Conferenza Popoli al bivio [Recensione]
Si è tenuta sabato 24 maggio scorso, presso i locali dell’associazione culturale Raido il convegno di presentazione del libro di Marzio Gozzoli edito da Ritter “Popoli al bivio-Movimenti fascisti e resistenza nella II guerra mondiale”, a vent’anni dalla sua uscita nelle librerie (1989). L’autore ha da subito sottolineato la fortunata coincidenza che vide l’apparizione del libro proprio in contemporanea con la caduta del muro e la conseguente disintegrazione della cortina di ferro. Un’artificiosa barriera che intrappolava popoli, culture, etnie, razze e comunità secondo schemi dettati da ammuffite ideologie già sconfitte dalla storia. Astratti utopismi che tuttavia sembravano, in un primo momento, avere avuto definitivamente ragione su ogni diversità ma che, una volta sgretolatasi l’infame gabbia, hanno palesato tutto il loro fallimento.
La Repubblica Ceca ha così optato di liberarsi in modo incruento dall’abbraccio con la confinante ma diversissima Slovacchia. La stessa cosa, ma con modalità molto più problematiche, è accaduta tra le Repubbliche Baltiche e il temibile vicino sovietico e nel caso ucraino. La scissione jugoslava ha provocato invece il più sanguinoso conflitto europeo dal dopoguerra, e la mappa del Vecchio continente dopo il 1989 ha visto completamente stravolto l’assetto politico. Fenomeno analogo si è verificato in Asia, con la moltiplicazione di repubbliche e repubblichette scaturite dal collasso dell’Urss.
L’edificio geopolitico tagliato con l’accetta dell’arroganza dei Frankenstein di Yalta, ha così dimostrato tutta la sua inconsistenza proprio perché calato dall’alto, imposto insomma, con mitra e filo spinato a popoli che di “quegli” status e di “quegli” assetti avrebbero volentieri fatto a meno. Popoli che, dopo il danno del tanto sangue versato, hanno poi dovuto sopportare anche la beffa di una pace aberrante e foriera di nuovi conflitti.
La tragedia “capitale” di cui trattasi fu il II conflitto mondiale, che vide gli europei combattere una letale guerra civile divisi in due schieramenti. Da un lato il fronte anticomunista, comprendente l’Asse italo-tedesco, la Slovacchia, la Romania, la Bulgaria, la Finlandia, le Repubbliche Baltiche, la Croazia, e, più defilate, Spagna e Portogallo. Dall’altro lato lo schieramento antifascista - egemonizzato dai comunisti - in cui “militavano” le grandi demoplutocrazie (Francia e Gran Bretagna). Formalmente neutrali, ma ognuna con segrete tresche sotterranee con l’uno o con l’altro dei due fronti, Svizzera, Svezia, Danimarca, Norvegia, Grecia, e molti altri paesi. Questo per quanto concerne le posizioni ufficiali dei vari esecutivi. In realtà le scelte dei singoli individui furono tutt’altro che scontate e ossequenti dei protocolli dei rispettivi governi. E qui è iniziata la parte più interessante della “relazione” di Gozzoli, che ha fatto luce su episodi poco conosciuti - per non dire del tutto ignoti - al pubblico non edotto in materia. Come prima cosa il relatore si è chiesto se la maggior parte degli europei all’epoca appoggiassero le potenze dell’Asse in nome di una causa abbracciata con assoluta convinzione, o se agissero piuttosto per puro opportunismo, o ancora se il loro principale movente fosse la paura del comunismo. La risposta è stata relativamente semplice. I motivi che mossero gli europei ad accorrere in guerra al fianco del Reich ai primi sussulti bellici sono stati molteplici, e tra questi il terrore rosso e il freddo calcolo forse hanno avuto un ruolo consistente. Va rilevato però come il volontarismo spontaneo all’inizio del conflitto fosse un fenomeno tutto sommato marginale, ma che, invece di spegnersi completamente con il procedere delle operazioni e con il profilarsi della sicura sconfitta delle potenze dell’Asse, paradossalmente si assistette, all’opposto, al moltiplicarsi delle adesioni e a una frenetica corsa all’arruolamento nelle fila della Wehrmacht. Questo sta a significare che l’anticomunismo giocò certo un ruolo importante nel movimentismo filo-asse durante il deflagrare bellico, ma che spiegare il tutto con la semplice avversione per i sovietici rischia di risultare alquanto riduttivo.
L’autentico spirito, il vero movente del “successo” riscontrato dal fenomeno dello spontaneismo e del volontarismo armato fu proprio quell’irresistibile anelito ad accorrere al fronte in nome del senso della comunità, fu la precisa sensazione che lì si sarebbe giocata l’ultima carta in difesa non della Germania soltanto, ma dell’intero continente; Stavolta era in ballo la libertà del mondo, e si svolgeva la partita decisiva tra vittoria o morte, vittoria dell’Europa e della civiltà o morte dell’Europa, della civiltà e soprattutto dell’eurocentrismo. E per ottenere questo scopo non sarebbero state sufficienti le energie della sola Germania o della sola Italia, ma ogni nazione avrebbe avuto bisogno dell’altra e che tutte insieme, unite nell’ultima sfida, avrebbero trionfato o sarebbero perite in nome di una millenaria Weltanschauung, contro la prepotente, invasiva presenza di due entità - Mammona e Falcemartello - totalmente avulse da quello che da sempre ha incarnato lo spirito classico del Vecchio Continente.
Gozzoli ha elencato episodi che al profano potrebbero apparire inspiegabili ma che alla luce di quanto affermato sopra appaiono pervasi da una razionalità inoppugnabile. La Slovacchia ad esempio fu il primo alleato a intervenire in sostegno dei tedeschi in operazioni belliche. Un battaglione di croati fu invece l’ultimo contingente filotedesco ad arrendersi agli inglesi, che cinicamente non esitarono a consegnarli poi nelle mani dei partigiani jugoslavi, ben conoscendo la sorte loro riservata dai famigerati, sanguinari massacratori titini. Unità portoghesi, svedesi, spagnole, parteciparono anch’esse alle azioni, malgrado la neutralità formale dei rispettivi governi, e pochi sono edotti del fatto che a difendere il Vallo Atlantico, il vulnerabile bastione “oceanico” del continente, erano accorsi 300.000 volontari provenienti dall’est europeo pronti ad appoggiare le insegne tedesche e che al momento dello sbarco in Normandia i primi a contrattaccare gli alleati sulle spiagge sabbiose di Omaha beach furono i componenti del valoroso battaglione georgiano. Inoltre, a difendere strenuamente Berlino dall’assalto dei russi, nell’ultima, disperata difesa della capitale del Reich dalla marea rossa, furono gli eroici soldati francesi della Charlemagne, che contrastarono l’avanzata dei tanks sovietici palmo a palmo, al costo di altissime perdite. Furono tali esempi di eroismo e di abnegazione a convincere gli storici meno prevenuti ad ammettere che la vera resistenza sostenuta durante il secondo conflitto mondiale fu quella condotta dagli europei contro le truppe russe e americane. Il totale dei volontari accorsi dai paesi dell’est europeo per arruolarsi sotto le insegne del Reich, infatti, assomma a un milione e mezzo circa di uomini. Un’enormità, considerato che all’inizio delle ostilità gli ottusi burocrati di Berlino, in nome di un malinteso senso di superiorità razziale, ostacolarono ogni operazione di questo genere. Salvo poi “ripensarci” successivamente, con una tardiva marcia indietro, prendendo atto con realistico senso pratico dell’indispensabilità di tali apporti. Il fatto è che l’affiatamento nella comune militanza, l’affrontare insieme giorno dopo giorno situazioni estreme, sacrifici e privazioni, insidie e fatiche, cementava nelle reclute l’afflato cameratesco e il senso di solidarietà, tipico di chi condivide col commilitone il pericolo della morte sempre in agguato. Questo ha permesso di foggiare, più delle astruse e controproducenti teorie costruite a tavolino, una nuova forma mentale, permettendo l’abbattimento, nelle sofferenze delle trincee, delle artificiose barriere discriminatorie tra popoli europei e non. E forse, col senno di poi, bisogna ammettere che fu proprio questo il grande errore della Germania nazionalsocialista nella conduzione della seconda guerra mondiale: il non avere compreso che se vittoria doveva essere, la lotta andava affrontata assieme. Proprio per tale motivo non c’era, non doveva esserci, alcuna barriera o discriminazione razziale e culturale all’interno della grande fortezza europea, che piuttosto andava strutturata sul paradigma dell’impero romano. Fu Roma, infatti, l’archetipo primigenio da seguire, coi suoi contingenti celti, illiri, daci, britanni, iberici, tutti perfettamente amalgamati e fusi armonicamente in un unico empito conquistatore. Il primo esempio di ecumene multirazziale rimasto fino a tutt’oggi pressoché insuperato. In Asia si verificava lo stesso fenomeno, con il Giappone a capeggiare il “cartello” dei sostenitori dell’”Asia agli asiatici”, compattati in una realtà politica che vedeva l’aggregazione intorno al Giappone, lo stato “leader”, della Manciuria, delle Filippine, di parte dell’Indonesia e una fetta di oceano Pacifico, contrapposti a Cina, Birmania Thailandia e Indocina, con un confine che passava attraverso Corea e Viet-Nam, tagliandoli nettamente in due parti.
In conclusione, il relatore ha fatto luce su alcuni esempi di autentico spirito resistenziale rimasti del tutto eclissati in quanto combattuti dalla parte “sbagliata”. Si tratta infatti di resistenze “anti-atlantiche”, e come tali destinate a finire nel dimenticatoio per fare spazio agli analoghi episodi antifascisti, risultati più “funzionali” ai sistemi usciti vittoriosi dal conflitto e in ottemperanza alla spietata legge del “guai ai vinti”. Si tratta della sollevazione anti-inglese del 1941 verificatasi in Iraq; di quelle anti-francese e anti-inglese in Siria ed Egitto; dell’insurrezione anglofoba in Bengala capeggiata dall’eroico Chandrabose, e del pressoché dimenticato Esercito Indiano Nazionale filogiapponese che in Birmania e in Malesia combatteva contro l’oppressione britannica.
A cura di SpAng
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