La deporatzione dei tedeschi del Volga
I coloni tedeschi nell’Impero zarista
Nel censimento sovietico del 1939 1,4 milioni di cittadini erano classificati come tedeschi “etnici”. La maggior parte dei tedeschi sovietici era costituita da discendenti dei contadini tedeschi che a partire dalla seconda metà del Settecento si erano trasferiti nell’Impero russo, rispondendo ai manifesti di invito che i regnanti russi avevano emesso (la prima fu Caterina II) per attirare coltivatori e artigiani esperti. La maggior parte di loro andò a stabilirsi nei territori del medio corso del Volga, dove formarono l’insediamento più vasto e compatto; molti altri si insediarono più a occidente, soprattutto in Ucraina e nella penisola di Crimea; alcuni, infine, si spinsero fino alla Siberia occidentale e alle zone settentrionali della regione abitata dai nomadi kazachi. I privilegi accordati dallo stato ai coloni tedeschi iniziarono progressivamente a svanire verso la fine del XIX secolo; durante la prima guerra mondiale, i tedeschi sudditi dello zar erano ormai diventati un infido “nemico interno” da espropriare e deportare.
L’evoluzione della politica nazionale sovietica
Tra gli anni ‘20 e ‘30 i tedeschi beneficiarono della politica di autonomia culturale e accesso alle cariche amministrative locali messa in atto dal governo sovietico. La “Comune dei lavoratori tedeschi del Volga” fu il primo territorio nazionale autonomo formato dai bolscevichi (1918). Nei vent’anni successivi il territorio dei tedeschi del Volga arrivò a ospitare un discreto numero di istituzioni culturali in lingua tedesca, tra le quali più di 400 scuole, tre accademie di medicina, un’accademia musicale, un teatro e una stazione radio. Al di fuori della provincia del Volga vi erano inoltre in URSS undici distretti nazionali la cui lingua dell’amministrazione e delle scuole era il tedesco, soprattutto in Ucraina, e 37 soviet di villaggio tedeschi. In Ucraina negli anni ‘20 si trovavano ben 496 scuole nelle quali la lingua d’insegnamento era il tedesco. Con la collettivizzazione dell’agricoltura e la guerra contadina che ne seguì, l’oppressione dello stato nei confronti della popolazione aumentò significativamente, anche per quanto riguarda l’autonomia delle minoranze nazionali. Inoltre, l’ascesa al potere di Hitler (1933) tramutò la minoranza tedesca in una possibile “quinta colonna” in caso di guerra con la Germania. Nel 1934 l’NKVD iniziò a compilare liste di tutti i tedeschi sovietici per un’eventuale futura deportazione, mentre le istituzioni culturali tedesche (scuole, giornali), furono chiuse una dopo l’altra. Nel 1939 ne rimanevano solo nella Repubblica Autonoma dei tedeschi del Volga. Le pulizie etniche sovietiche degli anni ‘30, dirette discendenti di quelle della collettivizzazione, non risparmiarono i tedeschi. La deportazione totale arrivò però solo nelle condizioni di guerra.
L’attacco nazista e la deportazione dal Volga
Il 22 giugno 1941, dopo due anni di sostanziale alleanza tra le due potenze, la Germania attaccò l’URSS. Poco dopo l’NKVD iniziò la deportazione dei tedeschi sovietici dalle regioni occidentali dell’URSS. A partire dal 15 agosto del 1941 più di 50.000 tedeschi della Crimea furono deportati più a est. Tre giorni prima, il 12 agosto, era stata presa la decisione di deportare tutta la popolazione tedesca della repubblica tedesca del Volga. Tra soldati dell’Armata Rossa, poliziotti e truppe dell’NKVD furono coinvolti nelle operazioni di deportazione circa 10.000 persone. Il piano prevedeva la deportazione dei tedeschi in Siberia (regioni di Krasnojarsk, dell’Altaj, di Omsk e di Novosibirsk) e in Kazakhstan. Il capo del NKVD Berija emise le direttive per l’operazione il 27 agosto, e il giorno successivo il presidio del soviet supremo sanzionò la deportazione con un apposito decreto. Con un crudele e inconsapevole paradosso, il decreto giustificava la deportazione come un mezzo per difendere la popolazione dalle severe misure che il governo avrebbe dovuto adottare “contro tutta la popolazione tedesca del Volga”, se nella repubblica si fossero verificati atti di sabotaggio o di violenza. Tra il 3 e il 20 settembre l’NKVD, la milizia e i reparti dell’Armata Rossa radunarono tutti i tedeschi della Repubblica del Volga e delle regioni di Saratov e di Stalingrado. Ogni casa tedesca fu perquisita, e i suoi occupanti trasportati su camion e automobili alla più vicina stazione ferroviaria: sui binari convogli di carri bestiame attendevano i deportati. Le persone vennero informate dell’imminenza del trasferimento solo poche ore prima della partenza. Poterono portare con sé poche cose, che fossero poco ingombranti. Uno dei deportati sopravvissuti, la signora Langenfelder, racconta come avveniva il trasporto: “In un vagone, dotato di panche attaccate alle pareti su ambo i lati, venivano rinchiuse fino a quaranta persone. Ad ognuno veniva data ogni giorno un’unica razione, costituita da 0,3 litri d’acqua e una sardina. Si viaggiava per giorni, settimane, mesi; fuori la temperatura raggiungeva i 40°. Ci si fermava solo nelle varie stazioni per gettare i corpi inerti, che dovevano essere raggruppati su un lato del vagone”. Le donne russe sposate a tedeschi furono deportate con i loro mariti; le donne tedesche sposate a russi (un migliaio in tutto) furono invece lasciate con i loro mariti nella regione. Dopo la deportazione il governo sciolse la repubblica dei tedeschi del Volga, e la divise tra le unità amministrative confinanti.
Le espulsioni dalle città e dall’esercito
Contemporaneamente ai tedeschi del Volga fu presa la decisione di esiliare 132.000 tra tedeschi e finlandesi della regione di Leningrado. La destinazione, anche in questo caso, sarebbe stata il Kazakhstan. L’operazione tuttavia non fu completata a causa dell’accerchiamento di Leningrado da parte dell’esercito tedesco. Solo nel 1946 l’esilio di tutti i tedeschi di Leningrado poté essere completato. Le altre grandi città russe furono “ripulite” della popolazione tedesca senza particolari intoppi (quasi 9.000 furono deportati da Mosca, e più di 21.000 dalla città e dalla regione di Rostov sul Don). In settembre le persone di “etnia tedesca” furono rimossi anche dall’Armata Rossa e dalle accademie militari. I soldati smobilitati furono inquadrati in unità di lavoro e spediti nell’interno. Queste unità formarono il primo nucleo di quella che fu chiamata l’ “Armata del Lavoro” (”Trudarmija”). Tra il 1942 e il 1945 il governo sovietico smobilitò quasi 34.000 soldati di etnia tedesca dell’Armata Rossa, la maggior parte dei quali fu spedita ai lavori forzati nelle fila della Trudarmija. A seconda delle varie regioni da cui le deportazioni furono effettuate, fu permesso ai tedeschi di portare con sé dai 50 ai 200 kg di beni. Solo i tedeschi che già vivevano in Siberia, in Kazakhstan, in Asia Centrale e negli Urali non furono deportati in altre regioni, ma subito mobilitati in battaglioni di lavoro forzato. Entro la fine di ottobre del 1941 era stata completata la deportazione di tutti i cittadini sovietici di etnia tedesca che si trovavano nel territorio sovietico ancora sotto il controllo di Mosca. In totale, 840.000 persone presero la via della Siberia e del Kazakhstan: 344 convogli avevano attraversato l’URSS, scaricando nei luoghi di esilio circa 800.000 tedeschi, mentre i rimanenti erano morti durante il trasferimento.
I tedeschi sovietici sotto l’occupazione nazista
Ad altri 300.000 la deportazione fu risparmiata per l’arrivo della “Wehrmacht”. In base all’ideologia razzista, l’occupante nazista garantì ai tedeschi sovietici una posizione privilegiata: le autorità fornirono ai tedeschi locali speciali carte d’identità che garantivano loro migliori stipendi, tasse più basse e razioni di cibo più abbondanti. In aggiunta, sia in Ucraina che in Transnistria (Moldavia orientale) i tedeschi del luogo furono inquadrati dalle SS in “unità di auto-difesa” che parteciparono alla lotta anti-partigiana e ai massacri di ebrei. Nel 1943 quasi 20.000 tedeschi sovietici servivano in tali unità . Dopo la riconquista dell’Ucraina da parte dell’Armata Rossa, la maggior parte dei tedeschi sovietici fuggì ad ovest, seguendo la “Wehrmacht” in ritirata. Tuttavia, alla fine della guerra gli Alleati occidentali rimpatriarono la maggioranza di coloro che erano fuggiti, consegnandoli alle autorità sovietiche. In base agli accordi presi a Yalta, che prevedevano il rimpatrio di tutti i cittadini sovietici rifugiatisi a ovest, britannici e americani rispedirono in URSS 2.270.000 cittadini sovietici, il 10% dei quali erano “tedeschi etnici”. Questi ultimi, così come buona parte degli ex-soldati dell’Armata Rossa prigionieri di guerra, dopo essere passati attraverso i campi di “verifica e filtraggio”, furono spediti in Siberia e Kazakhstan. In questo modo i tedeschi deportati raggiunsero il numero di 1.200.000.
La vita nelle regioni di deportazione
Il Kazakhstan fu la principale terra di arrivo, con circa 444.000 deportati. La maggior parte di loro fu inserito nel sistema dei “villaggi speciali”. I tedeschi formarono uno degli scaglioni di deportati che soffrì meno le condizioni dell’esilio. Essi arrivarono infatti nei villaggi di deportati in un momento in cui questi si erano parzialmente svuotati dei contadini deportati durante la collettivizzazione, e prima che le deportazioni dei popoli caucasici e crimeani degli ultimi anni della seconda guerra mondiale portassero la popolazione dei luoghi di deportazione a concentrazioni insostenibili. A conferma di ciò, i dati sulla mortalità dei tedeschi nei “villaggi speciali” tra 1941 e 1948 si fermano al 3,5%, una cifra nettamente inferiore allo spaventoso 23,7% di morti tra i deportati dal Nord Caucaso tra 1944 e 1948.
Riabilitazione, assimilazione, emigrazione
La riabilitazione dei tedeschi sovietici fu lenta. Una risoluzione del Consiglio dei Ministri liberò i primi tedeschi dai “villaggi speciali” nel luglio 1954, sedici mesi dopo la morte di Stalin: erano i bambini sotto i 16 anni. Un anno dopo (maggio 1955) furono liberati i tedeschi mobilitati per il lavoro forzato. Nel dicembre dello stesso anno, infine, fu la volta dei rimanenti 700.000 tedeschi ancora nei luoghi di deportazione. Tuttavia, il decreto di liberazione proibiva esplicitamente ai tedeschi di ritornare nei luoghi dai quali erano stati deportati quindici anni prima, e escludeva qualsiasi risarcimento per le proprietà confiscate: i tedeschi sovietici beneficiavano di un’amnistia, ma rimanevano traditori della patria. Si dovette attendere il 1964 perché l’accusa di tradimento fosse ufficialmente cancellata, senza che però fosse riconosciuto il diritto al risarcimento o al ritorno. Solo nel 1972, infine, fu permesso ai tedeschi sovietici di stabilirsi in qualsiasi zona del territorio sovietico, ma ormai le loro regioni, villaggi e case di origine erano abitate da trent’anni da russi immigrati subito dopo la deportazione. Del resto, la deportazione aveva cancellato molte delle specificità culturali dei tedeschi sovietici, che per decenni non poterono più frequentare scuole in tedesco o leggere libri e giornali stampati nella loro lingua. Se nel censimento del 1926 quasi il 95% dei tedeschi sovietici indicava come lingua madre il tedesco, nel 1970 questa percentuale era scesa al 67%, e al 49% nel 1989. Inoltre, se all’inizio del secolo i matrimoni erano per la stragrande maggioranza interni alla comunità , negli anni ‘70 più della metà dei tedeschi era sposato a persone di nazionalità russa o ucraina. Già a partire dagli anni ‘70, e poi con la “perestrojka” e il crollo dell’URSS ormai l’obiettivo degli ex-deportati non era il ritorno ai luoghi da cui era avvenuta la deportazione, ma l’emigrazione in Germania.
Fonte: http://www.zadigweb.it/amis
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