Intervista a Pietrangelo Buttafuoco
…Buttafuoco con la sua “pregiudiziale siciliana” a filtrare ogni aspetto della vita e della professione. Per tornare ad essere felicemente greci, nel nome di Heidegger.
Quando si parla di penne brillanti, a destra, uno dei primi nomi che affiora sulle labbra è quello di Pietrangelo Buttafuoco, pungente polemista del Foglio di Giuliano Ferrara, con una gavetta passata nelle stanze del Secolo d’Italia, il quotidiano dell’allora Movimento sociale italiano.
Buttafuoco è imbevuto di sicilianità dalla testa ai piedi, nel cuore e nel cervello. E di siciliani, quando può, si circonda, con un istinto di clan che non può fare a meno di seguire, una voce della natura cui si abbandona felicemente.
Fondamenta saldamente ancorate in Sicilia, insomma.
Aspetta… Guarda, io più che partire dalla base comincerei dall’approdo momentaneo.
Sarebbe?
Martin Heidegger. Sicuramente, è stata una scoperta impossessarsi, dopo tante letture, dopo tante suggestioni, di ciò che in un senso più ampio è la grecità come prospettiva da cui poter orientarsi, anche nell’attività quotidiana.
Be’, Sicilia, Grecia… mi dà l’idea di un giro del mondo con ritorno.
Certo, possiamo dire che grazie a Heidegger la mia prospettiva è tornata ad essere felicemente greca. C’è stata un sorta di volgarità che ha informato il mondo borghese (che francamente mi fa schifo), “l’idea” borghese, danarosa, di dominare il mondo attraverso la sua faccia più becera, e cioè quella occidentale, americana, che è per me quanto di più abberrante possa esserci. E ho scoperto che invece l’elemento greco è quello che ti permette di avere una distinzione fondamentale sulle cose… e ci sono arrivato grazie a Heidegger.
Quando hai cominciato a conoscerlo?
Dopo la fine del liceo, all’università .
Il libro che di lui ti ha più colpito?
A parte i due volumi su Nietzsche, il suo più bello in assoluto è senz’altro quello su Hölderlin, mi è piaciuto tantissimo. Ricordando una battuta che si faceva con certi amici direi che leggendo questi libri, inevitabilmente, diventi uno fuori dalle altre logiche. E poi, perché mi piace tanto Heidegger?
Eh, perché?
Perché a differenza di tutti gli altri che la menavano con i distinguo… la rivoluzione conservatrice e minchiatine varie, è stato uno che si è mantenuto serio, sia prima, sia durante e soprattutto dopo: è stato uno di quelli che si è presentato con la sua faccia, senza troppe giustificazioni per farsi accettare dagli altri. E poi, diciamoci la verità : Heidegger è fondamentale perché è il monumento, umile e se vogliamo anche semplice, grazie al quale ti puoi permettere il lusso di cominciare a decifrare il mondo che ti sta intorno.
Heidegger è il tuo approdo…
Sì: è stata la scoperta fondamentale che ho avuto dopo essere passato attraverso tutte le tappe dell’educazione sentimentale di un giovane fascista.
Ma è andato a far risuonare qualcosa che già c’era: un gong che aspettava solo di essere colpito.
Certo, perché se sostituisci le Alpi all’immagine delle Madonie, se sovrapponi all’immagine di qualsiasi fiume, che dalle profondità dell’Europa porta in Grecia, quella spettacolare di Agrigento e di Selinunte, allora non puoi non riconoscerti in quell’orizzonte di pensiero e di stile, no? C’è un qualcosa dentro te che la rimanda: è tutta questione di stare in ascolto. Tornando a Heidegger, anche politicamente è capace di darti una prospettiva che ti permette un lusso fondamentale: quello di non avere complessi d’inferiorità nei confronti della sinistra, o meglio di quella che potremo definire, con una vecchia battuta, la cultura dell’egemonia della sinistra. Perché non bisogna nascondersi che quella è stata la dannazione nostra…
Ma perché anche noi “sappiamo” quello che siamo leggendo i giornali o guardando la televisione! E se sul Corriere o su Repubblica, in Rai o su Mediaset ti martellano la testa ogni giorno, alla fine anche tu arrivi a convincerti che sei un ignorante, o che almeno “la tua parte” è cronicamente ignorante…
E invece sono cazzate. Ti ricordi del Cattiverio, la bellissima definizione che inventò Freda in quella risposta a Gianni Vattimo, “Il Cattiverio e le Beatitudini”?
Sì, sta dentro La disintegrazione del sistema, delle edizioni di Ar.
Be’, ogni volta che ci capitava di mettere il naso fuori dal Cattiverio ci sentivamo sempre a disagio, perché gli altri avevano i cantautori migliori, gli altri avevano i romanzi migliori… E invece bisogna rendersi conto che chi è nel Cattiverio, come diceva Freda, ha la possibilità di osservare con occhio più sgamato la realtà , e soprattutto ha il privilegio di non essere conformista, di non essere conformato alle regole generali, ma avere una prospettiva attraverso cui si può permettere dei lussi inauditi, suggestioni che gli “altri” non possono avere.
Torniamo indietro, fino al primo libro di cui conservi il ricordo.
Era un volume con le figure delle regioni italiane, con le maschere, i costumi locali. Ma devo dire che non ricordo libri fondamentali: io passavo il tempo a giocare. Le uniche cose che leggevo con estrema curiosità erano i facsimile elettorali: era la mia collezione fondamentale. Adoravo l’odore della colla, dei manifesti… tutto il rito della festa elettorale mi divertiva tantissimo.
Dove vivevi?
Vivevo, e vivo ancora quando non sono a Roma a lavorare, nell’entroterra siciliano, a metà strada fra due paesi che si chiamano Agira e Leonforte.
A proposito di giochi elettorali, tu hai uno zio che è stato il riferimento di un certo Movimento sociale.
E infatti era una festa legata alla famiglia, con mio zio deputato e gli amici a sostenerlo contro il nemico numero uno, che era ed è tutt’ora la Democrazia cristiana, il democristianismo in sé come struttura mentale: sai quell’uso di umiliare il prossimo, di creare le clientele…
Dicevi che passavi il tempo a giocare… a cosa?
Anche lì c’era, molto forte, il riferimento a quelli che erano i miti di una certa Italia, familiari a noi che siamo nati nel Cattiverio. E anche i giochi erano influenzati da un bagaglio di racconti attinti al mondo classico: a scuola giocavamo separandoci in greci e troiani, nessuna concessione a quello che poteva essere l’apparato iconografico del mondo cattolico o, non sia mai!, americano come cow boy e indiani. Al massimo arrivavamo a paladini e mori, che però, nella tradizione pupara, assomigliano più agli eroi della classicità che ai cavalieri cristiani.
E dopo i giochi?
La politica.
Naturale conseguenza.
Solo dopo ho cominciato a leggere. La cosa fondamentale è stata la militanza politica, anche nel suo aspetto elementare, da attacchino, insomma. Poi, andando avanti con gli studi, ho coniugato le due cose: politica e letture.
E chi è stato il tuo catechista?
Il primo di noi che andò a comprare libri fu Salvatore Lentini, attuale comandante della stazione dei carabinieri di Bronte. Erano gli anni del Fronte della gioventù. Salvatore andò a Roma, alla Libreria Europa, e se ne ritornò carico di libri. Ricordo ancora, la prima volta che ci capitò fra le mani Al di là del Bene e del Male, che nessuno sapeva pronunciare Nietzsche e dicevamo “cu minchia è ’stu Nieschi?”.
Ma ora non fai più politica.
È che la prospettiva politica è cambiata. Perché è ovvio che quello che è diventata Alleanza nazionale adesso, nella cosiddetta Casa delle libertà , realizza e concretizza un mondo che è assolutamente estraneo ai sogni di quel ragazzo. Diciamo anzi che è l’opposto e, paradossalmente, è molto più utile a chi invece da sinistra aveva temuto determinate cose. Più affine al mondo bramato da uno che gira con la maglietta del Che, che non a quello di un ragazzo che magari si era ubriacato sognando le gesta eroiche di José Antonio Primo de Rivera. Senza ombra di dubbio, un mondo lontanissimo da quel ragazzo che ero. Poi, è chiaro che uno continua a fare delle scelte, ma è un’altra cosa.
Tornando alle letture giovanili, cosa trovavi a casa che potesse soddisfare le tue curiosità ?
Dalla biblioteca di casa ho divorato gli scritti di Giovanni Gentile.
E uno che s’interrogava su “Nieschi” leggeva Gentile?
Ma sai, in un anno o due, a quell’età , cambiano tante cose… Andavo al classico e al terzo anno, il primo liceo, avevo già letto la Storia della filosofia di Gentile, che appunto avevamo a casa. Non per niente, uno dei libri a cui sono affezionato è l’Eraclito di Gentile: lettura del primo liceo classico.
Cosa prendeva, un ragazzo di quell’età , dal fondatore dell’Enciclopedia italiana?
Ti ricordi che cosa diceva Lenin? Che l’unico ad avere capito bene Marx era Giovanni Gentile. Noi dobbiamo a lui un’interpretazione del marxismo immune dalle vulgate che poi hanno ammorbato la società … Io ho avuto la fortuna di conoscerlo davvero, il mondo del marxismo realizzato, ed è un ricordo che ancora mi porto dentro.
Ma di che stai parlando?
Dei viaggi organizzati in Unione sovietica dalla Federazione del Pci di Catania. Ne approfittai varie volte, e fu un’esperienza fondamentale. Anche per la conoscenza di un popolo ancora proletariamente orgoglioso…
Quello che vi facevano vedere!
Ovvio. Ma quel che conta…
…sono le emozioni che “formano”.
Perfetto. E adesso, tu pensa a tutti ’sti scemi, ’sti poveri ragazzi che vanno appresso alla chimera del comunismo senza aver mai apprezzato il senso della filosofia marxiana… che pensano di indossare una maglietta di Che Guevara e risolvere ogni cosa!
Come altri, che conosciamo, che credono basti un saluto romano per incarnare la purezza originaria…
Ecco. Ma invece, se ci pensi, tutto si ritrova nello sforzo, nell’invenzione mussoliniana di innestare nell’ansia sociale quello che altri, i marxisti, avevano pensato senza però riuscire a concretizzare l’applicazione: il senso più alto, più bello, più eroico.
Come si dice: gli uni si fermavano alla spiaggia e gli altri invece prendevano il mare.
Sì, perché la politica, poi, si risolve in intuizioni fondamentali, in immagini… Come quella, bellissima, di quando Mussolini, alla fine della sua vita, si sofferma sul ricordo… quello dei suoi anni passati al collegio… dove, di tutta l’eredità dell’infanzia, l’unica cosa che si porta dietro, quella che ha dato il senso della sua vita, è il ricordo dei compagni di scuola, e dell’organizzazione che vigeva nel collegio, dove venivano divisi per classi sociali. Lui ripensa a questo, e dice: “È un ricordo che ancora mi brucia nell’anima” che ci fossero i ricchi, i meno ricchi e i poveri, e questi ultimi venivano nutriti a pane raffermo e acqua, mentre gli altri, seguendo una gradualità , venivano nutriti con pasti caldi e abbondanti. E lui dice: “Il ricordo ancora mi brucia dentro”. Questo fa la differenza: avere dentro una chiara consapevolezza sociale… vedere nel prossimo la possibilità di un suo riscatto, una prospettiva nuova, non quindi un mero ribilanciamento degli averi.
E che cosa ha formato la tua, di differenza?
Personalmente, credo mi abbia fatto schifo l’idea di esser costretto a pensare con l’idea degli altri. Forse per questo, quando ero piccolo, vedevo un film e mi identificavo sempre con i cattivi. E allora c’erano sempre i film contro i fascisti, e i film contro i romani, e i film contro i mafiosi… Tutta ’sta lagna! Allora sognavo un film in cui un giorno avrei potuto riconoscermi…
Sei mai riuscito a vederlo?
Posso dire di sì, con tutti i crismi del politicamente scorretto. Quale miglior progetto politico se non nel capolavoro di Coppola, Il Padrino? Don Vito Corleone è un grande esempio di saggezza e di strategia politica. In buona sintesi, andando a sfrondare la vita di chi come me è cresciuto nel Cattiverio, nutrendosi di miti che lo hanno reso diverso, la cosa di cui sono più orgoglioso… che mi sento addosso… è questo istinto feroce antiborghese.
E qui suonano echi del Gattopardo.
Per me la borghesia è corruzione dell’animo umano. Sto leggendo un libro di cui non ricordo il titolo né l’autore, e mi sono immerso nella descrizione di questo mondo decadente, borghese, ambientato a metà fra Parigi e New York… hai presente queste schifezze di cucine raffinate, champagne perfetti, alta moda… tutte cose che bruceresti in un attimo! Ma che minchia te ne fai di un aceto balsamico! Io sono d’accordo con l’idea dei falò. Hai presente i talebani?
Ma tu non fai più politica. Studi.
Sì. E devo dire che l’unica cosa che mi resta sempre è il lavoro filosofico, dai presocratici a Nietzsche, a Heidegger… il resto scivola via.
Tutto?
No. È ovvio che Il maestro e Margherita resta un romanzo che leggo sempre volentieri; così come ascolto volentieri Paolo Conte e Franco Battiato… Sono forme di consolazione. Ma l’unica cosa che continuamente, con allegra fatica faccio, è il lavoro filosofico.
Sempre in compagnia di Heidegger?
Ma sì! È lui l’unico vero gigante del pensiero nel nostro tempo. L’unico. Chi minchia si ricorderà mai di Lukacs? Nessuno. Wittgestein, per arrivare alla sua maggior proposizione deve rubare una delle massime fondamentali della mafia: “quel che non si può dire bisogna tacere”… Bastava chiederlo a qualsiasi villeggiante di Sciacca, e ci sarebbe arrivato senza troppe proposizioni e trattati! Come quell’altro capitolo inutile della filosofia che è la morale… Solo chi è nato nel Cattiverio può capire davvero l’inutilità della morale: solo gli abitanti del Cattiverio possiedono quella diversità che non si può acquisire con atteggiamenti anticonformisti da viveur del centro storico… sai, quella gente orribile che pascola nelle vinerie aspettando di essere notata per una diversità che non esiste. O tutti quegli stronzetti che, invece di andare a messa la domenica mattina, si aggirano per i bar con la mazzetta dei giornali sotto il braccio dandosi arie da chissà quali intenditori del mondo. Una specie disgustosa, quella del ricco borghese di sinistra, che si nutre di disprezzo, non conosce misericordia, odia il prossimo…
Come la Mariangela Melato di Travolti da un insolito destino.
Sì, con la differenza che il povero non può essere di sinistra, come invece è Giancarlo Giannini nel film della Wertmuller.
Ma può credere di esserlo, se tutti gli dicono così.
Naturalmente. E poi uno dice che ai giornalisti li chiama terroristi.
Tratta da Area-online
I libri di Pietrangelo Buttafuoco in vendita presso Raido:
- L’ultima del diavolo (2008)
- Le uova del drago (2005)
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22 Maggio 2009 at 20:27
..Pietrangelo, mi sa che la tua passione è anche colpa di Eugenio Mazzarella..
17 Luglio 2010 at 20:46
Ho assistito l’altro ieri alla presentazione del libro “fimmini” di Buttafuoco.
E’ stato un continuo riferimento alla BUONA condizione delle donne in Iran.
Incredibile vero? e per ricordarlo anche all’autore invit tutti coloro che hanno vogli a e tempo a pubbnlicare questo link ovunque scorgano il suo nome
http://www.amnesty.it/appelli_diritti_umani_iran
Forse gli daremo una mano a conoscere meglio l’argomento!