Tratto da Raido n.16

L’uomo comunica con i suoi simili per mezzo della parola, che per definizione è un’insieme di suoni che rappresentano un essere o un’idea. Essa , come del resto tutte le cose, ha una sua storia, che nel corso dei secoli ha visto profondi mutamenti circa i significati attribuiti. Più semplicemente il senso e l’utilizzo di un termine è oggi diverso da quello che un tempo aveva. Le lingue moderne, per organicità e articolazione, sono decisamente più povere di quelle antiche, ed è forse solamente il tedesco ad aver conservato qualche caratteristica dell’originale ceppo europeo. L’inglese, o le lingue scandinave ad esempio, hanno subito un processo di appiattimento, in favore della praticità, perdendo l’organicità originaria. Di riflesso, quindi, è avvenuto un processo di decadenza già in atto in altri campi della cultura e dell’esistenza.

Senza addentrarci in analisi tecniche di tipo filologico(1), il punto che in questa sede ci interessa mettere a fuoco è che i mutamenti dei contenuti delle parole, sono in stretto rapporto coi rispettivi mutamenti avvenuti nella visione del mondo e nella sensibilità generale degli uomini. Negli esempi che successivamente apporteremo, si può notare come, dal confronto tra il significato che alcune parole ebbero nell’arcaica lingua latina e quello che è oggi nei corrispondenti termini italiani, emerga una caduta di livello; il senso è il più delle volte distorto, reso banale, allontanato dal suo centro essenziale, di sconvolgente superficialità. Alcuni esempi chiariranno meglio il concetto. La parola virtus anticamente indicava forza d’animo, coraggio, fierezza ed era collegata al termine vir, ossia a quell’uomo che tali qualità possedeva.

Oggi essere dotati di virtù, o essere virili, ha un significato decisamente diverso. La parola è infatti associata il più delle volte alla sfera sessuale, assumendo un’accezione moralistico-borghese. Uomini che le società tradizionali definivano eroi, intrepidi, prodi, sono divenuti oggi “superdotati” playboy o spudorati carrieristi che perseguono i loro scopi con qualsiasi mezzo (anche sleale), ma che sono “virtuosi” per la società contemporanea. La parola gentilis, altro esempio, in passato era legata al concetto di gens, stirpe, razza, casta. Il gentile era colui che possedeva uno stile differenziato, aveva un distacco, una cortesia ed un contegno aristocratico, cosa diversa quindi dalle semplici buone maniere che oggi chiunque può manifestare. Un tempo essere gentili presupponeva delle qualità ben più profonde di un semplice studio del galateo moderno. La parola pietas indicava per i latini l’atteggiamento di calma, di rispettosa venerazione, di dovere, di adesione nei confronti della divinità. Il senso di pietas apparteneva alla sfera sacrale, ma poteva anche significare fedeltà al proprio Stato, esprimendosi anche nel campo politico. Oggi invece, la si associa ad atteggiamenti umanitari, compassionevoli, propri di persone trascinate da una commossa commiserazione per le sofferenze altrui. Il termine innocentia si riferiva alla purezza d’animo, alla rettitudine, al positivo disinteresse, e non semplicemente al non essere colpevole. Oggi è anche utilizzato per indicare i “sempliciotti”, o addirittura, come nel francese, gli idioti.

uesti primi esempi ci mostrano come si sia decisamente “ammorbidito” il significato delle parole; si è determinato un cambiamento di prospettiva, al posto di quella aristocratica e qualitativa degli antichi (in questo caso dei romani), è subentrata quella moderna, “annacquata”, adatta ad un tipo d’uomo privo di vero carattere e di qualsiasi riferimento superiore.

Proseguendo a questo punto con ulteriori esempi di termini distorti, preferiamo, per esigenze di spazio, concentrarci solamente su due: l’otium ed il fatum.
Entrambi hanno oggi assunto un significato negativo. L’ozioso, oggi, è lo svogliato, l’indolente, che si “occupa” di non fare nulla, una persona sostanzialmente inutile. Per gli antichi, in particolar modo, per i romani, l’ozio era un’attività positiva, corrispondente alla tranquillità d’animo, alla calma interiore necessaria alla contemplazione(2). Esso corrispondeva ad uno stato di raccoglimento, e di pausa in cui si ritrovava se stessi, lontano dal mondo esterno. Ma cosa può ritrovare dentro di sé l’uomo moderno, se l’attuale civiltà annulla ogni intima profondità, in favore di una diabolica frenesia? In questo mondo di pazzi, le “pause attive” sono una sorta di chimera; le allettanti distrazioni che ci vengono offerte sono innumerevoli (distrazione, tra l’altro, in senso letterale vuol dire dispersione ), tutte atte a distruggere qualsiasi reale vita interiore; la stessa attività contemplativa ha ormai perso il suo autentico senso, essendo oggi il “lavoro intellettuale” il suo corrispondente. D’altronde da una società meccanizzata, massificata, all’interno della quale gli individui agiscono solo per produrre e ottenere qualcosa, dove nevroticamente si lotta contro il tempo per rincorrere un aumento di stipendio, cosa ci si poteva aspettare? Nel tempo libero si preferisce rincorrere sempre nuove sensazioni e tensioni, rinunciando così all’antico otium che in tempi migliori assumeva una fondamentale importanza. Circa la parola fatum, la situazione è ancora più grave. Infatti, mentre nell’epoca romana il suo significato era essenzialmente legato alla legge dello sviluppo del mondo dettata da una intelligente volontà superiore, oggi esso è pensato come una cieca, irrazionale, automatica forza. “Il fatum romano rimandava (…) alla nozione del mondo come cosmos e ordine, in particolare a quella della storia come sviluppo di cause e di eventi riflettente significati superiori” (J. Evola “L’arco e la clava”, pag. 55). Il fato, quindi, era l’espressione dell’ordine divino delle cose, ed armonizzarsi con esso significava fungere da strumento per la realizzazione di un superiore compimento. Di questi tempi, invece, il termine ha un significato del tutto antitetico, esso è una forza che incombe negativamente sugli uomini, facendo realizzare ciò che essi meno desiderano (un suo sinonimo è infatti funesto). Ovviamente non è un caso che ciò sia accaduto, visto che, come all’inizio dell’articolo scrivevamo, il senso dato oggi alle parole è indice della generale sensibilità, che non conosce più nulla al di fuori della sua portata razionale. Il fato è diventato qualcosa di oscuro, perché l’uomo non sa più cosa sia il sacro, persuaso da sentimenti individualistici consuma in solitudine la sua grigia vita; “risucchiato” dal mondo fisico non comprende il sovrannaturale, lo considera inesistente, perché impercepibile con la sola razionalità.

cco quindi che, lontani da una semplice constatazione, il senso di questa analisi è quello di sottolineare come ormai nessun dominio della nostra esistenza è stato risparmiato dall’onda sovversiva; a questo punto, per l’uomo che ancora crede nella “salvezza”, l’obiettivo primario deve essere quello di cercare delle isole sulle quali poter saldamente riedificare i ponti verso il cielo, altrimenti inesorabili correnti lo trascineranno in fondo agli abissi dell’ormai sconfinato mare della desolazione.

 

N O T E:

1) La filologia è la scienza che studia la lingua dalle sue origini al suo svolgimento.

2) La contemplazione “non significa evasione dal mondo e divagazione,bensì approfondimento interiore e elevazione fino alla percezione di quell’ordine metafisico che ogni vero uomo non deve cessare di avere in vista nel suo stesso vivere e lottare in uno Stato terreno” (J. Evola).

Tratto da RAIDO - Contributi per il Fronte della Tradizione

Anno III, N. 16, Roma, Solstizio d’Estate 1999

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