessantemente, e la sento molto bene. Il fuoco nel caminetto è acceso e mi ristora con il suo calore. Le vivaci fiamme mi fanno compagnia come se fossi un viandante senza dimora. Osservo dalla finestra gli alberi ancora addormentati, che mi rallegrano durante tutte le stagioni. Vedo un uccellino che si è rifugiato su un ramo e là accanto c’è pure un nido che nella bella stagione accoglierà i nuovi nati e lasceranno nell’aria i loro canti di gioia. Loro non sentono le sofferenze della vita degli uomini. Da tempo metto sul davanzale delle briciole e ogni tanto, quando cala la sera, li vedo che si posano a beccare il pane. E mentre osservo la natura che mostra i primi risvegli primaverili penso all’avvicinarsi del 25 aprile, una data che mi rende tanto triste. Sono alla ricerca di alcune parole che ricordino i miei caduti, vinti durante la guerra fratricida che insanguinò il mondo. Il loro ricordo è sempre vivo in me, non posso dimenticarli. Anche quest’anno donerò alle acque della fiume Livenza una corona d’alloro per ricordare il sangue sparso di questi giovani caduti. I miei vinti sono i camerati tedeschi e quelli della Repubblica di Salò. Ho nel cuore quei 126 ragazzi trucidati dai partigiani ad Oderzo dopo che avevano ricevuto delle garanzie in cambio della loro resa. Pare che la loro vita non abbia lo stesso valore di quella di altri giovani che io non posso definire soldati perché non indossavano la divisa. Ma per questa cruda vicenda non c’è rassegnazione, e le generazioni future dovranno giudicare. Per questo motivo ci deve essere qualcuno a ricordare. I miei caduti che hanno indossato l’uniforme italiana e tedesca non sono soli: io e molti altri continuiamo a tenere vivo questo eccidio. Ho con me dei quaderni su cui ho riportato dei pensieri che alcuni scrittori hanno avuto sulla seconda guerra mondiale . Leggo una pagina che racconta di un ragazzo tedesco lasciato agonizzante in un campo ai piedi dell’argine di un fiume. Su di lui cadeva la pioggia che si mescolava al sangue che gli sgorgava da una mortale ferita alla schiena. Un racconto che mi ha sconvolto. In occasione del 25 aprile ho tentato per due volte di deporre una corona sulle tombe di due soldati della Repubblica di Salò di Motta di Livenza uccisi dai partigiani in un agguato. Uno di questi aveva vent’anni, l’altro ritornava a casa per abbracciare la sua figlioletta, nata da pochi giorni. Sergio Zanon cadde nel selciato a poca distanza da casa. Le urla della madre mi pare che echeggiano ancora lungo la Livenza. Rino Mian non ebbe la gioia di conoscere la sua creatura, perché venne ucciso dai partigiani. Quando cammino lungo l’argine della Livenza, il fiume della mia infanzia, il ricordo mi riporta sempre a due soldati tedeschi uccisi in modo barbaro ad accettate dai partigiani anche se la guerra era finita e i tedeschi si stavano ritirando. Di questi crudeli episodi ce ne sono molti, ma non se ne parla, si vuole tacere la verità storica. Lo scrittore Cesare Pavese scrisse alcune parole molto umane che dedicò ai vinti :“ Ho visto i morti sconosciuti, morti repubblicani. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico diventa morendo una cosa simile , se ci si arresta e si ha paura a scavalcare vuol dire che anche vinto il nemico il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placare, dare una voce a questo sangue, giustificare chi lo sparse”. Con queste parole lo scrittore dà eco alla voce dei vinti. Sono frasi che scrisse nel romanzo “La casa in collina”. Sicuramente ai vinti non sono dedicate né vie né piazze, ma il loro ricordo può passare attraverso la poesia. Un giorno trovai nella cassetta della posta una busta dove era scritta a mano con la stilografica una considerazione sulla Grande Guerra di cui quest’anno si celebrano i novanta anni dalla fine. “All’ingresso di un cimitero austriaco. Dalla lettera di un bravo ufficiale che ha occupato con i suoi una postazione tenuta fino a poco tempo addietro dal nemico sul Carso, togliamo questo brano interessante. “L’altro giorno visitai il cimitero austriaco. Saranno più di duemila morti, ognuno una croce e una targa nera, per lo più Ungheresi. All’ingresso sta una tabella e su una pietra lessi a caratteri cubitali questa iscrizione:- Italiani! Se colle vostre gloriose avanzate arrivate in queste vostre terre, non profanatele con le armi e rispettate questo camposanto . Conservatelo, poiché, dopo questo flagello, quando saremo ancora amici, conserveremo delle lacrime negli occhi per bagnare le zolle che ricoprono i nostri congiunti”. Nel nostro Veneto vi sono ancora delle tombe di caduti della Grande Guerra i cui resti non sono stati riesumati e riposano in quieti camposanti all’ombra degli abeti. Sulle loro tombe passa il vento della pace, spesso vengono adottati dalla pietà umana.
Emilio Del Bel Belluz
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