Don Emilio e l’ufficiale


di Emilio Del Bel Belluz
A Don Emilio piaceva leggere. La lettura era il momento in cui chiudeva la sua vita e per un attimo si abbandonava alla quiete di un libro, seduto nella sua immancabile poltrona di fronte al volto del Cristo, che gli sorrideva, perché comprendeva quali erano i momenti in cui il prete andava in un mondo lontano, solitario e circondato dal piacere che emanava il contenuto della lettura. Proprio in quei momenti il mondo reale si chiudeva a piano a piano, e Don Emilio si lasciava alle spalle tutti i problemi che la vita gli procurava quotidianamente. Aveva con sé l’immancabile sigaro, che spesso aveva utilizzato, tenendolo tutta la giornata tra i denti, e succhiandolo come una liquirizia, inghiottendo l’amaro del tabacco che gli aumentava i dolori dell’ulcera. Spesso il toscano non poteva essere fumato perché era divenuto troppo umido, allora lo sbriciolava e lo metteva nella pipa. L’odore impregnava la biblioteca, e i libri, privandoli del classico odore della stampa e del tempo. Gli dispiaceva, ma non poteva rinunciare a questo godimento e alla rilassatezza di trovarsi a contatto con i suoi libri. Don Emilio possedeva una delle più ricche biblioteche della zona, molti suoi colleghi venivano da lui se abbisognavano di qualche volume da consultare. Molti di quei libri gli erano stati donati da un nobile che morendo gli aveva lasciato una discreta collezione di classici, tutti rilegati in pelle nera, e con le scritte colore oro. Questo gentiluomo aveva la passione per i viaggi, e in ogni posto dove si recava scandagliava tutte le librerie che riusciva a trovare, alla ricerca di qualche pezzo molto raro, che acquistava senza scrupoli, tanto i soldi non gli mancavano, forse a mancargli era la felicità, che aveva inseguito da sempre. L’uomo aveva deciso di lasciare la sua biblioteca a don Emilio perché sapeva che questi era un uomo di grande amore per la letteratura, in particolare era innamorato dei classici. Quando il curato si recava a trovarlo era una festa per il nobile, il momento in cui si misurava con la vita. L’uomo viveva solo in una grande casa e nella vecchiaia aveva diminuito i suoi viaggi. Amava passeggiare nel parco della villa assieme ai suoi ricordi più belli, che, in realtà, non erano molti. Don Emilio, dato il rapporto di amicizia con il conte, gli raccomandò una donna del paese, che cercava un lavoro per mantenere le sue due creature, avute dal marito deceduto da due anni in un incidente sul lavoro. Il conte la assunse subito come domestica, così Don Emilio era tranquillo perché aveva risolto due problemi : quello del conte e quello vedova. Quando Don Emilio andava a fargli visita gli leggeva qualche pagine del libro amato dal nobile e spesso durante la lettura l’uomo si assopiva. Allora Don Emilio deponeva il libro sul tavolo in noce della biblioteca e continuava a lettura per conto proprio. La biblioteca del signore aveva una elegante scaffalatura in legno massiccio dove stavano molti volumi divisi per argomento. Era stato proprio il nobiluomo con il un largo gesto di una mano a digli che ciò che vedeva un giorno sarebbe divenuto suo. E don Emilio era arrossito come un bambino che la mamma scopre con le dita dentro il barattolo della marmellata. Don Emilio gli era veramente amico, non lo poteva nascondere, e sempre rispondeva con gentilezza alle domande che ai dubbi che lo turbavano e riceveva conforto. Qualche volta rimaneva a cena con lui e gli piaceva ascoltare , finito il pasto, il racconto dei viaggi ed era così abile che a Don Emilio pareva, durante la narrazione, di aver viaggiato con lui. E una cosa era certa: in compagnia di quel nobile signore non si annoiava, e ogni incontro gli dava gioia perché si trovava d’accordo negli argomenti che venivano trattati e le loro idee si incontravano. Quella sera Don Emilio in biblioteca si sentiva come un re nel suo regno. Ricordare il suo benefattore gli era naturale e naturale era anche il dispiacere di aver perduto l’amico. Era un momento di vera tristezza. Don Emilio diceva durante le sue prediche che ricordare un amico morto era il modo migliore per farlo rivivere. Sempre durante le sue preghiere lo aveva in cuore. Sfogliano un libro di quelli che aveva ereditato trovò scritto a mano dal nobile una citazione molto profonda di Anassagora “ Nessuno è felice tra quelli che tu consideri tali. Troverai la felicità tra quelli che tu consideri infelici : non fra ricchezze e onori, ma fra quelli che coltivano con cuore fedele una piccola terra o una scienza disinteressata” . Nella pagina seguente aveva riportato una frase di Pegny, - a quarant’anni si scopre la terribile verità che nessuno è felice- Don Emilio aggrottò la fronte e lesse a voce alta più volte queste frasi, mentre il Cristo sorrideva, e gli sussurrava di rispondere. Il proprietario del libro aveva vergato queste parole con la volontà che venissero notate. Il Curato guardando il Cristo gli rispose che lui si sentiva felice per quello che aveva fatto per la chiesa e la sua gioia maggiore era la fede che i suoi genitori gli avevano trasmesso. La vera felicità era la fede, attraverso la quale tutto può e deve passare. Nei momenti in cui si sentiva solo, il prete sentiva il rimpianto di non aver accanto sua madre, che gli era mancata diversi anni fa. Ma se pensava bene con lui c’era sempre il Cristo, i suoi parrocchiani che non lo abbandonavano mai e c’erano pure i buoni bicchieri di vino che ogni giorno trangugiava, condannando il suo fegato ad un lavoro sovrumano. Si passò una mano sulla fronte per togliersi il sudore, non aveva caldo ma forse dipendeva dalla digestione. Scese in cucina per buttare nello stomaco un cognac, e poi un altro con la speranza che il calore se né andasse. Ritornò in biblioteca e seduto nella poltrona si mise a leggere un episodio di guerra che lo colpì profondamente nel quale lo scrittore Anatole France raccontava una conversazione che aveva fatto con un chirurgo francese durante la guerra franco-russiana del 1870. Un giorno all’ospedale militare era venuto a mancare il cloroformio: ne era rimasta una sola dose. Il chirurgo che era un maggiore dell’esercito prussiano e decise di adoperarla per operare un ufficiale, gravemente ferito, ma questi disse al chirurgo di utilizzarla per l’operazione di un soldato semplice. Quel cloroformio doveva essere utilizzato per quelli che non avevano gradi. Don Emilio pensava al generoso ufficiale che aveva rinunciato a lenire il suo dolore, per lenire le sofferenze di un soldato semplice. Durante la guerra il prete aveva visto situazioni molto complicate, e aveva udito i lamenti di quelli che non resistevano al dolore. Don Emilio, mentre leggeva le note del libro, ricordò un episodio a cui era stato testimone durante la Grande Guerra. Sui trattava di una casa che durante una battaglia era stata difesa dai soldati tedeschi, un manipolo di uomini che aveva resistito per giorni tra le rovine della casa stessa, e dopo essere stati uccisi ad uno ad uno dalla superiorità degli italiani. Uno di questi, entrato nella casa quando pensava che tutti fossero morti, si accorse della presenza di un capitano tedesco ancora vivo. Chinatosi sul ferito e presa la borraccia gli fece bere un sorso d’acqua. Con quel po’ di tedesco che conosceva gli chiese il motivo per cui non si erano arresi, vista la superiorità del nemico. L’ufficiale, prima ringraziò dell’acqua ricevuta, poi con quel po’ di forza che gli restava aprì la giubba e gli mostrò la croce tedesca dicendogli con un filo di voce che chi ha meritato quella decorazione muore, ma non si arrende. Poi spirò. Don Emilio benedisse quel corpo e tolse la croce dalla giubba insanguinata e, finita la guerra, la fece pervenire unita ai documenti alla famiglia. Don Emilio rivolse lo sguardo al Cristo che gli disse che per salvare l’umanità lui era morto in croce dopo tante sofferenze. Don Emilio pensò a quanti erano morti per difendere la croce, e gli vennero in mente le parole rivolte al figlio attraverso il telefono durante l’assedio dell’Alcazar quando gli proposero di arrendersi, e in cambio il figlio avrebbe avuto salva la vita. Ma il generale disse al figlio : “ Raccomandati l’anima a Dio ”. Don Emilio pensò tra sé: “ Io, come mi sarei comportato …” E si addormentò.
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