Tucci, studioso dell’oriente tra Fascismo e Buddismo
da corriere.it Le scrivo in merito alla figura di Giuseppe Tucci. Definito in un articolo pubblicato di recente su una rivista di geopolitica, grande esploratore fascista, Tucci è stato sicuramente una figura particolare della prima metà del secolo scorso. Vista anche l’attualità dell’argomento, sarebbe l’occasione per ricordare quanto fu grande, esploratore e fascista? E spiegare la passione che ebbe per l’allora veramente inesplorato e sconosciuto Tibet al punto di convertirsi al buddismo? Mario Taliani
Caro Taliani,
Non credo che Giuseppe Tucci possa definirsi un «esploratore fascista » e non sono certo che si possa parlare, nel suo caso, di conversione al buddismo.
Come ricordò Sabatino Moscati, uno dei migliori archeologi italiani del Novecento, la sua conversazione era spesso impreziosita da massime buddiste e la sua morte, per suo espresso desiderio, venne annunciata con parole tratte dalla spiritualità orientale: «Si dissolse nella suprema luce».
Ma negli anni in cui avevo l’occasione di frequentarlo, verso la fine della sua vita, ebbi l’impressione che vi fosse in lui, accanto allo straordinario studioso del Tibet e del Nepal, una sorta di geniale dandy dell’Oriente, un personaggio comparabile a quegli europei che si compiacquero di adottare i costumi e lo stile di mondi esotici, come Lawrence d’Arabia, autore dei «Sette pilastri della saggezza», Hermann Hesse, autore di «Siddharta » e, più recentemente, Tiziano Terzani, autore di alcuni splendidi viaggi asiatici tra la fine del Novecento e l’inizio del nuovo secolo.
La sua carriera di studioso cominciò quando il giovanissimo Tucci, nato a Macerata nel 1894, pubblicò un dotto saggio di epigrafia romana in una rivista accademica tedesca.
Ma pochi anni dopo, mentre combatteva nelle trincee della Prima guerra mondiale, tralasciò il latino per dedicarsi allo studio delle lingue orientali e colse l’attenzione di Giovanni Gentile, nel 1919, con un compendio del pensiero filosofico indiano. Nel 1925, quando approdò nelle università indiane, era già in grado di insegnare contemporaneamente italiano, cinese e tibetano. La sua prima spedizione in Tibet risale al 1929: un lungo itinerario scientifico alla ricerca dei grandi monasteri costruiti molti secoli prima nelle valli dell’Himalaya, ma anche un grande viaggio iniziatico. Entrava negli stupa, consultava i sacri testi della tradizione lamaica, dibatteva in sanscrito con i monaci i misteri della fede e meditava con i pellegrini che si aggiravano solitari attraverso i grandi silenzi tibetani. Farà da allora altri sette viaggi in Tibet e quattro in Nepal: 18.000 chilometri a piedi e quattro in tenda dove volle «sperimentare le liturgie sottili che sommuovono tutto l’io, liberano aspettazioni stupefatte e pavide».
L’iniziazione risale al 1935 e avvenne sotto la guida spirituale dell’abate di Saskya. Di lì a poco cominciarono a piovere su di lui i riconoscimenti delle più prestigiose società accademiche d’Europa.
L’incontro con il fascismo avvenne quando Tucci volle che anche l’Italia avesse un grande istituto dedicato agli studi sul medio e l’estremo Oriente. La pratica si perdette nei labirinti della burocrazia romana fino a quando il «buddista » entusiasta e impaziente decise di bussare alla porta di Giovanni Gentile, allora considerato «filosofo del regime ». Gentile capì l’importanza del progetto, scrisse lo statuto della nuova istituzione, ottenne l’approvazione di Mussolini e creò l’Ismeo di Palazzo Brancaccio: un centro di ricerche filologiche e studi asiatici, uno dei migliori biglietti da visita culturali dell’Italia nelle regioni a cui Tucci aveva dedicato la sua vita.
Fu anche un istituto del regime al servizio della politica estera italiana? Sappiamo che l’archeologia e le spedizioni scientifiche furono spesso negli ultimi centocinquant’anni, per tutti i Paesi occidentali, il «proseguimento della politica con altri mezzi». E sappiamo che Tucci fu il regista degli incontri che Mussolini ebbe con Chandra Bose, leader del nazionalismo indiano anti-britannico, prima e durante la Seconda guerra mondiale.
Ma Tucci, divenuto ormai accademico d’Italia, fu fascista con lo stile e il distacco del grande intellettuale a cui premeva soprattutto creare rapporti culturali e spirituali con le grandi fonti del pensiero orientale. La politica non gli chiese mai quello che egli non avrebbe potuto dare, ed egli dette alla politica soltanto ciò che era compatibile con il rigore e l’obiettività degli studi.
Sergio Romano
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