Primo Carnera - Il Film [Recensione]
di Emilio Del Bel Belluz
Sono stato alla prima del film su Carnera in quel di Pordenone, davanti ad un pubblico numeroso. Ognuno era accorso per vedere la storia di un campione dimenticato per troppo tempo dalla storia e dalla boxe. La sala era gremita e silenziosa e massima era l’attenzione. Il film ci ha coinvolti tutti fino alla commozione. La storia della vita di Carnera è stata magistralmente affidata all’attore Andrea Iaia che per prepararsi a questo ruolo ha dovuto costruirsi un fisico da bronzo di Riace. Con il tempo ha imparato a boxare e questo nella pellicola si è visto. Il film inizia presentando la figura della maestra elementare di Carnera interpretata da Giovanna, vera figlia del pugile. Fin dall’inizio ha saputo toccare il cuore dello spettatore, quando alla lavagna scrive: “oggi 24 dicembre 1915 Buon Natale”. L’Italia era entrata in guerra da alcuni mesi, e Sequals, come ogni altro paese, aveva dato i suoi giovani alla patria e tra questi anche il padre di Carnera. Le parole dell’insegnante rivolte ai piccoli alunni sono toccanti come carezze al cuore. Eccone alcune : “Oggi è l’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale. Io so che vi sarebbe piaciuto aspettare Gesù Bambino con i vostri papà e le vostre mamme. Ma non è possibile… Nell’aula si fa un improvviso silenzio. I visi dei bambini si intristiscono. Qualche lacrimone scivola lungo le guance”. Ora nelle scuole è fatto divieto di ricordare la dolce festa del Natale. La società è cambiata, ogni cosa si evolve, ma togliere a noi cristiani la dolcezza del santo Natale è davvero come togliere una parte importante della nostra vita, è togliere i giorni migliori dell’anno e toglierli in particolare ai nostri piccoli figli, che questo periodo lo vivono con grande attesa e gioia. La maestra dice ancora : “I vostri papà sono al fronte per difendere la patria, e in questo momento, proprio in questo momento, io sono sicura che stanno pensando a voi”. Nei testi della scuola primaria era presente la vita della famiglia con tutti i suoi sani valori. Nel film, fin dall’inizio, soffia la nostalgia dei buoni sentimenti come la genuinità di quel bambino troppo grande per il banco, quel bambino che alla nascita pesava già otto chilogrammi. E divenuto grandicello, se per necessità la madre lo mandava alla bottega a comperare il pane, ritornava a casa a mani vuote perché la fame era grande come lui e il pane spariva in un attimo. Bisogna elogiare il regista per come ha saputo narrare la vita di questo grande italiano, grande campione. Carnera nel film appare come un uomo genuino, onesto, legato ai suoi figli, alla famiglia, alla patria. Non ho gradito il suo saluto romano a dita allargate fosse come un insulto a quel nuovo periodo storico. Carnera assieme al Duce fece il saluto romano come tanti un tempo. I partigiani volevano ucciderlo, e questa è storia risaputa. Non mi sarei permesso di dubitare sulla forza di Carnera, né sulla forza di sentirsi italiano e fascista allo stesso tempo.
Il fascismo amava il suo campione, anche verso il suo declino non lo ha compreso. Il Carnera che esce dal film è un prodotto della nostra terra e l’attaccamento alla terra fa parte di quella continuità che gli italiani stanno ritrovando per non finire come gli Indiani d’America, situazione alla quale noi stessi siamo andati incontro per la nostra grande disponibilità. Con il calar della sera ci si chiude in casa e tutti hanno paura in particolare i vecchi. Anche le inferriate, le porte blindate , i sistemi d’allarme sono come le riserve indiane. Ognuno di noi vorrebbe accanto un uomo dai muscoli possenti che ci difenda. Un tempo alla televisione si vedeva un cartone animato ispirato alla figura di un gigante che aiutava la gente a sconfiggere le ingiustizie. Mauro Corona, famoso scrittore di Erto, mio caro amico, all’inizio di un mio libro dedicato a Primo Carnera scrisse : “Carnera è stato il mito della mia infanzia, l’uomo che avrei voluto avere accanto quando avevo paura della notte, quando mio padre mi picchiava, quando dovevo portare fasci di fieno o di legna che mi facevano piegare le ginocchia, quando, insomma, ero adolescente e mi dovevo fare le ossa. Sognavo allora di essere amico di Carnera e che mi potesse dare una mano”. La figura di Carnera è davvero quella di un uomo buono fin da bambino, che per caso e grazie all’incontro di un pugile francese che gli insegno a soffrire con il pugilato è riuscito a scrivere quella storia che nessuno potrà mai toglierli. Egli è un mito che passa attraverso il tempo, un mito che dovrebbe ritornare come i buoni sentimenti di cui siamo scarsi. Carnera ha saputo guidare la sua vita con forza e coraggio. Ha saputo risalire la china, ha saputo rialzarsi dal tappeto per ben undici volte contro Max Baer quando perse il titolo mondiale, anche se aveva un piede fratturato, volle storicamente scrivere quella pagina di pugni e di dolore. Volere andare avanti anche quando tutti ti danno per sconfitto, ti lacerano il cuore, ti vogliono finito. Nel film in una scena si vede Carnera che ritorna a casa in terza classe della nave, e lo fa con umiltà. Si mette a giocare con un bimbo, trovando nel suo sorriso la forza di nascondere la sua amarezza così grande. Quando il comandante della nave sa che tra i suoi ospiti vi è il campione, non indugia un attimo e gli mette a disposizione la sua cabina, onorandosi di ospitare il campione . Nel nostro Veneto si dice che “ Carnera con un pugno ti butta a terra ”Ma Carnera era molto umano anche con gli avversari che sconfiggeva a forza di pugni, come per la morte di Scharf . La morte di un suo avversario lo indisse a riflettere sulla vita, e guardandosi le mani aveva pensato di appendere i guantoni al chiodo. Poi un telegramma della mamma del pugile morto lo riavvicinò alla boxe, e divenne campione del mondo. La donna gli disse che non era sua la colpa di tale sventura, e consolato dalle parole di sua madre riprese a vivere. Alla fine del film mi sono permesso di dire al regista Martinelli, che il saluto romano di Carnera presentato nel suo film non corrispondeva alla realtà perché fatto vedere a dita allargate. Dal mio punto di vista l’unico neo dell’opera. La pellicola termina con le parole del suo testamento spirituale : “ Alla fine si dice “ Ho preso tanti pugni nella vita. Veramente tanti… Ma lo rifarei. Perché tutti i pugni che ho preso sono serviti a far studiare i miei figli…”. Ma prima di tutto Carnera ci ha insegnato a lottare contro il destino che a volte ci butta a terra, ma proprio in quel momento dobbiamo rialzarci, proprio in quel momento noi abbiamo vinto con la vita. Grazie Primo campione di umiltà.
Emilio Del Bel Belluz, 13 maggio 2008
Se sei nuovo, iscriviti al Feed RSS. Grazie per la visita!



Tutti i contenuti sono protetti da licenza