Dobbiamo spezzare la penna?
Tratto da Raido n.15
Questo articolo, pur collocato temporalmente, conserva intatta tutta la sua valenza di analisi propositiva della decadenza presente in ogni campo del vivere moderno, che non risparmia neppure il nostro ambiente, incapace di costruire un “quadrato” contro il nulla che avanza. Il titolo originario è Risposta al Direttore, che apparve ne “Il Conciliatore”, XII, N°10, in data 15 ottobre 1963 (pagg. 196-197). Con esso Evola replica all’editoriale Dovremo spezzare la penna? (“Il Conciliatore”, XII, N°7-8, luglio-agosto 1963, pagg. 147-148), in cui il Direttore della Rivista (Carlo Peverelli), nel rivolgere un “ultimo appello agli uomini di buona volontà”, constatava la incoscienza “godereccia” degli italiani, inerte al mare di fango che sale, insensibile “alla volgarità che ha invaso l’arte, il pensiero, la politica, la vita”, confessava, di fronte a ciò, “un profondo senso di amarezza e di stanchezza”, concludendo col dire: “Lo spirito, che ha animato per oltre dodici anni le nostre forze, non è inesauribile e a un certo punto s’impone l’interrogativo: ‘è giunto il momento di spezzare la penna?’ ”.
di Julius Evola
Tutti coloro che hanno seguito l’attività de “Il Conciliatore”, nell’osservare la situazione dell’Italia di oggi possono facilmente capire lo stato d’animo riflesso dall’editoriale “Dobbiamo spezzare la penna?”.
Tale stato d’animo è effettivamente condiviso da chiunque ha cercato o cerca di opporsi al progressivo franamento e sovvertimento osservabile nell’insieme della nazione da quando essa è stata “liberata”: liberata, sembrerebbe, non tanto da un dato regime quanto da ogni disciplina, da ogni superiore interesse e ideale.
Le cose oggi sono giunte a tal punto che effettivamente deve sorgere un senso di estraneità e una nausea pel mondo che abbiamo d’intorno e che si affaccia la tentazione non solo di “rompere la penna” ma anche di lasciare, in un distacco assoluto, che i processi in corso abbiano libera via, augurandosi perfino che essi si accelerino per poter sorridere sarcasticamente, quando il ciclo si chiuderà.
Il fatto è però che chi si batte per la giusta causa non lo fa per sé, per un qualsiasi suo vantaggio, bensì perché fare altrimenti gli sarebbe impossibile. “Ho fatto quel che doveva esser fatto” – queste sono parole di autogiustificazione indicate da una antica tradizione la quale, in pari tempo, sottolinea l’impersonalità di tale agire, nel quale si deve tenere in non conto non solo il proprio piacere o la propria sventura ma perfino il successo o l’insuccesso – naturalmente, sebbene tutto deve essere messo in opera, nei limiti di quel che dipende da noi, a che l’azione riesca.
Per chi ha questo atteggiamento, l’accennata “tentazione” sarà automaticamente respinta. Occorrendo, egli si batterà anche su posizioni perdute. Al limite, si creerà un “fronte delle catacombe”, ma anche con una sua Santa Vehme, se sarà possibile.
Tutto questo, pel lato soggettivo, individuale, quando affiora quello stato d’animo deprimente, per giustificato che sia. Quanto all’altro problema: “Che cosa può ancora essere fatto, in questo mondo?”, forse bisognerà cominciare col rivedere la formula corrispondente al titolo stesso della presente rivista (N.d.R. :”Il Conciliatore”). La speranza che almeno il concetto generico di patria e di nazione, con le tradizioni risorgimentali, combattentistiche e simili che vi si riferiscono, avrebbe potuto portare ad una conciliazione delle fazioni e ad una nuova viva unità nazionale, temiamo che si debba ormai abbandonarla. È l’ora, piuttosto, delle separazioni decise. Del serrare le linee. Del formare un quadrato. È in questo senso che crediamo dovrebbe essere inteso l’appello “agli uomini di buona volontà”. Per un’azione generale volta ad “informare gli Italiani di ogni categoria e ceto del gravissimo pericolo che stanno correndo, a scuoterli dall’apatia delittuosa, a indicar loro la necessità di un miglioramento del costume e del carattere”, sembrano mancare i presupposti più elementari.
L’apatia non fa sentire i pericoli – si vive alla giornata. Non si migliora il costume e il carattere con un‘azione particolare – occorrerebbe un clima generale, occorrerebbero nuovi rapporti di tensione spirituale, nuove idee animatrici. Dove trovare il punto di presa per una “formazione morale e politica come base della lotta contro il comunismo”? A tanto, bisognerebbe cominciare col denunciare l’illusione e l’insignificanza di tutti quei valori “sociali”, fisici, naturalistici e edonistici che oggi, in verità, imperano dappertutto. Forse che la forza della stessa propaganda comunista nei paesi ancora “capitalistici” non deriva proprio e unicamente dalle promesse di “elevazione” sociale materiale fino all’accesso generalizzato delle cosiddette “classi lavoratrici” al più alto livello della vita “borghese”? (Per questo il migliore antidoto al comunismo sarebbe far gustare a questi illusi ciò che un regime comunista è, quando s’insedia e fa sul serio, abbandonando quegli adescamenti – è così che nell’Austria, che ha conosciuto per anni l’occupazione sovietica, oggi non esistono quasi più comunisti).
Ancor più difficile è trovare un punto per far leva nel campo propriamente morale e del costume. Le capacità naturali di reazione dell’uomo degno di questo nome sembrano essersi atrofizzate, tanto da ridurre ogni iniziativa moralizzatrice ad un vano, fastidioso ed estrinseco pedagogizzare. La volgarità, la corruzione spicciola, l’irresponsabilità sono ormai considerate come cose di normale amministrazione, nessuno ci fa caso, appartengono al sistema della vita italiana, con la sua democrazia e il “miracolo economico”. Aver dei principi, appare come cosa anacronistica e ridicola.
Ebbene, proprio di fronte a questo incontestabile stato di fatto s’impone un’azione di testimonianza.
Essa rientra in prima linea in “ciò che deve essere fatto”. Il compito è quello stesso che in un notissimo libro J. Benda aveva attribuito ai clercs, cioè agli intellettuali e ai pensatori di altri tempi: attestare dei princìpi di fronte ad un mondo le cui forze dominanti sono il basso interesse, le passioni, l’inconsistenza morale. Già l’azione di contrasto, di contrappunto, forse in una impassibilità da convitati di pietra, ha un valore fondamentale.
In un campo più concreto, lasciando da parte le masse, un appello alla solidarietà dovrebbe essere rivolto a tutti coloro che dicono di non aderire al sistema dominante, perché anche qui lo spettacolo non è edificante. Regna l’individualismo. Regna la divisione. Troppo spesso le idee sono più o meno visibilmente al servizio delle ambizioni personali. Per questo non si è potuto creare uno schieramento o un “quadrato” della Destra, sebbene in via di principio gli elementi disponibili ne esisterebbe un certo numero. Ma si vuole essere capi di un “gruppo”, si vuole avere il “proprio ambiente”, si è pieni di suscettibilità, di sospetti, di gelosie. A subordinarsi in una severa disciplina, non si pensa. Una causa può forse essere una infelice disposizione dell’Italiano in genere. Un’altra, l’inesistenza di uomini rivestiti di un’autorità e di un prestigio sufficienti per imporsi in modo naturale e irresistibile. La triste sorte dei partiti monarchici, il poco confortante spettacolo dell’ultimo congresso del M.S.I., e molti altri fenomeni ancora, sono da riportarsi a questo stato di fatto. Più che illudersi sulle possibilità di un’azione “fuori”, almeno in questo ristretto campo, ossia fra coloro che non stanno con le sinistre, dovrebbe lanciarsi un energico appello alla disciplina, alla solidarietà operante e alla responsabilità di fronte al crescente pericolo.
Appelli del genere, è vero, sono stati già fatti, senza risultato. Ma qui forse sarebbe necessario un severo esame di coscienza, cioè verificare se la causa dell’insuccesso non sia stata appunto il fatto che l’appello è partito da gruppi particolari, di ambienti che hanno trascurato di superare, per prima cosa, la loro cristallizzazione – come secondo ciò che più di una volta noi stessi, purtroppo, abbiamo potuto constatare personalmente.
Comunque, in tutto questo potrebbe vedersi il secondo compito. A parte gli opposti presupposti dottrinali, intellettuali e esistenziali, che si dovrebbe supporre essere presenti, un opposizione al comunismo potrebbe essere efficace solo seguendo alcuni dei suoi princìpi: l’organizzazione, la disciplina, la formazione dei quadri (anche in vista di situazioni di emergenza), la distinzione fra tattica e strategia la condanna dell’individualismo. Se dalla nostra parte nemmeno queste esigenze vengono sentite, come pensare a una qualche possibile influenza all’esterno? Resterà solo l’azione di testimonianza. Si avranno solo uomini dispersi, che terranno le posizioni malgrado tutto, solo perché non possono fare altrimenti.
Julius Evola
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