Mussolini ucciso dagli 007 americani?
di Alberto Bertotto, da effedieffe
Numerosi lettori hanno dimostrato un crescente interesse circa le tematiche che vertono sugli episodi che hanno portato alla morte di Mussolini.
Pochi giorni fa ho letto una segnalazione che non conoscevo.
Si riferisce ad un trafiletto, comparso su Il Corriere della Sera (25 ottobre, 1997), intitolato: «Mussolini ucciso dagli 007 americani».
Ecco quello che c’è scritto: «Dietro l’esecuzione di Benito Mussolini spunta il segreto militare americano. A ordinare di aprire il fuoco sarebbe stato James Jesus Angleton, figlio del futuro capo dell’Office Strategic Service. Il Duce, secondo quanto ha affermato lo storico Antonio Pantano alla Komazawa University di Tokio, sarebbe stato ucciso poche ore dopo l’arresto a Dongo, nella notte tra il 27 e il 28 aprile 1945».
Il professor Pantano è presidente dell’Istituto di Studi Poundiani (la sede è in provincia di Roma) e consigliere dell’Accademia Angelica Costantiniana di Lettere, Scienze ed Arti (una istituzione culturale a carattere internazionale).
E’ in stretto contatto con la figlia di Ezra Pound, principessa Mary de Rachelwitz.
J. J. Angleton, dopo la guerra, ha fatto arrestare ed internare in un manicomio criminale di Washington (St. Elizabet’s Hospital) il filosofo fascista Ezra L. Pound con cui aveva intrattenuto rapporti anteriori all’arresto.
In un primo tempo, il Pound doveva essere giustiziato perchè incolpato di collaborazionismo con i fascisti.
Il ricovero in un istituto psichiatrico gli ha evitato la pena di morte («Ezra Loomis Pound». xoomer.alice.it).
Volendo intrigare, si può ipotizzare che Pound abbia saputo da Angleton com’è morto Mussolini.
Lo ha detto alla figlia Mary e questa, a sua volta, lo ha confidato al Pantano.
Detto per inciso, alla divisione neuropsichiatrica dell’Ospedale Saint Elizabeth’s di Washington DC, diretta dal professor Winfred Overholser, sono arrivati i frammenti della biopsia cerebrale mussoliniana ottenuta durante l’autopsia effettuata a Milano, il 30 aprile del 1945, dal dottor Caio M. Cattabeni, un medico dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università ambrosiana. (A. Bertotto, «La morte di Benito Mussolini. Una storia da riscrivere», In corso di stampa).
Una «strana» coincidenza.
Ho parlato personalmente con il il professor A. Pantano il quale mi ha detto che la missione omicida dei killer USA sarebbe stata organizzata da Angleton dietro «input» del pro-segretario di Stato vaticano monsignor Giovanni Battista Maria Montini «assecondato dal suo fido Togliatti», un uomo, a detta del Pantano, tutt’altro che «agente» di Stalin.
Della iniziativa ne era al corrente anche l’agente OSS Peter Tomkins autore del famoso libro «Dalle carte segrete del Duce» (Il Saggiatore, 2004).
Il Tompkins è stato il più accanito sostenitore di Bruno Giovanni Lonati, il sedicente fucilatore di Mussolini che avrebbe agito in combutta con un fantomatico capitano John (Maccarone/i) alle dirette dipendenze del generale inglese Harold Alexander (G. L. Lonati, «Quel 28 aprile. Mussolini e Claretta: la verità », Mursia, 1994).
Il Lonati/Maccarone/i sarebbero stati «tirati fuori» dal Tompkins per occultare ben altre verità . Avrebbero fatto cioè da paravento, coprendo le dirette responsabilità degli americani.
Il Duce non solo era in possesso di documenti scottanti per gli inglesi (Winston Churchill), ma anche di incartamenti, ben più compromettenti, che coinvolgevano direttamente la Casa Bianca ed il suo inquilino Franklin D. Roosevelt.
Uccidere lui e recuperare i suoi carteggi, questi erano gli obiettivi dei killer notturni agli ordini di J. J. Angleton.
Costui è stato il capo del controspionaggio americano a Roma dal 1944 al 1947 (www.bibliotecapleyades.net).
E’ cosa risaputa che la spia USA si serviva proficuamente della rete d’informazioni che aveva messo in piedi la Santa Sede, un servizio d’Intelligence che in quegli anni era diretto dal «pio» monsignor G. B. M. Montini (www.bibliotecapleyades.net).
J. J. Angleton è stato il capo del controspionaggio americano a Roma dal 1944 al 1947 (www.bibliotecapleyades.net).
Sul sito montagna-longa.noblogs.org possiamo leggere: «Al centro delle manovre occulte c’è lui, James Jesus Angleton, super-spia, prima a Roma e poi a Washington, dall’eloquente nome in codice: Artefice. E’ stato chiamato in mille modi: ‘Cold warrior’, combattente della guerra fredda. Il super-falco. Anche ‘no Knock’, colui che non bussa alla Casa Bianca perché autorizzato a incontrare il presidente degli Stati Uniti a qualunque ora. Oppure ‘the ghost’, il fantasma, perché c’è anche quando non c’è. Ma l’appellativo assegnatogli dal libro di Casarrubea e Cereghino, ‘Tango connection’ (Bompiani, 2007), non s’era mai sentito prima d’ora: ‘Mente eversiva numero 1 nell’Italia degli anni 1944-1947’».
«Il nostro appellativo deriva dallo studio di migliaia di documenti degli archivi dell’intelligence di Washington e Londra, Roma e Lubiana», dicono gli autori del libro. Angleton ha appena 27 anni quando assume l’incarico di capo dell’X-2, l’ufficio in Italia per il controspionaggio dell’OSS. E’ lui, l’Artefice, che mira a fare della giovane repubblica italiana, nel 1947, e in accordo con la dottrina Truman che scatena la guerra fredda tra USA e URSS, una ‘democrazia autoritaria’ con il PCI fuorilegge. E’ lui a dirigere a Roma, a metà 1945, l’OSO, l’Office of Special Operations, una struttura più segreta del suo X-2 (tuttora i paragrafi che riguardano l’OSO sull’Italia di quegli anni, nel Nara, l’archivio statunitense al College Park, Maryland, sono oscurati perché coperti dal segreto di Stato). E’ sempre lui, Angleton, l’Artefice del salvataggio di Borghese (Milano, 10 maggio 1945). Traveste Borghese da ufficiale americano e, a bordo di una jeep su cui sale anche Federico Amato (capo dell’Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno dall’estate 1944, diventerà più popolare in seguito come esperto gastronomo dell’Espresso), lo porta a Roma per poi coinvolgere il ‘principe nero’ e i suoi militi nella guerra contro le sinistre di Togliatti e Nenni.
Il presunto coinvolgimento di Angleton nell’uccisione del Duce mi fa pensare a quanto recentemente è stato detto dal collegio forense di Guido Mussolini, nipote del capo del fascismo, che, nel settembre del 2006, aveva fatto aprire un fascicolo dalla Procura di Como per cercare di capire da chi e come fosse stato ucciso suo nonno.
Secondo lui non gli americani, ma gli inglesi, durante un’incursione notturna, avrebbero direttamente soppresso in casa De Maria il leader fascista e Claretta Petacci.
Si legge, infatti, sul web: «Nel testo del cosiddetto ‘armistizio lungo’, che parlava delle clausole segrete, l’articolo più travagliato, scritto e riscritto varie volte, fu proprio quello sulla consegna di Mussolini agli alleati. Mentre Roosevelt e gli americani lo volevano vivo per portarlo a Norimberga, gli inglesi erano decisamente contrari e lo volevano morto, perché sapevano che la sua presenza a Norimberga, le sue parole, qualche documento avrebbe potuto metterli in serio imbarazzo. Al momento della sua cattura era presente, ‘per combinazione’, un agente segreto inglese, di origine italiana, che disse ai partigiani: fate alla svelta, se arrivano gli americani, ve lo portano via».
Il fiduciario americano a Berna, Allen Dulles, aveva inviato a Como il capitano dei corpi speciali USA Emilio Daddario con il compito di prendere in consegna il Duce non appena fosse stato catturato.
Si pensava di trasferirlo a Firenze o, più probabilmente a Caserta dove aveva sede il comando alleato e soprattutto l’OSS (Office of Strategic Service), l’organismo d’intelligence progenitore della CIA.
A Caserta l’ex dittatore sarebbe stato «interrogato» dagli angloamericani che volevano avere mano libera sulla sua sorte.
In realtà , A. Dulles era più filobritannico di Winston Churchill.
Potrebbe aver indirettamente favorito la volontà degli inglesi.
Il Daddario, infatti, fece ben poco per cercare di recuperare Mussolini.
L’unico gesto che compì fu quello di firmare un lasciapassare per il colonnello Valerio (Walter Audisio).

In realtà firmò la condanna a morte del Duce, nonostante numerosi cablogrammi inviati dalla sede interalleata di Siena ne reclamassero la consegna, ben s’intende da vivo («Dongo. Mussolini riconosciuto per caso», L’Unità , 30 dicembre, 2006).
Altri dati suggeriscono, tuttavia, che gli yankee erano ostinatamente propensi ad uccidere il capo del fascismo.
Nel 1943, una telefonata transoceanica intercettata dai tedeschi dimostrava la completa adesione di Franklin D. Roosevelt ai piani omicidi dell’albionico «Winnie» (A. De Felice, «Il gioco delle ombre»).
Churchill, nel 1943, aveva predisposto una missione aerea (Bomber Command Harris) per bombardare palazzo Venezia e villa Torlonia onde uccidere il suo inquilino, il leader fascista Benito Mussolini (firewolf.megablog.it/item/il-complotto-per-uccidere-mussolini).
Gli inglesi non avevano mai receduto dai loro funesti propositi.
Durante la riunione del CNLAI in cui veniva decisa la morte del Duce (aprile 1945), Max Salvadori, agente di Churchill a Milano, sollecitò i comandi partigiani affinchè agissero velocemente onde impedire ai «legalitari» (processo regolare?) americani di arrivare per primi alla prigione di Mussolini.
Torniamo ai presunti killer americani agli ordini di J. J. Angleton da cui siamo partiti.
Sul Corriere di Como on line (11 Aprile, 008) c’è scritto (www.claretta.org): «La Cassazione ha chiuso definitivamente, almeno per questa fase, il procedimento e le indagini sull’uccisione di Benito Mussolini, aperti lo scorso anno su iniziativa di Guido, nipote del Duce. Ieri sera, la prima sezione penale ha infatti dichiarato inammissibile il ricorso presentato dal discendente di Mussolini contro l’archiviazione del caso disposta lo scorso primo ottobre dal gip di Como. Contro la riapertura delle indagini e dell’inchiesta sull’uccisione di Benito Mussolini si era pronunciato nella stessa giornata di ieri anche il procuratore generale della Cassazione, Alfredo Montagna.
Le motivazioni addotte a favore della prosecuzione del procedimento da parte dei legali del nipote del Duce, Carlo Morganti e Luciano Randazzo, vertevano sul fatto che la motivazione del gip fosse ‘meramente apparente’ e che l’omicidio di Mussolini non potesse essere dichiarato prescritto ‘perché non si tratta di un omicidio ordinario ma dell’uccisione di un capo di Stato in violazione della legge sui prigionieri di guerra’. ‘Posso già dichiarare, ha dichiarato ieri sera l’avvocato di Guido Mussolini, Luciano Randazzo, che comunque non ci fermeremo qui e siamo pronti a presentare una nuova richiesta di riapertura del caso’. I legali di Guido Mussolini, in effetti, sostengono da tempo di avere nuove prove sull’esecuzione del Duce. ‘Esistono le ormai famose carte inglesi custodite nell’archivio storico britannico, sostiene Randazzo, oltre ai filmati presenti in una sede americana della CIA. Si tratta di elementi importanti e già da tempo avevamo chiesto l’acquisizione di queste nuove prove, che però ci è sempre stata negata. Siamo pronti ora a presentare una nuova richiesta di riapertura delle indagini alla luce di queste prove che a nostro avviso non possono essere trascurate’. Riguardo al filmato, secondo le ricostruzione dei legali di Guido Mussolini, negli archivi dei servizi segreti statunitensi vi sarebbe ben più di un semplice documento sulla fine del Duce. Nella sede di Langley, in Virginia, sarebbe conservato e tuttora archiviato come top secret un filmato di tre minuti sui fatti di Giulino di Mezzegra. Si tratterebbe di un documento ripreso da un videoamatore e subito fatto sparire. L’avvocato Randazzo, nell’autunno scorso, parlò anche di un aggancio diretto con alcune fonti americane per recuperare il filmato. Uno scenario che finora non si è tradotto in pratica».
Sullo stesso sito si legge inoltre: «Con la decisione della Suprema Corte, Prima sezione penale, è stata scartata l’ipotesi che la morte di Mussolini sia stata commissionata dagli inglesi ai partigiani di Luigi Longo. E che, dunque, si sia trattato dell’omicidio di un capo di Stato deciso da una nazione straniera e sul quale la prescrizione non è maturata. Anche la Procura di piazza Cavour, rappresentata da Alfredo Montagna, aveva chiesto che il reclamo del figlio di Vittorio Mussolini fosse dichiarato ‘inammissibile’ e che venisse confermata l’ordinanza di archiviazione del caso disposta dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Como, competente territorialmente, il 1° ottobre del 2007».
In altre parole, il Tribunale di Como aveva disposto l’archiviazione del caso perchè non esistevano i presupposti della «prederminazione».
Motivazione subito contestata dai legali di Guido Mussolini i quali hanno sempre sostenuto, a ragione, che l’omicidio del Duce era un omicidio premeditato.
Il video sulla morte di Mussolini sarebbe stato girato da un giovane cineoperatore assoldato dal CNL.
Oltre al momento dell’esecuzione, il cineasta avrebbe anche immortalato altre situazioni che si erano realizzate durante la prigionia di Mussolini iniziata a Dongo il pomeriggio del 27 aprile 1945. Il microfilm sarebbe stato prontamente sequestrato dagli americani che ne volevano impedire ogni tipo di diffusione (ciò dimostra che agenti segreti USA erano presenti a Dongo, a Bonzanigo e a Giulino di Mezzegra).
Il videoamatore partigiano era stato tuttavia bravo: era riuscito ad ottenere un duplicato della pellicola originale (non si sa quando ha trovato il tempo di farlo).
Sarebbe questa la copia conservata negli archivi USA (M. Acqua Simi, «Parte l’inchiesta sulla morte di Mussolini», Libero, 9 Settembre, 2006).

Se ho ben capito da tutto ciò si evince che ad uccidere Mussolini sarebbero stati gli inglesi, mentre il film che ne ritrae la morte lo avrebbero fatto scomparire gli americani.
Si noti un fatto: killer inglesi, cineoperatore italiano, sequestratori cinefili americani.
Ce n’è per tutti i gusti.
Si deve, inoltre, fare anche un’altra considerazione: molte persone hanno assistito al travaglio mussoliniano che ha avuto inizio dopo il suo arresto.
Mai nessuno si è premurato di dire che un individuo con la cinepresa si era pigliata la briga di filmare questa o quella sequenza degli avvenimenti in corso.
In altre parole un documentarista non poteva passare inosservato.
Va, inoltre, detto che gli avvocati di Guido Mussolini hanno asserito che una copia del film sarebbe gelosamente conservato anche negli archivi italiani della Presidenza del Consiglio (A. Bertotto,
«Il processo a Mussolini: risultato degli indagini preliminari», Storia del Novecento, dicembre, 2007).
A proposito del filmato secretato negli USA Guido Mussolini ha affermato: «In realtà ci proposero di acquistarlo (25.000 euro, sic! ndr). Dissero che era custodito in un archivio privato americano (? ndr). I soldati USA, durante la guerra, riprendevano tutto e non è escluso che possono averlo fatto anche con mio nonno. Peccato che, poi, le stesse persone che ce lo avevano proposto ammisero di non essere più in grado di reperirlo» (S. Ferrari, «E’ in una lettera di Togliatti il mistero di Mussolini», www.laprovinciadicomo.it).
Parlando della morte del Duce il pm di Como, Maria Vittoria Isella, ha sorprendentemente affermato: «Da tutto il materiale raccolto si evince con chiarezza e con attendibilità scientifica che in realtà il decesso di Mussolini e della Petacci è da collocarsi nelle prime ore della mattina del 28 aprile 1945 ed il luogo di commissione dei due omicidi deve essere indicato non solo nella casa, ma anche nella stanza dove i due vennero sorpresi in posizione inizialmente supina ed in abbigliamento succinto, come dettagliatamente illustrato, argomentato e motivato dal più che esauriente e convincente studio del dottor Aldo Alessiani» (G. Moroni, «Il pm: Mussolini ucciso in camera»,La Nazione, 15 luglio, 2007).
Interessante è quello che si legge su ciaocomo.it del 2 Ottobre 2007 («Ecco un’altra conferma.
Si l’hanno uccisi in casa De Maria»): «Mussolini e la Petacci sono stati uccisi nel cuore della notte mentre stavano dormendo. Li hanno freddati nel letto e poi portati fuori casa. Lo dice una donna comasca di 78 anni (che ha voluto rimanere anonima) davanti alle telecamere di Etv. La donna che ha fornito questa ricostruzione (identica a quella data dal Sostituto Procuratore di Como Maria Vittoria Isella) ha portato a supporto di questa tesi anche una fotografia storica» (che nessuno ha mai visto, ndr).
I dati, nel loro insieme, stanno ad indicare quanto da tempo si suppone con fondate motivazioni: il Duce non è morto il pomeriggio del 28 aprile 1945 davanti al cancello di villa Belomonte (Giulino di Mezzegra), ma al mattino, a Bonzanigo, nella dimora rurale dei suoi ospiti, i contadini de Maria (Giorgio Pisanò, «Gli ultimi cinque secondi di Mussolini», Il Saggiatore, 2004).
J. J. Angleton e Guido Mussolini prevedono che l’intervento omicida americano o inglese abbia avuto luogo nelle ore notturne.
Non essendo esterofilo lo storico/giornalista Pisanò attribuisce a Luigi Longo, sensibile agli input dell’Intelligence d’oltremanica (P. Chessa, «Rosso e nero», Baldini & Castoldi, 1995), il ruolo dell’efferato esecutore mattutino.
Si vede che Longo non era un fucilatore con le abitudini di un viveur nottambulo.
La decisione (autonoma o concordata precedentemente con i vertici del CVL milanese?) di trasferire Mussolini e Claretta a Bonzanigo in casa dei De Maria è stata presa a Moltrasio (ore 3 del 28 aprile 1945) da Pier Luigi Bellini delle Stelle (Pedro), Luigi Canali (capitano Neri) e Michele Moretti (Pietro Gatti).
Chi di loro ha successivamente accompagnato gli 007 americani al casale dei De Maria per consentirgli di uccidere il Duce e la sua giovane amante? (lo stesso ragionamento vale se vogliamo accreditare la versione che prevede agenti segreti inglesi).
Se non erano accompagnati da un garante come mai non si è verificato un conflitto a fuoco tra loro ed i custodi rimasti all’interno del rustico per sorvegliare i reclusi (Lino Frangi, Lino e Gugliemo Cantoni, Sandrino)?
Lino e Sandrino avevano l’ordine perentorio di sparare su chiunque si fosse avvicinato al nascondiglio senza essere scortato da un capo partigiano di loro conoscenza (A. Zanella, «L’ora di Dongo», Rusconi, 1993).
Maurizio Barozzi ha asserito che Pedro ed il suo degno compare Urbano Lazzaro (Bill) abbiano ricevuto in dono dagli americani preziosi orologi in oro.

Per quali servigi prestati? (M. Di Belmonte, «Sull’assassinio di Benito Mussolini», Libro telematico, 2008, fncrsi.altervista.org).
Una fotografia scattata tra il 28 ed il 30 aprile 1945 al bivio di Azzano li ritrae in compagnia di un personaggio non identificato: il guidatore di un veicolo che era sicuramente una US Army Staff Car (E. Lucini, Riviera, Svizzera, comunicazione personale).
Essendo filomonarchici e badogliani, Pedro e Bill erano sicuramente vicini agli ambienti dell’OSS americana che in quei giorni aveva mandato sul lago una serie di missioni con il compito di raggiungere il Duce fuggiasco (F. Bandini, «Le ultime 95 ore di Mussolini», Mondadori, 1968).
Per non parlare del Canali (capitano Neri).
Alcuni sostengono che era strettamente imparentato con il SOE (Special Operations Executive) inglese (L. Garibaldi, «La pista inglese», Ares, 2002).
Il mio ragionamento solleva degli interrogativi circa presunte connivenze tra partigiani ed alleati a cui non si può ancora dare una risposta esauriente.
Si può solo speculare artificiosamente, ma non dedurre con una logica conseguenziale.
Ipotizzare si, documentare con prove alla mano no.
Il che è tutto dire.

Essendo buio pesto i presunti killer USA di J. J. Angleton, o i loro cugini londinesi agli ordini di Churchill, dovevano essere seguiti da un cineoperatore con gruppi elettrogeni a batteria per illuminare la scena.
Durante la guerra le cineprese portatili non avevano le torce automatiche e gli obiettivi ad alta definizione di cui sono equipaggiate quelle moderne.
Se la luce era scarsa la pellicola non veniva impressionata.
E’, tuttavia, impensabile che gli aguzzini yankee, o gli agenti britannici del SOE, fossero stati coadiuvati nella loro missione omicida da un tecnico delle luci provvisto di riflettori alimentati da una fonte di corrente portatile.
C’è anche chi ha sostenuto che in casa De Maria non c’era nemmeno l’elettricità e quindi un’illuminazione sufficiente per far luce durante le ore notturne (A. Bertotto, «Il filmato sulla morte di Mussolini: uno spettacolo per gli amanti del cinema underground», La Voce d’Italia, giornale on line reperibile per via telematica).
I coniugi Carpani hanno visitato casa De Maria alle 18 del 28 aprile 1945, ma non hanno notato i segni della avvenuta mattanza notturna.
Anzi! (G. Perretta, «Dongo. La verità », Actact, 1997).
Se pensiamo agli inglesi, il Giovanni B. Lonati, il coéquipier del sicario del SOE John Maccarone/i, ha detto, utilizzando la fantasia, che i carcerieri del Duce erano tre e non due.
Il terzo non ha mai avuto un nome, né un volto (G. B. Lonati, «Quel 28 aprile. Mussolini e Claretta: la verità », Mursia, 1994).
Questa è una delle sue tante panzane.
Ce le ha raccontate con la pretesa assurda che la gente gli prestasse orecchio.
Il fatto è che, paradossalmente, qualcuno gli ha creduto davvero (vedi i commenti nel sito di un tale, appassionato di film thriller alla James Bond, che si firma «il patriota»).
Pochi giorni fa ho saputo che i legali di Guido Mussolini sono in procinto di recarsi negli Stati Uniti per acquisire il filmato (F. Giannini, comunicazione personale).
Se si fossero mossi prima avrebbero potuto beneficiare di uno sconto (saldi invernali: prendi due e paghi uno).
Ha ragione l’amico M. Barozzi sulle spy story inglesi o, in questo caso, americane è meglio stendere un velo pietoso.
Il fatto di analizzarle compiutamente ha un solo significato: quello di dimostrare la loro inattendibilità (ben s’intende fino a prova contraria).
Al sito di Repubblica.it (www.ciaocomo.it) Guido Mussolini ha dichiarato: «Se l’Italia non farà nulla, mi rivolgerò alla Corte di giustizia dell’Aja. Perché è assolutamente ridicolo che a distanza di sessant’anni non si sappia ancora come è stato ucciso, e fioriscano le ricostruzioni più varie. Adesso basta. Chiedo al presidente del Consiglio Romano Prodi di dirmi, a nome dello Stato italiano, chi l’ha ucciso, come, quando e perché (oggi dovrebbe rivolgere la stessa domanda a Silvio Berlusconi, un orecchio più sensibile a certe sollecitazioni verbali tinte di nero, ndr)».
La storiografia ha proposto 19 (in realtà ce ne sono 33, ndr) versioni diverse, ora è necessario fare quello che non è mai stato fatto, spiegano gli avvocati di Guido Mussolini, e cioè stabilire, con certezza giuridica, la verità .
Secondo i due legali, che si dicono in attesa di «documenti inediti» dagli USA, sarebbe «un falso storico» la sentenza di condanna del Duce da parte del Comitato di Liberazione Nazionale, perché «i partigiani non avevano alcun mandato istituzionale per poter emettere un simile verdetto».
Quest’ultima è una delle poche cose giuste che sono state dette durante tutto lo svolgimento delle indagini preliminari intraprese a Como per accertare le cause e gli esecutori materiali della fucilazione del Duce.
Seguo attentamente i comunicati ANSA e quelli della REUTERS.
Non vorrei lasciarmi scappare la notizia circa un diretto (quello indiretto è ovvio) coinvolgimento del sovietico KGB nella morte di Benito Mussolini, uno statista su cui si è imperniato, nel 1993, un programma televisivo intitolato a ragion veduta: «Le infinite morti di Mussolini» (regista Renato Parascandolo).
Un palinsesto davvero azzeccato.
Una cosa non mi è sfuggita.
Francesco Cossiga, ex presidente della Repubblica, ha detto, in una intervista a Rete 4 nel 2004, che il Duce non era stato ucciso da Valerio (W. Audisio), ma da un funzionario del PCI che è stato fatto espatriare in Argentina subito dopo i fatti di Dongo.
Cossiga, il più filobritannico dei nostri governanti (allievo di Antonio Segni, amico dell’anglofilo gerarca fascista Dino Grandi, ha stretti contatti con l’americano M. Ledeen), è uno che la sa sicuramente lunga sul coinvolgimento degli inglesi e/o americani nella morte di Mussolini (A. Bertotto, «Il delitto Moro: riflettori puntati sulla CIA», L’Italo Europeo, giornale on line reperibile telematicamente).
Poiché il filoatlantico ex inquilino del Quirinale (si pensi alla struttura paramilitare GLADIO), a differenza di Leo Valiani, non ammetterebbe mai un fatto del genere (responsabilità omicida dell’Intelligence britannica e/o americana) e poiché anche lui non può sostenere, perchè irragionevole, la raffazzonata vulgata del PCI (W. Audisio killer), tirare in ballo un fantomatico Mister X comunista, fatto espatriare tempestivamente in Argentina, potrebbe essere un suo ennesimo tentativo di depistaggio fatto per coprire il diretto coinvolgimento USA/anglosassone nella morte di Mussolini.
Nel depistare Cossiga è davvero un maestro (vedi il caso Moro).
Ma anche questa è un’illazione, certamente intrigante, ma pur sempre una congettura destinata, molto probabilmente, a rimanere tale.
Professor Alberto Bertotto
Se sei nuovo, iscriviti al Feed RSS. Grazie per la visita!



Tutti i contenuti sono protetti da licenza