di Alain De Benoist
Domanda. Contro lo sviluppo durevole e l’insieme delle visioni “progressiste” dell’ecologia e dell’uomo, negli anni Settanta ha cominciato a svilupparsi una teoria della “decrescita”. Può definirla e descrivere i suoi principali sviluppi e obiettivi?
Risposta. Oggi siamo di fronte a due fenomeni ben conosciuti da tutti: inquinamenti di ogni genere, che trasformano progressivamente la Terra in pattumiera e provocano ormai serie irregolarità climatiche, e un esaurimento accelerato delle riserve naturali che il nostro pianeta aveva impiegato milioni di anni a costituire. La causa essenziale di questa situazione è la civiltà industriale, che si è lanciata da due secoli in una folle corsa in avanti senza preoccuparsi dell’ambiente e immaginando che le risorse naturali fossero al contempo inesauribili e gratuite, mentre né l’una né l’altra cosa erano vere. La teoria della decrescita è nata all’inizio da una riflessione sulla nozione di limite, e più precisamente dalla constatazione che non può esserci una crescita economica (o demografica) infinita in uno spazio finito dalle riserve naturali limitate. In altri termini, nessuno può vivere indefinitamente a credito su un capitale non riproducibile. L’economista Nicholas Georgescu-Roegen è stato uno dei primi a presentare la decrescita come una conseguenza inevitabile dei limiti imposti dalla natura. L’idea è stata poi ripresa, in particolare negli ambienti ecologisti, da un certo numero di economisti e di teorici. Affermando che bisogna far decrescere l’“impronta ecologica” delle società industriali, i “decrescenti” constatano che andiamo dritti verso una catastrofe, che ci andiamo sempre più in fretta e che bisogna cambiare rotta. Ma la tematica della decrescita ha beninteso anche una portata antropologica e un aspetto morale. Essa si fonda sul rifiuto della dismisura, il rifiuto di un’evoluzione che fa predominare l’interesse per le cose inanimate sulle cose viventi, che riporta la nozione di valore sulle nozioni di calcolo e profitto, e che finisce col trasformare gli stessi esseri umani in oggetti. La scuola raccomanda non una limitazione della libertà, ma al contrario un ritorno alla “vita buona” di cui parlava Aristotele, in opposizione alla “vita” ordinaria considerata nel suo solo rapporto con i bisogni elementari. È un rifiuto della trasformazione del mondo in un mercato, un rifiuto di quella fuga in avanti nel “sempre di più”, che è consistita per così tanto tempo nell’internalizzare i profitti e nell’esternalizzare le perdite, senza preoccuparsi del quadro naturale di vita né delle conseguenze future delle nostre azioni. È dunque una teoria che contraddice nettamente l’attuale mentalità dominante, secondo la quale è meglio avere di più che cercare di essere di più (ed anche che l’essere si riduce all’avere).
D. L’obiettivo di cui oggi si parla maggiormente resta tuttavia quello dello “sviluppo durevole”, che lei critica duramente nel suo ultimo libro Demain, la décroissance! (Édite). Può riassumerci, a grandi linee, questa critica?
R. Lo sviluppo durevole consiste nel ridurre i costi, nel tentare di utilizzare meno materie prime, nel generalizzare il riciclaggio, nel fabbricare prodotti che consumino meno energia, in un più ampio ricorso a fonti di energia alternative, ecc. Tutto questo è bello e buono, ma, con ogni evidenza, tali misure servono solo a differire le scadenze. Sapendo che la nave si infrangerà sullo scoglio, se ne riduce la velocità, ma ci si guarda bene dal cambiare rotta. Come dice molto bene Patrick Viveret, il tempo ecologico (la misura degli equilibri naturali e del calendario climatico) non concorda con il tempo economico (l’approccio puramente quantitativo e monetario alle contabilità pubbliche). Il rifiuto di tenere conto di questa discordanza dimostra che la dottrina dello “sviluppo durevole” non rimette seriamente in discussione nessuno dei principi di base della società attuale. Si tratta sempre di trarre un profitto dalle risorse naturali e umane, e di ridurre il debito dell’uomo verso la natura a dispositivi tecnici che permettano di trasformare l’ambiente in quasi-merce. Ora, non si può far durevolmente coesistere la protezione dell’ambiente con la ricerca ossessiva di una resa in continua crescita e di un profitto sempre più elevato. Queste due logiche sono contraddittorie. Uno degli aspetti più assurdi della crescita misurata col Pil (prodotto interno lordo) è che quest’ultimo contabilizza positivamente ogni attività economica, anche quando è il frutto di una distruzione di valore, ad esempio una catastrofe naturale, un uragano o una “marea nera”. Nel mio libro segnalo che se si tenesse conto, nella determinazione del Pil, di queste distruzioni di valore, da un lato, e dall’altro del costo reale dell’attività economica, riferita ai suoi effetti non commerciali (impatto negativo sulla biodiversità, distruzione dei paesaggi, inquinamento dell’aria, ecc.), allora dovremmo rivalutare molto differentemente i nostri indici di crescita. Poiché oggi tutti si dicono più o meno favorevoli all’ecologia, i suoi avversari non vogliono essere da meno e si dichiarano perciò ecologisti, ma a modo loro. Il loro discorso, che è pressappoco quello di tutti gli uomini politici, è riassumibile nel tentativo di conciliare l’inconciliabile. La “buona” ecologia, secondo loro, è quella che non attenta al primato dell’economia, la loro idea è che, soprattutto, non bisogna opporre quelli che vogliono proteggere il pianeta e quelli che vogliono continuare a incrementare i loro profitti. Questa posizione emerge con grande chiarezza nelle parole di Luc Ferry, il quale ha recentemente dichiarato: “Sono risolutamente favorevole all’ecologia, purché si integri dolcemente nell’economia di mercato”. Evidentemente, tutto sta in quel “purché”! Olivier Dassault, dal canto suo, si spinge oltre: “I problemi possono trovare soluzione attraverso il mercato”, come dimostra il fatto che ormai “i diritti di inquinare si vendono in Borsa”. Conclusione. “In definitiva, l’ecologia non può essere che liberale”. È incredibile!
Lo “sviluppo durevole” cerca in effetti di mettere al servizio della logica del capitale una disciplina, l’ecologia, che per natura ne contesta le fondamenta. Perciò Serge Latouche non esita a definirlo un “ossimoro”. Simbolo di questa contraddizione è Nicolas Sarkozy che firma, come tutta la classe politica, il “Patto ecologico” di Nicolas Hulot, e che poi organizza il “Grenelle dell’ambiente” nel momento stesso in cui si dichiarava pronto a tutto per “rilanciare la crescita”. Bossuet diceva che “Dio si fa beffe delle creature che deplorano gli effetti di cui continuano ad amare le cause”. Volere al contempo lo “sviluppo” e il rispetto del quadro naturale di vita, è come voler inventare il cerchio quadrato.
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