Don Emilio e il crocifisso
di Emilio Del Bel Belluz
In una notte di pioggia Don Emilio non riusciva a chiudere occhio, malgrado avesse fatto ogni tentativo per dormire. Si girava e si rigirava nel letto, come se fosse stato reduce da una colossale mangiata. Quando una famiglia del paese lo invitava a cena, sapeva che quella notte si sarebbe rigirato nel letto. Ogni tanto, quando aveva bevuto più del solito, si rivolgeva al Crocefisso che aveva in chiesa per chiedergli mille volte scusa per la sua debolezza. Una grande debolezza erano le grappe che di nascosto mandava giù d’un fiato, con la scusa che un po’ d’alcool lo faceva digerire. Spesso tirava fuori dalla tasca la scatola metallica dove teneva i toscani e si faceva una fumatina. Tutti questi vizietti lo facevano stare tranquillo, anzi lo rendevano di buon umore. Gli piaceva pure masticare il toscano e tenerlo a lungo in bocca: lo aveva imparato da uno zio. L’insieme di grappa e toscano lo faceva sentire immortale. La perpetua qualche volta gli nascondeva la bottiglia dell’acquavite, ma era inutile, egli la ritrovava e ne mandava giù a grandi sorsi. Certi suoi parrocchiani per farsi perdonare qualche colpa e per chiedere al buon Dio attraverso il parroco una raccomandazione speciale, gli regalavano della grappa che loro stessi distillavano: una grappa che bruciava come il fuoco. Una volta ingerita, magari a digiuno, gli sconvolgeva lo stomaco, ma Don Emilio non gli importava. Ma quella notte non aveva bevuto, non aveva desinato fuori di casa, non si era permesso che una minestrina di farro, e per giunta non aveva comperato i toscani, quelli che l’oste gli faceva arrivare dalla città nella scatola di legno. Non aveva fatto nulla di tutto questo, ma non riusciva a prendere sonno e non capiva cosa gli stesse accadendo. Pensò di risolvere questo problema ricorrendo a qualche bicchiere di vino merlot, e sapendo che bere a digiuno fa male, si affettò mezzo salame con del pane raffermo, tanto che rischiò di rompersi un dente. E dopo essersi rifocillato ritornò a letto con il volto rubicondo e sorridente. L’orologio del campanile mandò trè rintocchi. Ma il sonno non arrivava ancora. Si alzò, spalancò la finestra perché aveva caldo, il caldo che gli aveva procurato il vino infiammandogli pure le guance. Tornò in cucina e dal tavolo prese un rivista dei frati francescani di Germania: una di quelle riviste che veniva stampata in un convento e la tiratura era molto elevata, perché veniva tradotta in tante lingue e Don Emilio ne era molto affezionato. Gli piaceva la veste tipografica e le illustrazioni, forse perché mostravano luoghi che lui non conosceva. Ma all’improvviso strabuzzò gli occhi e non riusciva a credere a ciò che stava leggendo. In un articolo era scritto che a Konnesreut, una città della Germania, che conosceva perché aveva dato i natali a Teresa Neumann, gli abitanti erano molto religiosi. Un maestro elementare, un certo Arnold, con un atto di spregio tolse dall’aula il crocefisso e se lo portò a casa. Un atto che a Don Emilio pareva impossibile potesse accadere nella scuola del suo paese. Non lo avrebbe mai permesso a costo di usare metodi duri. La popolazione del paese di Konnesreut insorse al sacrilego gesto e chiese l’intervento del borgomastro, affinché il crocefisso fosse ricollocato al suo posto . Ma questo cattivo insegnante non ottemperò all’obbligo di restituire il crocefisso, peggiorando la sua già grave posizione. Gli fu assegnata una scadenza : il crocefisso doveva ritornare al suo posto entro l’ultimo giorno di febbraio. Questo giorno cadeva di domenica ed era l’ultima del mese. Gli abitanti di Konnesreut, persone umili e oneste decisero di recarsi pacificamente alla casa del maestro per convincerlo a restituire il crocefisso. Ma il maestro non voleva piegarsi. Allora la gente cominciò a gridare dicendo che non si sarebbero spostate da quel luogo se non con il crocefisso. Sul posto fu inviata la gendarmeria che invano si mise a convincere queste persone a tornare nelle loro case, ma nessuno indietreggiò di un passo. Ad un certo punto un doganiere puntò la pistola contro la folla, e ordinò lo scioglimento pacifico della manifestazione. Allora si fecero avanti gli uomini del paese che in nessun modo vollero allontanarsi, anzi, con spirito di sacrificio dissero: “Siamo pronti a morire per la Croce, abbiamo fatto la guerra, siamo stati più volte feriti, e nemmeno allora abbiamo indietreggiato”. A questo punto per sedare la rabbia che stava per scoppiare, intervenne l’autorità e il crocefisso fu subito restituito, portato in trionfo davanti al prete che lo benedisse e volle subito celebrare una messa di riparazione. Tutta la popolazione partecipò alla messa e ricevette la comunione. Finita la cerimonia tutti in fila, uno a uno, si chinarono sul crocefisso per baciarlo. E il crocefisso fu riportato nella scuola dove si trova ancora. Dopo aver letto questo fatto a Don Emilio salì la pressione e gli venne il sangue al cervello. Egli avrebbe agito in modo diverso: si sarebbe recato alla casa del maestro e dopo aver reclamato con gentilezza il crocefisso, se non fosse stato ascoltato avrebbe utilizzato il fucile che teneva ancora con sé dalla fine della grande guerra, e che di tanto in tanto utilizzava per uccidere qualche uccello. Oppure il rude parroco di campagna, lasciando da parte il fucile, si sarebbe scagliato con qualche cazzotto ben assestato sulla faccia del malcapitato. . Don Emilio guardò il Cristo che aveva in camera e questi gli parlò: - So che sei manesco, ma apprezzo il tuo comportamento. Sta’ attento, se bevi ancora tutte quelle grappe, scendo dalla croce e ti riempio di botte-. E continuò: - Comunque ti voglio bene e so che tu mi sarai sempre fedele. Posso contare su di te. Ricordati che le mani e il fucile non può essere usato da un prete, non ti ricordi cosa dissi: porgi l’altra guancia. Tu caro Don Emilio non diventerai mai un vescovo. Ora non hai più neppure la forza di un tempo, quando eri un boxeur. Cerca di usare la tua vita e il tuo tempo solo per benedire e amare il prossimo. Sono sicuro comunque e non posso togliermelo dalla testa che se ti capitasse tra le mani quel maestro anche tra cento anni, tu un pugno glielo assesteresti ancora. Ti conosco troppo bene per non pensarlo -. Fu così che Don Emilio si addormentò felice che il Cristo gli aveva fatto compagnia ancora una volta.
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