di Emilio Del Bel Belluz

Nelle sere d’autunno Don Emilio amava passeggiare lungo il viottolo che costeggiava la chiesa del suo paese di campagna. Approfittava di questa passeggiata per leggere il breviario come don Abbondio. Questo luogo gli piaceva molto perché poteva osservare da vicino la natura nei suoi continui mutamenti. In autunno ammirava la caduta delle foglie che quando passava il vento sembravano tante farfalle. Aveva sempre amato questa stagione perché lo invitava a riflettere più delle altre sul trascorrere del tempo. Egli in quei giorni si sentiva come una foglia che cade senza far rumore. Di anni ne aveva compiuti da poco settanta e se li sentiva addosso e gli procuravano momenti di malinconia. Gli piaceva percorrere quella strada perché la sua meta era quella piccola chiesa del settecento abbellita da un porticato. Tale chiesa era appartenuta a un nobile del paese che morendo l’aveva lasciata alla parrocchia. Questo luogo era molto frequentato dagli innamorati che cercavano la solitudine e il silenzio. Una leggenda racconta che là, accanto a un ippocastano, una fanciulla fosse rimasta colpita al cuore da un cavaliere. La giovane stava riposando all’ombra dell’albero e il cavaliere recandosi a visitare la chiesa per pregare, vedendola stesa a terra credette che fosse morta. Subito scese da cavallo, si avvicinò e la baciò sulla bocca, risvegliandola come nella fiaba della bella addormentata. La giovane, colpita da quel bacio, si innamorò perdutamente del bel giovane elegantemente vestito. Quel puro bacio aveva trasmesso alla ragazza una forza e una passione davvero travolgenti. Così se una donna desiderava far innamorare il suo uomo doveva essere baciata proprio sotto quell’albero. E si diceva pure che da quell’unione sarebbero di sicuro nati dei figli. Erano leggende che correvano lungo le acque di sorgiva che bagnavano e rendevano fertili i campi di quel luogo. Donavano alla gente la speranza di abbondanti raccolti. Don Emilio quel pomeriggio leggeva ad alta voce il suo breviario, forse perché gli era sorta una sonnolenza davvero fastidiosa che non era riuscito a vincere. Giunto davanti alla chiesa, si chinò sul vicino ruscello per bere un po’ di quell’acqua e rinfrescarsi la fronte. La sete lo aveva tormentato appena uscito di casa. Il medico gli aveva raccomandato di fare qualche passeggiata riposante e di sostituire il vino che abbondantemente beveva con l’acqua. Ma il vulcanico e disobbediente sacerdote aveva rifiutato ogni ben che minimo consiglio, e la sua cocciutaggine era talmente grande da scoraggiare più di qualche luminare dell’epoca, al quale era ricorso per i suoi disturbi fisici. Suo nonno era riuscito a vivere fino alla veneranda età di cento anni, senza mai rinunciare alla solita grappa e al vino che coronavano i lauti pasti di cacciagione. Don Emilio si accorse che in quel corso d’acqua vi era un ragazzo che aveva calato le canne, e che sembrava soddisfatto per come andava la pesca. Dapprima il curato finse di non vederlo, ma poi quando giunse a una decina di metri dal giovane, questi si alzò e lo salutò in modo cordiale con un sorriso. Don Emilio, come era solito fare, cavò dalla tasca delle caramelle e gliele offerse con gentilezza. La pesca quel giorno era stata piuttosto modesta: nel barattolo di latta che aveva con sé vi erano alcuni piccoli pesci che nuotavano allegri, ignari del loro triste destino. L’insieme di questi animaletti catturati non avrebbe sfamato neppure una persona di mezza taglia, neppure un bambino. Don Emilio si fece raccontare dal ragazzo come andava a scuola e fu felice di sapere che era stato promosso e avrebbe avuto la possibilità di iscriversi alle superiori. Gli chiese alcune notizie sulla sua famiglia, sulla situazione economica e in particolare volle sapere come stava la madre, che da tempo soffriva di un forte esaurimento. Quando andava a trovarla rimaneva in sua compagnia e cercava di consolarla per guidarle il cuore verso la felicità. Le visite che Don Emilio faceva alle famiglie erano molto gradite. Tutti conoscevano le sue doti di uomo forte e accettavano quel suo carattere duro come un catenaccio arrugginito. Spesso attardandosi con le persone che più soffrivano, si metteva a pregare con loro, perché prima di tutto bisognava chiedere l’aiuto di Dio che non lo rifiuta mai a nessuno. Se si è umili con Dio, lui non nega il suo aiuto. “Dio è aiuto e consolazione” erano queste le parole che il curato diceva. Sicuramente se in quelle famiglie c’era del buon vino, lui non lo avrebbe rifiutato disobbedendo alla promessa fatta al suo “Crocefisso”. Vedendo che il giovane non aveva catturato neppure un pesce dalle dimensioni di qualche etto, gli consigliò di gettare la lenza vicino alla riva opposta dove l’acqua era ferma. Sulla riva sorgeva un salice i cui rami dolcemente toccavano l’acqua, accarezzandola come si accarezzano i capelli di una fanciulla. Il ragazzo non se lo fece ripetere due volte e seguì il consiglio del curato, ben sapendo che dove giungeva la sua parola il miracolo avveniva. Don Emilio nel frattempo aveva tolto dalla scatoletta metallica un pezzo di toscano e dopo averlo annusato lo portò alle labbra e lo accese. La fragranza emanata dal toscano acceso si diffuse nell’aria e piacque al giovane. Mentre osservava il galleggiante si accorse che l’acqua se lo era risucchiato e, presa la canna, faticò un poco per tirarla a riva con un bel pesce di oltre mezzo chilo, il più grosso della giornata e ne fu felice. Il curato aveva letto nel cuore del giovane la gioia, e alzò gli occhi al cielo per ringraziare Dio. Poi si avvicinò al giovane e gli batté la spalla e osservò il pesce che, disperato, si dimenava nel secchio. Don Emilio ,lasciato il giovane, entrò in chiesa e si accorse che il soffitto mostrava due grandi fessure attraverso le quali l’acqua piovana era entrata provocando dei gravi danni. Aveva raggiunto anche la statua della Madonna lignea lasciando delle macchie di umidità. Il parroco si fece subito serio e nella sua testa cominciarono a frullare molti pensieri: l’unica soluzione urgente era che bisognava intervenire al più presto, e la riparazione doveva essere affidata a un bravo muratore . Ma nella cassa della parrocchia non vi erano denari sufficienti neppure per il più piccolo intervento. Da quando la grande guerra era finita, la povertà martellava quotidianamente le tasche della gente e l’unico problema era di trovare il modo per andare avanti. L’aiuto che Don Emilio poteva dare era rivolto soprattutto ai bambini malnutriti, aiutando le loro famiglie con dei viveri. Egli aveva scritto una lettera al Duce in persona per implorare il suo aiuto, e questi gli aveva inviato alcuni pacchi viveri, dei testi per la scuola elementare per la scuola elementare e del materiale di cancelleria. Il tutto accompagnato da una lettera vergata dal Duce in persona. Don Emilio l’aveva fatta incorniciare e ne andava fiero. Ma il suo pensiero fisso era quella falla, che poteva far crollare il tetto della casa del Signore. Una mattina dopo aver celebrato la messa , lasciò la chiesa , entrò in canonica e si rifugiò nello studio. La perpetua lo vide e capì subito che era molto preoccupato. Non gli fece alcuna domanda, perché, se ne aveva voglia, sarebbe stato lui a parlargliene. Don Emilio non aspettò neppure un attimo e dopo aver posato il messale sulla scrivania, ritornò in chiesa in cerca del Cristo e gli parlò come era solito fare. Il Cristo gli avrebbe suggerito una soluzione di sicuro. Ma mentre rivolgeva questa supplica, sentì una fitta al cuore, ricordandosi che nei prossimi giorni era prevista nuova pioggia e quindi una soluzione doveva essere presa con urgenza. Dopo qualche istante la perpetua corse a chiamarlo : in canonica c’era un signore che lo desiderava . Il Cristo guardò sorridendo don Emilio mentre svelto lasciava la chiesa. Davanti alla canonica vide una lussuosa berlina blu, tanto grande da fargli ricordare la macchina del papa. Una vettura simile l’aveva veduta a Roma. Entrò in canonica trafelato e forse infastidito. Si avvicinò all’uomo che lo stava aspettando: un distinto signore dai modi gentili, elegante, in un completo blu. Di sicuro una persona importante. Si avvicinò al parroco e lo abbracciò affettuosamente tanto da sorprendere il curato poco avvezzo alle tenerezze. L’uomo disse che era tornato dall’America da qualche giorno, e che voleva ringraziare “quel prete” che, anni addietro, aiutandolo aveva fatto la sua fortuna. Don Emilio non comprese il senso di quel discorso ed era piuttosto imbarazzato. Ma quel signore di mezza età gli ricordò che era stato aiutato con del denaro proprio da lui prima di partire per l’America. Era stato don Emilio che gli aveva dato i soldi per il viaggio in nave. Da allora erano passati trenta anni e lui non aveva ancora estinto il suo debito. Ora era giunto il momento di farlo. Don Emilio si stava convincendo che tutto fosse uno scherzo e, a fatica, cercava di rimanere calmo, ma dentro di sé si sentiva un vulcano in eruzione. Nel frattempo il distinto signore aveva tolto da una tasca il portafoglio con del denaro e consegnò al reverendo alcune banconote che senza dubbio erano una fortuna in quel tempo. Chiese al prete di adoperare quei denari per qualche opera buona in memoria di sua madre morta da poco. Egli desiderava che fosse ricordata nelle preghiere e nelle messe. Don Emilio guardò il Cristo e sorrise, rassicurò il benefattore che avrebbe utilizzato la sua sostanziosa offerta per ciò che egli aveva chiesto e che una parte l’avrebbe usata per rifare il tetto di una chiesa. Congedandolo il signore, si ricordò che un tempo aveva aiutato un giovane in difficoltà che doveva partire per l’America. Si abbracciarono davanti a perpetua e Don Emilio gli donò un rosario benedetto dal papa come segno di riconoscenza.

Emilio Del Bel Belluz

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