di Emilio Del Bel Belluz
Nel cuore della notte Don Emilio sentì che qualcuno stava battendo alla porta: di sicuro non si trattava di qualcosa di buono. Succedeva spesso che un ammalato chiedesse il prete per la estrema unzione. Tutti sapevano che Don Emilio non voleva che nessuna delle sue pecorelle se ne andasse senza di lui. Amava i poveri e quelli che stavano per lasciare la vita terrena.Di corsa andò al balcone e vide l’appuntato dei carabinieri Francesco che desiderava parlargli, e naturalmente non poteva dargli la notizia ad alta voce. Don Emilio chiese solo il tempo di potersi vestire e sarebbe corso subito ad aprire. Anche la perpetua, svegliatasi di soprassalto, aveva deciso di alzarsi: forse qualche donna aveva bisogno d’aiuto. Passarono pochi minuti, il prete aprì la porta e fece entrare il carabiniere che conosceva da tempo. Era stato lui a battezzarlo e ad aiutarlo, divenuto adulto, nella strada da seguire. Francesco, un tipo alto, snello con una folta barba bruna che gli incorniciava il volto, gli riferì che nelle vicinanze del paese era accaduta una disgrazia. Una giovane donna era in fin di vita, e chiedeva un prete per elevare la sua anima a Dio. Non c’era tempo da perdere, non doveva essere sprecato neppure un attimo: forse al loro arrivo lei poteva essere già spirata. Don Emilio salì subito sulla camionetta per raggiungere il posto dell’incidente, ma la ragazza era stata portata in salvo da un contadino che aveva visto l’incidente, in una casa vicina. L’automobile in cui la fanciulla viaggiava era precipitata nel canale, e lei aveva subito una profonda ferita alla testa e presentava anche altre ferite. Il medico, giunto subito per prestarle soccorso, aveva ordinato che non venisse spostata da quel luogo. La donna che l’aveva accolta nella sua casa l’aveva fatta adagiare nel suo letto. Il corpo della ragazza presentava tante brutte ferite, ma lei era ancora vigile. Forse poteva avere circa vent’anni. L’uomo che era alla guida dell’auto, subito dopo l’incidente era fuggito a piedi attraverso i campi senza prestarle soccorso. Non era di certo un pezzo di galantuomo e i carabinieri gli diedero immediatamente la caccia, ma senza risultato. Don Emilio era ancora assonnato, ma quando avevano bisogno della sua presenza lui non si sottraeva. In questo caso era un suo dovere accorrere presso questa creatura in fin di vita. Il carabiniere che l’aveva vista la descrisse come una bella ragazza, bella come una attrice di quelle che si vedono nei giornali. Per lui poteva anche esserlo, e nel parlarne dimostrava una simpatia che preoccupava Don Emilio, ma con il suo solito spirito giovanile gli diede una pacca sulle spalle. Il canale distava alcuni chilometri dalla canonica, ma tutti e due sarebbero giunti in breve tempo. Entrarono nella casa della signora Angela dove la giovane era stata portata. Questa signora era vedova da diversi anni e, dopo un secondo amore sfortunato, aveva accettato la vedovanza. Don Emilio vide alcune persone che sostavano davanti alla casa. si avvicinò al medico per avere notizie sulle condizioni della ferita che gli disse che la situazione era molto grave. Don Emilio, entrato nella stanza che accoglieva la sventurata, chiese di essere lasciato solo con lei; le si avvicinò e questa vedendolo si rincuorò e gli sorrise . Con un debole filo di voce gli disse che ora lasciava la vita serena. Durante la confessione sussurrò all’orecchio del prete, leggermente sordo, che aveva condotto una vita dissoluta: era stata donna di piacere. Don Emilio le accarezzo i capelli e il viso e la incoraggiò dicendole che Dio è bontà e amore e di sicuro avrebbe perdonato i suoi errori. La giovane dal volto bello, ma alterato dalla sofferenza, suscitò nel prete un grande senso di pietà. Le chiese di recitare assieme a lui una preghiera anche solo muovendo le labbra. Poi Don Emilio cercò di farsi dire il nome e il luogo di provenienza. Aveva davvero pochi istanti di vita e il respiro cominciò a divenire affannoso. La ragazza con uno sforzo immane gli confessò ancora che aveva un grande rimorso: un anno fa era rimasta incinta e aveva volutamente perso il figlio. Questo era un rimorso che la tormentava continuamente. Don Emilio le strinse le mani affettuosamente e le disse ancora una volta di non temere: Dio aveva riservato a quell’angioletto un posto vicino a lui, e lei lo avrebbe incontrato. Dagli occhi scesero delle lacrime che le rigarono il volto madido di sudore e le labbra accennarono a un dolce sorriso e lasciarono uscire un debole grazie. Don Emilio sentì le mani della giovane sempre più deboli e le chiuse gli occhi. Uscito dalla stanza, annunciò ai presenti la morte della donna. Il medico stilò il suo referto. Nel frattempo i carabinieri avevano dato le generalità al Comando per informare la famiglia. Dai documenti si evinceva che la giovane abitava a Napoli ed era segnalata alle autorità. Don Emilio si fece riaccompagnare in canonica senza dare nessuna notizia relativa alla defunta. Giunto a casa, era già l’alba. La perpetua nel frattempo aveva preparato la colazione e l’appuntato si fermò giusto per un caffè, e per scambiare qualche parola sulla vita di caserma. Don Emilio gli voleva bene e Francesco si ricordava dei momenti felici passati in canonica a giocare con i ragazzi. Ricordava le tante volte che Don Emilio lo aveva trattenuto a pranzo, perché sapeva che proveniva da una famiglia povera, dove di bocche da sfamare erano davvero tante. Il prete lo aveva aiutato nel momento in cui doveva superare gli esami per entrare nell’arma. Dopo aver lasciato il giovane, Don Emilio si recò in chiesa per celebrare la messa del mattino. Là lo aspettavano le donne del paese, le solite quattro vecchie che non mancavano neppure se fosse caduto un metro di neve. Durante la messa c’era pure un giovane molto devoto che desiderava il sacerdozio e faceva da chierichetto. La stanchezza della notte trascorsa al capezzale della giovane non se ne era andata, come non se ne era andata la storia che quella sfortunata gli aveva raccontato. Dopo la celebrazione della messa si avvicinò al Cristo che lo elogiò per quello che aveva compiuto, e gli disse che la giovane era con lui e con il figlioletto perduto prima della nascita. Don Emilio sorrise e si sentì sollevato: sapeva che davanti a Lui tutto era bello. L’indomani giunse da lui la vedova che aveva accolto nella sua casa la ragazza morente per informarlo che nessuno aveva reclamato il corpo della poveretta. La madre, informata del tragico incidente occorso alla figlia, aveva risposto che per lei quella non era più sua figlia, dal momento in cui aveva lasciato la famiglia per darsi a quella brutta vita. Don Emilio istintivamente si tolse il tricorno e si lisciò i capelli, cercando di capire come una madre potesse aver pronunciato queste parole, perché l’amore di una madre sa sopportare ogni dolore. La vedova, donna molto sensibile e generosa, disse al parroco che lei, a sue spese, avrebbe provveduto alle esequie e alla sepoltura della sventurata creatura, della quale non riusciva a dimenticare quegli occhi che imploravano aiuto. Pure lei, come Don Emilio, non riusciva a capire come una madre non potesse perdonare gli errori di un figlio. Don Emilio sorrise e, tolse dallo scrittoio una foto di Santa Rita da Cascia e la corona del rosario e pregò la vedova di porle tra le mani della ragazza. Congedandola, la abbracciò affettuosamente, come una figlia e le disse che il buon Dio avrebbe tenuto conto di questo suo lodevole atto. L’indomani la gente del paese partecipò commossa ai funerali, mentre la campana della chiesa mandava nell’aria i suonò rintocchi mesti. Sulla tomba della povera sventurata ogni giorno qualcuno posava un fiore fresco e profumato. Don Emilio serbava nel suo cuore questa speranza: si augurava che un giorno la madre pentita venisse a pregare sulla tomba della figlia. E questo avvenne.

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