Don Emilio e i figli del Duce
di Emilio Del Bel Belluz
Don Emilio era un prete speciale. Tutti i doni che riceveva avevano un’unica destinazione: i poveri. Se i suoi parrocchiani benestanti gli facevano omaggio di vestiario o oggetti preziosi questi avevano un unico indirizzo: ancora finivano sempre nelle mani dei suoi fratelli meno abbienti. Per lui questo dare era fonte di grande gioia. Ogni giorno c’era posto per una buona azione anche se la perpetua gli consigliava di pensare un po’ anche a se stesso. Lei gli ricordava sempre rimproverandolo di aver ricevuto il vescovo, giunto in parrocchia per la visita pastorale con una veste tutta rattoppata, perfino trasparente. Il vescovo stesso lo aveva richiamato, pregandolo di curare l’aspetto esteriore. Ma Don Emilio gli rispose che preferiva portare lui le toppe, piuttosto che la sua gente. Il vescovo si meravigliò della risposta e qualche giorno dopo gli mandò una veste nuova. Ma il prete puntiglioso la utilizzò subito per far confezionare dei pantaloncini per i due maschietti di una famiglia bisognosa. Il vescovo aveva compreso che quel suo prete era proprio incorreggibile: un vero bastian contrario. Però non venne mai meno la stima che nutriva per lui perché in paese tutti lo amavano e quando qualcuno aveva un difficile problema da risolvere Don Emilio non negava il suo aiuto. Aveva pure delle idee originali come quella di allevare una vacca per avere il latte per la colazione dei bambini poveri che l’avrebbero consumata in canonica prima di recarsi a scuola. Questa idea così valida venne adottata anche da altri parroci della zona. Il vescovo conosceva pure le idee politiche di Don Emilio: nutriva una spiccata simpatia per il Duce. Spesso lo invitava alla moderazione, ma otteneva l’effetto contrario. Il Duce era per lui il salvatore dell’Italia. Se gli fosse stato concesso, avrebbe messo la foto di Mussolini sopra quella del papa, con una cornice migliore. Più volte lo aveva aiutato, inviandogli degli aiuti alimentari e del denaro. Don Emilio aveva un accordo con il bottegaio. Questi gli segnalava le famiglie a cui non poteva più fare credito, e allora interveniva Don Emilio che provvedeva a saldare quei conti, e portava personalmente a quelle famiglia delle derrate alimentari. Don Emilio aveva nel cuore il bene dei suoi parrocchiani, ma non dimenticava la gente che si rivolgeva a lui per avere una parola e un consiglio sui problemi legati all’esistenza. Vi era un nobile del paese che quando vedeva arrivare alla sua casa padronale il prete sulla nera bicicletta si portava le mani sui capelli, perché vedeva nel prete un uomo di Dio a cui non poteva negare ciò che gli chiedeva. Anche se questo nobile era facoltoso e non aveva figli, Don Emilio lo consigliava di adottarne economicamente più di uno, e questa sua generosità gli avrebbe procurato la stima e l’affetto dei beneficiati. In paese vi era un giovane meritevole che Don Emilio aveva fatto studiare alle superiori in un collegio dei gesuiti con i mezzi messi a disposizione dal nobile. Completati gli studi, Don Emilio accompagnò il giovane dal nobile per ringraziarlo del bene ricevuto e per chiedergli di continuare a sostenerlo economicamente. Lo scopo del parroco era di poter iscrivere il giovane all’università perché si laureasse in legge. Con le sue capacità dialettiche convinse il benefattore a fare una scrittura privata nella quale concedeva al giovane un prestito in denaro che gli permettesse di frequentare l’università di Padova (la città di Sant’Antonio) di coprire tutte le relative spese a condizione che lo studente portasse a termine il suo compito con regolarità . Raggiunta la laurea, appena fosse stato in grado di guadagnare avrebbe restituito al nobile signore il prestito. Don Emilio con la sua astuzia aveva pensato che, una volta che al nobile fosse stata restituita la somma prestata, gli avrebbe chiesto di utilizzarla per un nuovo studente bisognoso. Anche il beneficiato si impegnava ad aiutare un ragazzo del paese che avesse avuto l’intenzione di proseguire gli studi. Tutto questo succedeva nel piccolo paese attraversato dalla Livenza che scorreva placida e silenziosa tra due sponde ricche di salici alti e robusti che accompagnavano le acque al mare. Nel piccolo paese le campane suonavano a festa a ogni nascita di bimbo. Era un ordine di Don Emilio, perché l’arrivo di un nuovo cristiano era un evento molto lieto che tutti dovevano festeggiare. Egli subito si recava a trovare il nuovo nato per impartirgli la benedizione. Ogni volta lo prendeva e lo alzava verso il cielo come se volesse consegnarlo al Signore. Nei suoi occhi in quei momenti si leggeva la gioia e la commozione più profonda. Altre volte lo si vedeva seduto su una sedia a prendere tra le sue grandi mani quelle tenere del bimbo e stringersele al cuore affettuosamente, come se fossero quelle di una sua creatura. Quando il genitore del nuovo nato si recava in canonica per portargli la lieta notizia, lui lo onorava stappando una bottiglia di vino e brindando assieme finché la bottiglia fosse vuota. Poi chiedeva quale nome gli fosse stato dato. E in paese, conoscendo le tendenze politiche di Don Emilio, molti genitori avevano scelto per i loro maschietti il nome Benito e certi il nome dei figli del Duce. In una lettera aveva informato al Duce che in paese vi erano almeno settanta bambini a cui era stato dato il suo nome ed gli ne andava fiero. Il segretario del Duce gli rispose con una lettera rassicurandolo che il Duce stesso si rallegrava. Ma Don Emilio era fatto così: anche in questi comportamenti il buon Cristo sapeva che il suo pastore non sarebbe mutato. Una sera parlandogli gli disse di smetterla, e di privilegiare il nome di suo padre e di sua madre; Don Emilio obbedì per qualche tempo, ma poi si lasciò prendere dalle sue convinzioni. A tutti quelli che venivano al mondo augurava che divenissero forti come le querce. Egli sarebbe stato sempre presente nella loro vita, li avrebbe aiutati a vincere le avversità , a rimanere in piedi tra le rovine, a imparare a combattere. Ognuno però doveva essere sempre accompagnato da una forza meravigliosa, la forza della fede. Solo quei bambini che crescevano con questa forza nel cuore potevano affrontare le tempesta della vita. Don Emilio aveva una particolare predilezione per i Santi, e gli piaceva che in ogni casa vi fossero delle immagini appese fuori della casa o magari i più facoltosi potevano permettersi una nicchia che ospitasse una piccola statua . In paese c’era un giovane molto bravo a dipingere, e aveva coltivato questa passione presso un maestro artista. Nei momenti di pausa dello studio Don Emilio gli chiedeva di ritoccare gli affreschi della chiesa. Il giovane aveva una mano davvero felice ed era buono come un pezzo di pane. Verso i sedici anni aveva incontrato la vocazione al sacerdozio e perciò entrò in seminario. Durante i periodi di vacanza Don Emilio lo mandava nelle famiglie a parlare della fede e a eseguire delle semplici pitture a sfondo religioso sui muri delle abitazioni. La gente chiedeva quasi sempre l’immagine della Madonna o di S. Antonio Abate protettore degli animali. Lui trascorreva molto tempo presso la famiglia che lo ospitavano e lo trattenevano a pranzo fino a che l’opera non fosse terminata . Don Emilio era contento che ogni abitazione avesse questo piccolo segno di fede, a cui faceva seguito la sua benedizione. Il prete andava fiero di questo giovane, che aveva tolto da una famiglia numerosa facendone un pittore valido al servizio di Dio. Un giorno il ragazzo espresse al buon curato il desiderio di andare in pellegrinaggio a Roma, città raggiunta da Pietro e Paolo prima del loro martirio, allo scopo di rafforzare la fede, con il patimento e le sofferenze che il lungo percorso a piedi gli avrebbero procurato. Prima della partenza Don Emilio lo ricevette e volle benedire questa sua azione così nobile, e si fece promettere che se lungo la strada avesse trovato qualche capitello abbandonato avrebbe messo in quei ruderi la sua mano. Quel giovane come tanti altri era un suo figlio spirituale. Aveva bisogno di essere amato e incoraggiato, e Don Emilio queste doti le possedeva. Nei confronti delle famiglie numerose e in condizioni economiche modeste aveva un occhio di riguardo, come un occhio di riguardo lo aveva per quelle che non avevano goduto della gioia dei figli. Si recava nelle loro case e con loro pregava; chiedeva a Dio aiuti davvero speciali, in modo particolare al suo Cristo, a cui chiedeva l’intervento immediato. In certi casi era capace di convincere le coppie sterili ad allevare i figli di altre coppie in difficoltà e li crescevano come fossero propri. Era un infaticabile uomo di fede e di forza morale e davanti a un bambino sofferente non piagava mai la testa. Amava il presepe perché rappresentava la famiglia. E nel tempo che precedeva il Natale diveniva una fucina di idee. Il presepe costruito ai piedi di un altare in chiesa doveva essere grande e suggestivo. Tutti dovevano collaborare nel suo allestimento. La nascita del Bambino era un momento dolcissimo e ognuno doveva gioire. In quei giorni Don Emilio era un prete diverso, ricco di stimoli che gli facevano dimenticare anche gli acciacchi dovuti all’età . Si recava alla scuola elementare e chiedeva ai maestri che facessero disegnare agli scolari delle scene sulla natività , e magari preparare un piccolo presepe. Sempre portava un sacchetto di caramelle e passando tra i banchi ne lasciava due ad ogni alunno donandogli pure una carezza e invitava tutti alla preghiera. Questo suo modo così particolare piaceva ai parrocchiani e non si rifiutavano mai di aiutarlo. Trascorse le feste natalizie ritornava a scuola a raccogliere i disegni e i lavori degli scolari e a casa si divertiva a guardarli sorseggiando un buon bicchiere di vino. Gli capitava anche di addormentarsi davanti a quei fogli, perché come un bimbo voleva vedere tutto quello che c’era, scrutare l’animo di quei giovani che un domani sarebbero diventati uomini. Una notte di Natale ricordando con rimpianto sua madre, gli scesero le lacrime. Si accorse che il sacrestano lo aveva visto e si giustificò dicendogli che si trattava di un’allergia. In quei giorni Don Emilio era particolarmente sensibile e vulnerabile perché per lui il presepe era il simbolo della famiglia ideale che ogni uomo dovrebbe avere. Sentiva nella natività un momento importante che gli metteva dentro come una linfa, come una gioia che non sapeva spiegare. In guerra le armi a Natala tacevano, e questo era il merito della grande festa.
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