Usa, dalla Bolivia al resto del mondo la solita solfa
Come da copione, gli Usa non si smentiscono mai…ecco come anche in Bolivia cercano di imporre il loro dominio ed ecco perché odiano tanto il presidente Evo Morales (foto). Anche in questo caso, come ormai dal 1898 (anno che li vede uscire dall’isolazionismo) ci hanno abituato, è possibile dimostrare l’arroganza yankee riassumendo brevemente solo qualche anno di storia a stelle e strisce…
All’inizio di settembre il presidente boliviano Evo Morales ha espulso l’ambasciatore americano Philip Goldberg, accusandolo di fomentare, con fondi tratti dal programma di aiuti Usaid, la ribellione contro il suo governo da parte di quelle province del Paese più ricche di risorse naturali e dove maggiore è la presenza di discendenti dei conquistatori bianchi. Se fosse provato il coinvolgimento del rappresentante di Washington nel destabilizzare la nazione boliviana, secondo una tattica che molti osservatori definiscono “Kosovo Option”, sarebbe grave, ma non costituirebbe una novità nell’usuale modus operandi applicato dagli Usa nei confronti dei governi considerati ostili.
Senza scomodare paragoni lontani nel tempo come la ‘strategia della tensione’, adottata in Italia negli anni 70 e in cui molti storici hanno intravisto lo zampino americano, per rintracciare un precedente più vicino nel tempo e proprio in America Latina si può fare riferimento a quanto avvenuto in Venezuela nel periodo precedente e successivo al tentato golpe dell’aprile 2002. Nei mesi antecedenti, alcuni esponenti di rilievo tra i cospiratori si recarono più volte a Washington dove incontrarono Otto Reich, allora principale responsabile dell’amministrazione Bush per l’America Latina.
I frequenti viaggi nella capitale statunitense furono utili per ottenere finanziamenti da varie agenzie del governo, tra cui l’Usaid e la Ned (National Endowment for Democracy), organismo semi-ufficiale, creato dall’amministrazione Reagan, per sostenere con denaro pubblico l’instaurazione di assetti politici voluti da Washington in varie nazioni del mondo.
Successivamente al golpe, a fine aprile 2002, il dipartimento di Stato concesse alla Ned un finanziamento di un milione di dollari sotto la voce “fondi speciali per il Venezuela” e in giugno presso l’ambasciata fu costituito l’Oti, ufficio per le iniziative di transizione con fondi Usaid. La sua prima mossa fu la stipula, con Development Alternatives inc., società di consulenza statunitense, di un contratto per gestire un fondo di sette milioni per aumentare la “polarizzazione politica” del Venezuela.
A fine 2002 le forze politiche e sindacali contrarie a Hugo Chávez usarono a piene mani fondi Usaid e Ned e organizzarono uno sciopero generale che durò 64 giorni con l’obiettivo di togliere ogni legittimazione al suo governo. Nel 2006, in occasione delle elezioni presidenziali, esponenti diplomatici americani, diffondendo sondaggi contrari a Chavez e usando una propaganda negativa contro il governo, commissionata all’istituto Penn Schoen & Berland (già usato con la Serbia di Slobodan Milosevic) esercitarono una nuova azione di destabilizzazione dell’esecutivo venezuelano.
Anche in Bolivia il governo americano sembrerebbe aver usato le stesse modalità di intervento. Il riferimento alla Serbia non è casuale poiché Philip Goldberg, prima di ricoprire il posto di ambasciatore a La Paz, era stato responsabile del desk Bosnia del dipartimento di Stato, e dal 2004 al 2006 aveva retto la rappresentanza diplomatica americana a Pristina in Kosovo. Qui aveva svolto un ruolo cruciale nel favorire la secessione del Kosovo dalla Serbia e nel preparare il terreno per un governo autonomo. Quindi, la sua nomina in Bolivia non appare casuale. Con ogni probabilità, la sua precedente esperienza nello smembramento della Serbia potrebbe averlo aiutato nel sostenere la secessione delle provincie ribelli contro il governo di Morales.
La possibilità che le accuse del presidente boliviano contro Goldberg rispondano a verità potrebbe trovare conferma in esempi di altre pratiche analoghe esercitate da Washington al di fuori del proprio emisfero. Si potrebbe fare l’esempio dell’Ucraina e della rivoluzione arancione che favorì l’ascesa al potere di Viktor Jušcenko nel 2004. Secondo fonti di stampa dell’epoca, gli Usa, nel sostenere Jušcenko e le sue aspirazioni presidenziali contro Viktor Janukovyc, vicino all’ex presidente Leonid Kucma e al Cremlino di Vladimir Putin, nei due anni precedenti le elezioni, spesero circa 65 milioni di dollari. Dirette beneficiarie di tali fondi furono quattro fondazioni, di cui tre istituite da agenzie del governo Usa, tra cui la Ned. Queste passarono poi i fondi ai sostenitori di Jušcenko.
Oppure si potrebbe ricordare il copione seguito da George Bush in Russia, nell’ambito del suo disegno a favore della diffusione della democrazia, esemplificato nel secondo discorso inaugurale. Anche qui la parte del leone è stata assegnata alla Ned che ha devoluto ampi finanziamenti a organizzazioni non governative con scopi libertari che agivano sul suolo russo.
Il risultato fu l’emergere di un diffuso fermento democratico soprattutto tra i giovani che cominciarono a considerare Putin con occhi diversi rispetto al passato. Ben presto il presidente russo, proprio per limitare l’effetto destabilizzante del prosperare di numerose organizzazioni non governative pro-democratiche sostenute da finanziamenti statunitensi, corse ai ripari.
Nel novembre 2005, dopo che Putin ebbe dichiarato che non avrebbe tollerato il finanziamento estero di operazioni politiche svolte da organizzazioni non governative interne al paese, un gruppo di deputati della Duma presentò un progetto di legge volto a imporre un ferreo controllo governativo sulle attività politiche delle organizzazioni non governative.
La legge, approvata il 23 dicembre 2005, prevedeva notevoli limitazioni alla libertà di azione delle Ong, soprattutto per quelle di origine o finanziamento straniero. Ad esempio, la norma previde che gli uffici di Ong estere, per continuare ad esistere, avrebbero dovuto registrarsi come associazioni pubbliche russe, sottoponendosi a una ampia serie di limitazioni e controlli, come ad esempio nel campo dei finanziamenti.
Pier Francesco Galgani, 25 settembre 2008
Da: paginedidifesa.it
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