Paul Léautaud, scrittore libero
di Emilio Del Bel Belluz
Non ricordo quale fosse lo scrittore che disse che per vivere bene gli bastava possedere una piccola casa con due stanze, un tavolino e qualche libro da leggere, magari preso in prestito da una biblioteca. La ricetta della sua felicità stava in queste piccole cose. Per mangiare si arrangiava alla meglio elemosinando qualche pezzo di pane raffermo che gli veniva dato da una donna che in qualche modo gli voleva bene. Questa lavorava presso una ricca famiglia e gli procurava pure qualche abito smesso dei suoi padroni, e ogni tanto lo andava a trovare nella sua modesta casa, talmente modesta da assomigliare a quella delle fiabe. L’uomo riceveva poche persone: una di queste era il curato del paese che lo andava a trovare. Il resto del tempo lo trascorreva nella solitudine. Accanto alla casa c’era un pozzo da dove attingeva l’acqua che gli serviva per vivere e per dissetare i suoi animali. Possedeva un piccolo asino e alcune galline che considerava le sue amiche più care e che ringraziava ogni volta che trovava delle uova nel pollaio. L’asino glielo aveva lasciato un soldato tedesco, durante la ritirata del 1945, perché ferito ad una zampa non era più utilizzabile. Lo scrittore lo aveva curato e ospitato nella sua piccola stalla. Il fieno per l’animale non mancava perché veniva ricavato da un piccolo appezzamento di terra che confinava con la sua casa e di sua proprietà.
La vita di questo scrittore mi fece ricordare un appunto che avevo fatto su un personaggio della letteratura alcuni anni fa. Era Paul Léautaud. Cercai tra la mia raccolta di articoli e su di lui ne trovai due scritti da due uomini di cultura: Carlo Bo e Indro Montanelli.
Il Montanelli, vecchio direttore e fondatore de Il Giornale in un suo articolo comparso nel Corriere della Sera del 12 ottobre del 1950, dedicava un ottimo pezzo a Paul Léautaud, il cui titolo attira l’attenzione di quelli che amano la letteratura francese “Il lusso di Paul Léautaud è di vivere come un pezzente”. . Montanelli racconta di una visita che fece a questo uomo d’ingegno che viveva solitario in una vecchia casa in compagnia di gatti e di galline. Questo scrittore era nato in Francia nel 1872 e morto nel 1856. Non aveva mai lasciato Parigi prima di questo suo isolamento, vivendo una vita senza avvenimenti e senza storia in compagnia delle galline dei gatti e di una scimmia. Montanelli scriveva: “Alla vigilia del suo ottantesimo compleanno, Paul Léautaud ancora aspetta – ma senza nessuna ansietà, anzi con assoluta indifferenza – di sapere il posto che gli verrà assegnato nella letteratura francese. Si tratta di un caso o di un maestro? Qualcuno dice che è un grande minore, altri sostiene che è l’unico maggiore della Francia contemporanea. Io non oso avventar giudizi. So soltanto che evito la sera, quando vado a letto, di metter sul comodino un suo libro o un numero della Table Ronde su cui sia apparso un frammento del suo Journal: altrimenti passo la notte a leggerlo, e il giorno dopo non trovo il coraggio di mettermi a scrivere. Ecco perché alla fine sono venuto a trovarlo”. La visita che Montanelli fece allo scrittore è molto particolare perché Léautaud non si concedeva molto facilmente: non amava che disturbassero la sua solitudine. Non amava la presenza delle persone. A lui bastavano i suoi molti animali; ne aveva talmente tanti che nella Seconda guerra mondiale si trasferì in Gran Bretagna per poterli salvare e non patissero le restrizioni della guerra. Portò con sé trentotto gatti, ventidue cani, una capra e un‘oca alla quale aveva dato il nome di una grande attrice francese. Quando Montanelli gli fece visita, lo scrittore era rientrato in patria e nella sua casa non trovò più tanti animali, perché lo scrittore, essendo diventato povero, non poteva più permettersi di sfamarli. Il giornalista Montanelli scrive: “è categoricamente indigente”. Lo conduce dallo scrittore una persona che lo conosce molto bene, ma che non gli assicura di essere ricevuto. “ A Fontenay – aux – Roses, N.24 c’è un cancelletto di legno incastonato in un muro decrepito di media altezza, che si apre cigolando su un giardino allo stato brado. In fondo, una catapecchia di pietra grigia, a due piani, dall’aria abbandonata. Non avrò sbagliato indirizzo? L’improvviso guizzo di due gatti che il mio passo stana da un cespuglio e il luccichio degli occhietti di una scimmia, che subito si mette a galoppare davanti a me… la stanza in cui entriamo, al piano di sopra somiglia, tutto il resto e al suo inquilino. Un tavolo in un angolo, due sedie sgangherate, una cucinetta a gas incastonata in un muro, con una caffettiera sopra; e, sotto, un banchetto da calzolaio, con tre paia di scarpe malconce. Quanto c’è d’orgoglio in questo squallore? Non è un caso che lo scrittore più libero di Francia e forse del mondo, sia anche il più povero. Léautaud si è fatto licenziare dalla Novelle Revue Francaise per non modificare un giudizio negativo su Jules Romains”. Mi pare di sentire la sua voce in quella casa abbandonata e priva di lussi, ma che ha in sé il segreto della vita, la felicità di un uomo che sceglie tra due strade e non ha difficoltà nel prendere la più dolorosa e difficile per mantenere la dignità di uomo libero. Libero di vivere in assoluta povertà piuttosto che soggiacere al potere dei soldi e della fama. Montanelli continua il suo nobile e rispettoso giudizio su questo personaggio come si addice di chi sta davanti ad un grande letterato. “…rifiuta di pubblicare in libro le sue diecimila pagine manoscritte del suo Journal, e ogni tanto ne vende dei brandelli qua e là, per desinare e a cena mangia due patate lesse che si cuoce da solo per sé e le sue bestie. E solo eliminando tutti i bisogni, può consentirsi l’unico lusso che gli sta a cuore: sentirsi libero fra i vivi e i morti, senza scendere a compromessi con nessuno”. Mi spiace non ricordare quell’uomo anche lui scrittore che volle vivere poveramente per non disturbare alcuno e mantenersi un uomo libero. La libertà è uno dei lussi che riuscì sempre a conquistare grazie all’amore dei libri che non abbandonano mai colui che li ama. In un giornale un giorno trovai l’elogio ai libri che di sicuro lo scrittore Paul Léautaud condividerebbe e vi era scritto: “Mi stanno innanzi, amici silenziosi e loquaci insieme, ubbidienti ed ordinati, conforto del mio spirito. Li ho acquistati con sacrifici, li tengo con cura e li amo quasi gelosamente. Buoni e fedeli amici, i libri. Non tradiscono, non sparlano, non vedono; consigliano, educano, amano. Beato chi vive tra i libri: pochi e buoni perché possono formare un carattere ed una coscienza. Ed io converso con i morti, perché i vivi non sentono; amo i morti perché i vivi dimenticano: vivo tra i morti e sogno e respiro. In quello scaffale stanno per ordine, pronti ai miei cenni. Aristotele e Platone, S. Tommaso e S. Anselmo. Essi elevano l’anima al di sopra del pettegolezzi del mondo”. Queste parole sono di Rosario Licari, uno scrittore solitario come Léautaud, insegnano che non serve il lusso nella vita, non servono le cose superflue, ma basta un po’ di pace interiore che si trova stando lontano dai rumori del mondo. Se lo scrittore morto nel 1956 fosse ancora con noi, si sarebbe ritirato nella cima più alta di una montagna a respirare il silenzio e il profumo della solitudine, accorgendosi che la vita si arricchisce nella contemplazione della natura. Leonardo diceva: - sii solo e sarai tutto tuo - . Con i libri non c’è solitudine. Rosario Licari scriveva ancora: “Come può vivere un uomo senza libri specie nei luoghi di solitudine e d’isolamento? Con essi si parla, si pensa, si ricorda, si piange, si ama, si vive. I libri ci ricordano e ci fanno rivivere i giorni più belli del nostro passato, quando ingenui andavamo incontro all’avvenire misterioso. Ci ricordano le inesperienze, le lotte, il complesso misterioso della vita che ogni giorno affannosamente viviamo e preparano con maggiore esperienza per quel tanto che ancora ci rimane di vivere”. Mi viene spontaneo ricordare in questo modo lo scrittore francese leggendo le sue pagine, e sentendo la sua anima che ha la sola voce quella della libertà. Durante la visita di Montanelli a Léautaud lo incita a parlare della vita e più in generale degli avvenimenti del dopo guerra e la sua parola ancora una volta è profetica. “ Leggo solo i giornali, la cronaca … E’ appassionante, la cronaca, con tutte quelle sue storie vere di ladri, di uxoricidi, di stupratori, di falsari .. E la politica. Ah, la politica m’interessa.Vogliono ancora bene, in Italia, a qual mascalzone di Mussolini? Però, averlo appeso per i piedi che porcheria !… Che vergogna! Pover’uomo !… E le facce dei suoi giustizieri !… Le vidi in fotografia… Che facce!… Volevano mettere Stalin al suo posto, eh?… Gli auguro di riuscirci… Ah sì, gli auguro di riuscirci perché Stalin, a me non piace .. . Non fa fare scioperi ai compagni, lui li impicca. Ha ragione … Io, signore, non sono né democratico né caritatevole … Ah, no!… Auguro all’umanità intera di essere governata da un delinquente come Stalin. Non merita di meglio… ”. Non credo che si possa aggiungere altro. Anche in Italia tanti furono quelli che amarono e amano il mito di Stalin e che baciarono il ritratto alla sua morte. Forse ad amarlo sono solo quelli che non hanno provato i suoi metodi che per tanti anni hanno funzionato. In un suo scritto, Carlo Bo definiva lo scrittore Leautaud con molta passione in modo particolare per il merito di aver consegnato alla storia letteraria la sua monumentale opera raccolta in venti volumi. La sua opera Journal Littérarie è il testamento di quel tempo che egli stesso ha rielaborato aiutato da Marie Dormoy sua amica e segretaria, quando si ritirò in solitudine. Carlo Bo scrive: “Ma non si pensi a un diario puramente di affari letterari, anche se la vita letteraria occupa un grande spazio di questo singolare poema del minimo e dell’occasionale: dentro c’è ben altro, e cioè tutto il registro delle origini, delle prime esperienze amorose, degli affetti, delle passioni minime per le creature trascurate o travolte nella confusione delle grandi recite e dei grandi riti ufficiali… Ma non è ancora tutto: leggendo il diario, il lettore può farsi un’idea di quella che è stata l’evoluzione della società francese nei primi cinquant’anni del Novecento: la prima guerra mondiale , il periodo fra le due guerre e poi l’occupazione tedesca ( da notare che, a suo giudizio, Parigi aveva attraversato allora un periodo di grande libertà ) e poi la seconda pace che è stata occasione di tanti mascheramenti, di tanti volgari opportunismi”. Di sicuro questo grande personaggio non ha mai avuto peli sulla lingua e non ha mai pensato in modo opportunistico: la sua grande forza era la libertà di parola. Ciò che scrisse in quelle migliaia di pagine serve per comprendere il corso della storia, perché lui ha saputo evidenziare con coscienza il male della società, senza legarsi a nessun carro, specialmente a quelli dove c’è sempre posto. La storia che ha vissuto è la grande lezione dei suoi scritti. Ancora Bo scrive: “Léautaud aveva assistito a troppe trasformazioni, a molte viltà, a tutta una serie di miserie perché non potesse trarre da questo spettacolo una scienza di vita che obbedisse al criterio dell’unicità. Ma non era sincero e spietato solo con gli altri , lo ripetiamo : lo era anche quando era lui ad entrare in scena”.
Emilio Del Bel Belluz, dedicato al camerata Almerigo Griltz
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