Sul carattere primordiale del patriziato

di Julius Evola

La civiltà indo-aria presenta una delle più complete applicazioni di questi principii. In essa la casta brahmana, o brahman, non stava al sommo della gerarchia per via della forza materiale o della ricchezza, nemmeno di una organizzazione sul tipo di una Chiesa. Solo il rito sacrificale, che era suo privilegio, determinava la distanza fra la casta brahmana e le altre. Il rito ed il sacrificio, investendo chi lo esercita di una specie di carica psichica, ad un tempo temibile e benefica, fa partecipi i brahmana della stessa natura delle potenze invocate e questa qualità non solo resterà per tutta la vita alla persona facendola, direttamente come tale, superiore, venerata e temuta, ma si trasmetterà alla discendenza. Passata nel sangue come una trascendente eredità, essa diverrà una proprietà di razza che il rito di iniziazione varrà via via a rendere di nuovo attiva ed efficace nel singolo (1). La dignità di una casta si misurava sia dalla difficoltà che dall’utilità delle funzioni che essa aveva in proprio. Ma, appunto per i presupposti dianzi accennati, nel mondo della Tradizione nulla era considerato più utile delle influenze spirituali che il rito poteva attivare con la sua azione necessitante (2); e nulla appariva più difficile dell’entrare in un rapporto reale attivo con le forze invisibili, pronte a travolgere l’imprudente che le affrontasse senza conoscenza e senza possedere la qualificazione necessaria. Solo per questo, sparsa come era, unicamente quale unità immateriale di singoli individui non soltanto umani, la casta brahmana poté imporre in India alle masse fin da tempi antichissimi un rispetto e avere un prestigio che nessun tiranno fra i meglio armati ha mai posseduto (3).

Del pari, sia in Cina che in Grecia ed a Roma il patriziato era definito essenzialmente dal possesso e dall’esercizio dei riti legati alla forza divina del capostipite, riti che la plebe non possedeva. Solo i patrizi, in Cina, praticavano i riti – yi-li – i plebei non avendo che dei costumi – su. Alla massima estremo-orientale: “I riti non scendono sino alla gente volgare” (4) fa riscontro il noto detto di Appio Claudio: “Auspicia sunt patrum” [2]. Una espressione caratterizzava i plebei: sono senza riti, non hanno avi – gentem non habent. Per questo, a Roma agli occhi dei patrizii il modo della loro vita e delle loro unioni non era considerato troppo dissimile da quello degli animali – more ferarum. L’elemento sovrannaturale restava dunque alla base del concetto del patriziato tradizionale al pari di quello della regalità legittima: una tradizione sacra, non semplicemente una tradizione di sangue e una selezione razziale, faceva tale l’antico aristòcrate. E, in realtà, anche un animale può possedere una purità biologica-vitale, anche esso può presentare una integrità del sangue. Del resto, nel regime delle caste la legge del sangue, dell’eredità e della chiusura endogamica valeva non per il solo brahmana, ma anche per le altre caste. Non era dunque in questo senso che il plebeo veniva definito dal non aver avi: il principio vero della differenza era dato invece dal fatto che gli avi del plebeo e del servo non erano “avi divini” – divi parentes – come quelli dei ceppi patrizii. Col sangue, in essi non si trasmetteva nessuna qualità di carattere trascendente e nessuna “forma” affidata ad una tradizione rituale rigorosa e segreta reggeva la loro vita. Privi di quel potere, per il quale l’aristocrazia poteva celebrare direttamente il proprio culto particolare, sì da essere simultaneamente classe sacerdotale (antico mondo classico, antichi ceppi nordico-germanici, estremo Oriente, ecc.); privi di quella seconda nascita, che caratterizzava l’arya – il nobile – e per cui nel Manavadharmasastra (5) non si esita ad affermare che, sino a quando non è passato attraverso la rinascita, lo stesso arya non è superiore al sudra [3]; non purificati da nessuno di quei tre fuochi celesti che nell’Iran valevano come occulta anima delle tre classi superiori dell’Impero; privi dell’elemento “solare” che nell’antico Perù contrassegnava la casta degli Inca – i plebei da nessun limite erano trattenuti dalla promiscuità. Non avevano dunque alcun vero culto in proprio così come, in senso superiore, non avevano un padre – patrem ciere non possunt (6). La loro religione non poteva perciò essere che di carattere collettivo e ctonio. In India, saranno le forme frenetico-estatiche più o meno legate al substrato delle razze pre-arie. Nelle civiltà mediterranee sarà, come vedremo, il “culto delle Madri” e delle forze sotterranee, in opposto alle forme luminose della tradizione eroica e olimpica. Chiamati “figli della Terra” nell’antica Roma, i plebei ebbero un rapporto religioso appunto e soprattutto con le divinità feminili della Terra. Anche nell’estremo Oriente alla religione aristocratica ufficiale si opponevano le pratiche di coloro che spesso venivano chiamati gli “ossessi” – ling-pao – e i culti popolari di tipo mòngolo-sciamanico.

Nelle antiche tradizioni germaniche ricorre egualmente la concezione sovrannaturale dell’aristocrazia non solo pel fatto che ogni capo era simultaneamente il sacerdote della sua gente e del suo dominio, ma anche nel fatto che il possedere per avo un essere divino distingueva, dalle rimanenti, le famiglie, solo fra i membri delle quali originariamente si sceglievano i re. Per questo, il re appariva in una dignità differente da quella propria al capo militare – dux, hertigo – eletto volta per volta per le imprese di guerra sulla base delle sue riconosciute capacità individuali, e gli antichi re norvegesi si presentavano come coloro che, soli, senza l’ausilio di una casta sacerdotale, celebravano i riti (7). Perfino fra le cosiddette popolazioni primitive i non-iniziati hanno rappresentato i “barbari” della loro società, esclusi da tutti i privilegi politici e guerrieri del clan. Prima dei riti “destinati a cambiare intimamente la loro natura” e che si uniscono spesso a dure prove e ad un periodo di isolamento, i singoli non sono considerati nemmeno come uomini veri, essi fanno corpo con le donne e i bambini, se non pure con gli animali. E’ attraverso la vita nuova che si desta mediante l’iniziazione, presso ad uno schema rituale e magico di morte e rinascita, vita a cui corrisponderanno un nuovo nome, un nuovo linguaggio e nuove attribuzioni e che è “quasi immemore dell’antica”, che si va a far parte del gruppo dei veri uomini che hanno in mano la comunità, quasi nei termini della partecipazione ad un “mistero” e dell’aggregazione ad un Ordine (8). Non a torto autori, come H. Schurtz, hanno voluto vedere proprio in ciò il germe di ogni unità propriamente politica, cosa che concorda effettivamente con quanto si è detto in precedenza circa il piano proprio ad ogni Stato tradizionale, piano diverso da quello di qualsiasi unità a base naturalistica. Tali “gruppi virili” – Männerbunde – ai quali si è ammessi attraverso una rigenerazione che “rende davvero uomini” e che differenzia da tutti gli altri membri della comunità, hanno in mano il potere, l’imperium, godendo di un incontrastato prestigio (9).

Solo in tempi recenti il concetto dell’aristocrazia prenderà, come la regalità e tutto il resto, un carattere soltanto secolare e politico. Dapprima si baserà su qualità di carattere e di razza, sull’onore, sul valore, sulla fedeltà, nella noblesse d’épée e nella noblesse de cour, poi sorgerà il concetto plebeo dell’aristocrazia che nega lo stesso diritto del sangue e della tradizione.

In tale concetto rientra essenzialmente anche la cosidetta “aristocrazia della cultura” o degli “intellettuali” nata in margine alla civiltà borghese. Vi è chi ha fatto dello spirito circa la risposta del capo di una grande casa patrizia tedesca, al tempo di un censimento sotto Federico il Grande: “Analphabet wegen des hohen Adels” [4] – e circa quanto si riferisce alla concezione antica dei lords inglesi, considerati, come qualcuno ha detto, “sapienti di diritto, dotti anche se non sanno leggere”. La verità è nel quadro di una concezione gerarchica normale mai l’ “intellettualità”, solo la “spiritualità” intesa come principio creatore di precise differenze ontologiche e esistenziali, fa da base al tipo aristocratico e al suo diritto. La tradizione, sopra accennata, giunge, per quanto attenuata, fino alla nobiltà cavalleresca che, nei grandi Ordini medievali, rivestì, come si vedrà, un certo aspetto ascetico e sacrale. Ma già qui la nobiltà ha spesso il suo principal riferimento a qualcosa di sacro non in sé, ma fuori di sé, in una classe distinta dalla nobiltà stessa, che è il clero, esponente, a sua volta, di una spiritualità lontana da quella delle élites originarie.

Dopo di che, va rilevato che l’elemento rituale e sacrale fondava non soltanto l’autorità delle caste superiori, ma anche quella del PADRE all’interno dell’antica famiglia gentilizia. Specie nelle società arie occidentali, in Grecia ed a Roma, il pater familias rivestì originariamente un carattere simile a quello del re sacerdotale. Già il vocabolo pater era, per la sua radice, sinonimo di re, dai vocaboli rex, anax, basilèus; quindi implicava non solo l’idea di una potestà, di una maestosa dignità (10): né sono prive di fondamento le vedute, che considerano nello Stato un’applicazione più in grande dello stesso principio che originariamente costituì la famiglia patrizia. Peraltro, il pater, se era il capo militare e il signore di giustizia per i suoi congiunti e i suoi servi, in primis et ante omnia era però colui cui spettava eseguire i riti e i sacrifici tradizionali, che ogni famiglia aveva in proprio e che di essa costituivano la già accennata eredità non-umana.

Questa eredità promanante dal capostipite, aveva altresì per supporto il FUOCO (i trenta fuochi delle trenta genti intorno al fuoco centrale di Vesta nella Roma prisca) che, alimentato da sostanze speciali, acceso secondo determinate norme rituali segrete, ogni famiglia doveva tener perennemente acceso quasi come sorpo vivo e sensibile della sua eredità divina. Il padre era appunto il sacerdote virile del fuoco sacro familiare, epperò colui che per i suoi figli, i suoi congiunti e i suoi servi doveva apparire come un “eroe”, come il mediatore naturale di ogni rapporto efficace col sovrasensibile, come il vivificatore per eccellenza della mistica forza del rito nella sostanza del fuoco: il quale, peraltro, quale Agni per gli Indo-arii valeva come una incarnazione dell’ “ordine”, come il principio che “a noi conduce gli dèi”, il “primo nato dell’ordine”, il “figlio della forza” (11), colui che “da questo mondo ci conduce su, nel mondo della giusta azione” (12). Manifestazione della componente “regale” della sua famiglia quale “signore della lancia e del sacrificio”, soprattutto nel pater si incentrava il còmpito di non lasciar “spegnere il fuoco”, nel senso di riprodurre, continuare e alimentare la mistica vittoria dell’avo (13). Per tal via, egli costituiva realmente il centro della famiglia e tutta la costituzione rigorosa del diritto paterno tradizionale ne segue come naturale conseguenza sussistendo anche quando la consapevolezza del suo fondamento originario quasi si spense. Chi, come il pater, ha lo jus quiritium – cioè il diritto della lancia e del sacrificio – nella Roma delle origini ha anche la terra, e il suo diritto è imprescrivibile. Egli parla ilnome degli dèi e in nome della forza. Come gli dèi, si esprime col segno, col simbolo. Egli è intangibile. Contro il patrizio, ministro delle divinità, originariamente non vi era diritto a procedere – nulla auctoritas. Egli – come ancora nei tempi più recenti il re – non può esser giuridicamente perseguito; se commette un misfatto nel suo mundium la curia dichiara soltanto che ha fatto male – improbe factum. Il suo diritto sui congiunti è assoluto: jus vitae necisque. Il suo carattere sopra-umano fa concepire come cosa naturale che egli possa vendere e perfino mettere a morte, secondo il proprio arbitrio, i figli (14). In un tale spirito si definivano le articolazioni di ciò che Vico giustamente chiamò “diritto naturale eroico” o “diritto divino delle genti eroiche”.

E che il rito, corrispondente alla sua componente “uranica”, in una tradizione gentilizia avesse il primato rispetto agli altri elementi della tradizione stessa legati alla natura, risulta anche da più di un aspetto particolare dell’antico diritto greco-romano. A ragione è stato detto, che “ciò che univa i membri della famiglia antica è qualcosa di più potente della nascita, del sentimento e della forza fisica: è la religione del focolare e degli avi. Essa fa sì che la famiglia formi un corpo solo in questa vita e nell’altra. La famiglia antica è una associazione religiosa più che una associazione di natura” (15). Il comune rito perciò costituiva il vero cemento dell’unità familiare e spesso anche della gens. Se un estraneo veniva ammesso al comune rito, diveniva un figlio adottivo, godente di quei privilegi, dei quali veniva invece privato il figlio effettivo che avesse abbandonato il rito della sua famiglia o da esso fosse stato interdetto – ciò voleva evidentemente dire che secondo l’idea tradizionale il rito univa e il rito separava, non tanto il sangue (16). Prima di essere unita al suo sposo, in India, in Grecia e a Roma una donna doveva venire misticamente unita alla famiglia o gens dell’uomo mediante il rito (16); la sposa, prima di essere tale per l’uomo, lo è di Agni, del mistico fuoco (17). I clienti ammessi al culto proprio ad un ceppo patrizio pervenivano con ciò ad una partecipazione mistica nobilitante la quale, agli occhi di tutti, conferiva loro alcuni privilegi di quel ceppo, ma in pari tempo li vincolava ereditariamente ad esso (18). Per estensione, si può così capire l’aspetto sacro del principio feudale quale già si palesò nell’antico Egitto, in quanto in esso era per via del mistico “dono di vita” concesso dal re che si formava intorno a lui una classe di fedeli, elevati alla dignità sacerdotale (19). E analoghe idee valsero per la casta degli Inca, i “figli del Sole”, nell’antico Perù, in una certa misura anche per la nobiltà giapponese.

In India si presenta l’idea – da riportarsi alla dottrina “sacrificale” in genere, e che quanto si dirà più giù chiarirà ancor meglio – di una linea familiare di discendenza maschile (primogenitura) la quale sta in rapporto col problema dell’’mmortalità. Il primogenito -–che solo ha il diritto di invocare Indra, il dio guerriero del cielo – è concepito come colui, con la nascita del quale il padre scioglie il suo debito di fronte agli avi; giacché – si dice – il primogenito “libera” o “salva” gli avi nell’altro mondo: da quel posto di combattimento, che è l’esistenza terrestre, conferma e continua la linea di quell’influenza, che costituisce la loro sostanza e che procede per ed entro le vie del sangue come un fuoco purificatore. Ed è significativa l’idea, che il primogenito viene generato per il compimento del “dovere”, cioè per questo impegno rituale non condizionato da sentimenti e legami terrestri – “mentre i saggi considerano gli altri figli esser generati solo dall’amore” (20).

Su questa base, non è escluso che la famiglia in certi casi sia derivata per adattazione da un tipo superiore, puramente spirituale di unità, proprio a tempi più remoti. Per esempio, in Lao-tze (21) vi è l’accenno, che la famiglia sorse al momento dell’estinguersi di un rapporto di diretta partecipazione attraverso il sangue con il principio spirituale originario. Non diversa idea riecheggia residualmente, del resto, nella priorità, riconosciuta da più di una tradizione, alla paternità spirituale rispetto a quella naturale, alla “seconda nascita” rispetto alla nascita mortale – nella romanità, ci si potrebbe anche riferire all’aspetto intero della dignità conferita all’ADOZIONE, intesa come filiazione immateriale e supernturalistica, posta nel segno di divinità spiccatamente olimpiche, scelta, a partit da un certo periodo, anche come base oer la continuità della funzione imperiale (22). Per limitarsi al testo citato poco sopra, è detto: “Quando un padre e una madre, congiungendosi per amore, danno vita ad un figlio, questa nascita non deve considerarsi come qualcosa di più di un fatto umano; perché il figlio si forma nella matrice. Ma la vita che gli comunica il maestro spirituale… è la vera e non è soggetta nnéa vecchiaia, né a morte” (23). Per tale via, i rapporti naturali non solo passano in secondo piano, ma possono anche invertirsi: si riconosce infatti che il brahmana, autore della nascita spirituale, “è, secondo la legge, anche quando sia fanciullo, il vero padre dell’uomo adulto” e che l’iniziato può considerare i suoi congiunti come suoi figli, “perché la sua sapienza gli dà su di essi l’autorità di un padre” (24). Là dove la legge della patria potestas fu, in sede giuridico-sociale, assoluta e quasi non umana, dèvesi pensare che essa ebbe tale carattere per possedere, o per aver originariamente posseduto, appunto una giustificazione di questo tipo nell’ordine di una paternità spirituale, in pari tempo legata ai rapporti di sangue quasi come aspetto “anima” e aspetto “corpo” nel tutto del ceppo familiare. Qui non è il caso di fermarvisi: ma pur vale accennare che un insieme di credenze antiche per esempio circa una specie di contagio psichico, per cui la colpa di un membro di una famiglia investe l’insieme della famiglia stessa, o circa la possibilità che un membro possa riscattare l’altro, o scontare una vendetta per un altro, e così via – postula parimenti l’idea di una unità, che non è semplicemente quella del sangue, ma altresì psichico-spirituale.

Da tutti questi aspetti, sempre di nuovo si conferma il concetto, che le istituzioni tradizionali erano instituzioni “dall’alto”, non fondate sulla natura ma su eredità sacre e su azioni spirituali che vincolano, liberano e “formano” la natura. Nel divino il sangue, theòi synainoi -, nel divino la famiglia, theòi enghenèis. Stato, comunità, famiglia, affetti borghesi, doveri nel senso moderno – cioè esclusivamente laico, umano e sociale – sono tutte “costruzioni”, sono tutte cose che non esistono, che stan fuori della realtà tradizionale, nel mondo delle ombre. La luce della Tradizione non conobbe nulla di ciò.

Note di Evola (numerate nel testo tra parentesi tonda):

(1) Il brahmana, paragonato al sole, venne spesso concepito come sostanziato da una energia o splendore radiante – tejas – che egli “come fiamma” ha tratto per mezzo della “conoscenza spirituale” dalla sua forza vitale. Cfr. Satapatha-brahmana, XIII, ii, 6, 10; Parikohita, II, 4.

(2) Nella tradizione estremo-orientale, il tipo del vero capo spesso vien messo in relazione con colui a cui “nulla è più evidente delle cose nascoste nel segreto della coscienza, nulla è più manifesto delle cause più sottili delle azioni” epperò anche di quelle “vaste e profonde potenze del cielo e della terra” che “per quanto sottili e impercepibili, si manifestano nelle forme corporee degli esseri”. (cfr. Tshung-yung, I, 3; XVI, 1, 5). Ciò, per il piano su cui agisce il rito.

(3) Per le espressioni ora usate, cfr. C. Bouglé, Essai sur le régime des castes, Paris, 1908, pp. 48-50, 80-81, 173, 191. Pel fondamento dell’autorità del brahmana, cfr. Manavadharmasastra, IX, 314-317.

(4) Li-ki, I, 53. Cfr. Maspéro, Chine ant., p. 108: “La religione in Cina apparteneva ai patrizi, era più d’ogni altra cosa il loro bene proprio; solo essi avevano diritto al culto e perfino, nel modo più ampio, ai sacra, per via della virtù – te’ – dei loro antenati, mentre la plebe senza antenati non vi aveva affatto diritto: solo essi erano in relazione personale con gli dèi”.

(5) Manavadharmasastra, II, 172; cfr. II, 157-158; II, 103; II, 39.

(6) Nella genesi mitica delle caste data dai Brahmana, mentre ad ognuna delle tre caste superiori corrisponde una determinata classe di divinità, ciò non accade per la casta dei sudra, i quali non hanno dunque in proprio alcun dio cui riferirsi e sacrificare (cfr. A. Weber, Indische Studien, Leipzig, 1868, v. X, p. 8) né possono usare formule consacranti – mantra – per le loro nozze (ibid., p. 21).

(7) Cfr. Golther, German. Mythol., cit., pp. 610, 619.

(8) Cfr. H. Webster, Primitive Secret Societies, tr. It., Bologna, 1921, passim e pp. 22-24, 51.

(9) Cfr. A. van Gennep, Les rites de passage, Paris, 1909. A proposito della virilità in senso eminente, non naturalistico, ci si può riferire allo stesso termine latino vir, opposto a homo. Già G. B. Vico (Princìpi di una scienza nuova, ed. 1725, III, 41) aveva rilevato come auesto termine implicasse una speciale dignità, designando non pure l’uomo di fronte alla donna nelle unioni patrizie, e i nobili, ma anche magistrati (duumviri, decemviri), sacerdoti (quindicemviri, vigintiviri), giudici (centemviri), “talché con questa voce vir si spiegava sapienza, sacerdozio e regno, che si è sopra dimostrato esser stata una stessa cosa nella persona dei primi padri nello stato delle famiglie”.

(10) Cfr. F. Funck-Brentano, La famiglia fa lo Stato, tr. It., Roma, 1909, pp. 4-5.

(11) Cfr. Rg-Veda, I, 1, 7-8; I, 13, 1; X, 5, 7; VII, 3, 8.

(12) Atharva-Veda, VI, 120, 1. L’espressione si riferisce all’Agni garhapatya che, dei tre fuochi sacri, è appunto quello del pater, o capo di casa.

(13) Manavadharmasastra, II, 231: “Il padre è il fuoco sacro perpetuamente conservato dal Signore della casa”. Alimentare ininterrottamente il fuoco sacro è dichiarato dovere dei dvija, cioè dei rinati, costituenti le caste superiori (ibid., II, 108). Non è possibile, qui, andar oltre questo cenno nei riguardi del culto tradizionale del fuoco, di cui qui viene considerato solo uno degli aspetti. Le considerazioni che saranno svolte più oltre possono far comprendere la parte che l’uomo e la donna avevano rispettivamente nel culto del fuoco, sia nella famiglia che nella città.

(14) Per le espressioni di cui sopra, cfr. M. Michelet, Hist. De la République romaine, Paris, 1843, v. I, pp. 138, 144-146. Del resto, anche in tradizioni più recenti si trovano elementi consimili. I lords inglesi originariamente erano considerati quasi come semidei, e pari del re. Secondo una legge di Edoardo VI, essi hanno il privilegio di omicidio semplice.

(15) F. De Coulanges, Cit. Ant., p. 40; cfr. p. 105.

(16) A Roma, vi furono due tipi di matrimonio, non privi di relazione con la componente ctonia e la componente uranica di tale civiltà: il primo, è un matrimonio profano, per usus, al titolo di mera proprietà della donna che passa in manum viri; il secondo è rituale e sacrale, per confarreatio, considerato come un sacramento, come una unione sacra, ieros gamos (Dionigi Alic., II, 25, 4-5). Su ciò, si può cfr. A. Piganiol, Essai sur les origines de Rome, Paris, 1917, pp. 164 sgg., che però segue la falsa idea, secondo cui il tipo rituale di matrimonio sarebbe stato di carattere più sacerdotale che non aristocratico, idea dovuta alla sua comprensione piuttosto materialistica e soltanto guerriera del patriziato tradizionale. L’equivalente ellenico della confarreatio è l’eggineois (cfr. Isaios, Pyrrh., pp. 76, 79), e l’elemento sacrale consistente nell’ “agape” fu considerato così fondamentale che, mancando, la validità del matrimonio poteva essere impugnata.

(17) Cfr. Rg-Veda, X, 85, 40.

(18) Cfr. De Coulanges, Cit. Ant., p. 41.

(19) Cfr. A. Moret, Royaut. Phar., p. 206.

(20) Su tutto ciò, cfr. Manavadharmasastra, IX, 166-7, 126, 138-9.

(21) Lao-tze Tao-te-ching, XVIII.

(22) Cfr. J. J. Bachofen, Die Sage von Tanaquil, Basel, 1870; intr.

(23) Manavadharmasastra, II, 147-148.

(24) Ibid., II, 150-153.

Note dei curatori (numerate nel testo tra parentesi quadra):

[1] Tale saggio costituisce il capitolo n°6 di “Rivolta contro il mondo moderno”. Ndc.

[2] Letteralm.: “I riti augurali sono [prerogativa] dei patrizii”. Ndc.

[3] Il “sudra”, o servo, nella società castale indiana è il rappresentante della quarta casta, la prima non di derivazione indoeuropea, ma scura, autoctona. Ndc.

[4] Letteralm.: “analfabeta per motivi d’alta nobiltà”. Ndc.

Il presente brano è stato tratto da http://www.arctogaia.com/public/evola