Si è tenuto sabato 8 novembre a Roma, nei locali della sala Ouverture, siti in via Tripoli 22, organizzato dall’associazione culturale Raido, il convegno “Giustizia per Gabriele”, nel corso del quale è stato presentato il libro “11 novembre 2007 - L’uccisione di Gabriele Sandri, una giornata buia della Repubblica”. Relatori: Alessandro Cochi, delegato allo sport per il Comune di Roma; Maurizio Martucci, autore del libro; Ugo Cassone, consigliere comunale di Roma; Cristiano Sandri, fratello di Gabriele. Ha introdotto i lavori: Massimiliano Baldacci dell’associazione culturale Raido. Il primo a prendere la parola è stato Alessandro Cochi. Il delegato allo sport del comune ha esordito stigmatizzando la vergognosa coltre di silenzio distesa dai mass media sulle vicende relative all’inquietante episodio dell’assassinio del giovane dj romano, che, addormentato sul sedile posteriore di un’automobile parcheggiata in un’area di servizio dell’autostrada Roma-Firenze, fu freddato da un poliziotto durante un’”azione” a dir poco scriteriata. Solo Napolitano e Veltroni, allora sindaco di Roma, insieme all’opposizione dell’epoca, condannarono duramente l’episodio, mentre dai banchi del governo Prodi non si levò neppure una parola ma solo imbarazzo e ipocrisia. L’opinione pubblica, bombardata giornalmente dai resoconti e dai piccanti retroscena del delitto di Meredith o di quello della ragazza di Garlasco, sulla tragedia del giovane tifoso romano per un anno ha avuto solo il tempo di dimenticare. Questo la dice lunga sull’obbiettività e l’indipendenza di certa stampa, che invece di sensibilizzare i lettori sulle piccole e grandi ingiustizie subite dai cittadini ad opera delle autorità, fa finta di nulla, minimizzando e obliando se l’argomento da trattare non è omologabile nei soliti cliché. Anzi, c’è stato persino un subdolo tentativo da parte di spregevoli gazzettieri di sporcare l’immagine del ragazzo. Tentativo miseramente naufragato per l’indignata ed energica reazione degli amici e dei parenti di Gabbo. I fragorosi silenzi degli organi d’informazione vanno ad aggiungersi alle scandalose reticenze del questore di Arezzo. Le prese di posizione di Manganelli poi, in occasione del primo anniversario dell’accaduto, non scusano proprio nulla. In uno stato democratico e rispettoso dei diritti umani, se il capo della Polizia di Stato ritiene di portare il peso della responsabilità della morte di un ragazzo innocente, sarebbe opportuno che infine rassegnasse le dimissioni. Con le sue dovrebbe far rassegnare quelle dell’agente killer Spaccarotella, che dopo un anno dal drammatico episodio non ha subìto neppure una multa e continua indisturbato a esercitare le sue mansioni. Ora, per celebrare il primo anniversario dall’accaduto, gli amici e la famiglia progettano d’istituire una fondazione intitolata proprio a Gabriele. Ha preso poi la parola l’autore del libro “11 novembre 2007”, Maurizio Martucci. Si tratta di un libro, ha esordito Martucci, scritto per non dimenticare. Per non dimenticare per prima cosa il dolore della famiglia, ma soprattutto per stigmatizzare l’accaduto e le nefaste ripercussioni che l’episodio ha avuto sull’intera comunità nazionale. La gravità del fatto si commenta da sé. Intanto il gesto sconsiderato del poliziotto, che dalla piazzola di sosta situata in direzione sud dall’A1, nell’area di servizio di Badia Alpino, alle ore 9,18 estrae inspiegabilmente la pistola e, a mani unite e ad alzo zero, senza pensarci due volte mira freddamente in direzione di un gruppo di giovani situato sulla piazzola opposta dell’area di servizio, quella situata sulla direzione nord dell’autostrada, e perciò distante ben 80 metri dallo Spaccarotella. Come se nulla fosse, l’agente spara nel mucchio (ma perché, e chi intendeva colpire da così lontano?) e, rischiando di centrare un eventuale veicolo che in quel momento fosse disgraziatamente sopraggiunto a frapporsi tra l’uomo e il bersaglio, uccide un ragazzo colpevole solo di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

In secondo luogo c’è tutta una filiera di menzogne che inquieta i cittadini comuni, preoccupati all’idea che chiunque di noi poteva trovarsi in quella situazione al posto di Gabriele. Dopo un’ora era tutto chiaro come s’erano svolte le cose, ma alle 11,49 una notizia emessa dall’Ansa annunciava che “c’è stato un morto sull’autostrada per una zuffa tra tifosi”. Dopo tre ore dall’incidente, sempre l’Ansa diffondeva un altro comunicato in cui, azzardando una spiegazione, dichiarava: “Si suppone che un agente abbia sparato un colpo in aria”. Dopo nove ore - erano ormai le 18,00 - la conferenza stampa della questura di Arezzo emetteva una bislacca comunicazione di crisi nella quale si lodava il reparto dell’agente sparatore, non si chiariva nulla di nulla, e non erano consentite domande da parte di chicchessia, mentre la stampa libera si comportava con ignavia nonostante precedenti esempi di interventi in operazioni di polizia durante i quali le armi non solo non sono state usate, ma si è dimostrato addirittura un certo margine di tolleranza. E’ plausibile pensare che gli incidenti occorsi in serata siano stati una tremenda e inesorabile conseguenza di un comportamento dissennato dei media e delle autorità? Ugo Cassone, terzo relatore, ha messo in evidenza il sistema dei due pesi e delle due misure adottato dalle autorità garanti dell’ordine pubblico. Per i cortei e le dimostrazioni promosse e sostenute dalla sinistra e dai centri sociali, sebbene accompagnati da assalti, insulti, lancio di oggetti e da vandalismi di ogni tipo, la consegna alle forze dell’ordine è subire gli oltraggi e non reagire. Viceversa, quando ad alzare la voce, ma in certi casi basta appena l’intenzione, sono elementi di destra o tifosi di squadre di calcio, allora non solo è lecito sparare ad alzo zero nel mucchio, ma in questa occorrenza si muove lo stesso ministro degli interni, che si incarica in prima persona di depistare omertosamente l’accaduto esautorando addirittura le autorità competenti, come verificatosi nei confronti questore di Arezzo, messo bruscamente da parte il giorno dell’omicidio di Gabriele. L’esempio più calzante di questa inspiegabile schizofrenia è stato l’episodio del “giottino” Carlo Giuliani, con la dedica di un’aula del Senato dopo essere stato colpito da un proiettile partito per reazione di difesa mentre con un estintore in mano intendeva colpire una camionetta dei carabinieri. Per Giuliani, si sono organizzati sit in, cortei di sdegno, sono state presentate mozioni, interpellanze, si sono versati fiumi d’inchiostro sui giornali, scoperte lapidi e offerto un seggio al parlamento per la madre. Per Gabbo invece, ucciso a freddo senza una ragione con l’unica colpa di starsene per i fatti suoi a dormire, l’assassino è tuttora uccel di bosco, ancora non si è aperto lo straccio di un processo nei confronti del poliziotto “zelante” e s’è ordita un’ignobile congiura del silenzio. A questo punto urge come minimo una drastica e radicale riforma della Magistratura. Dopo un breve intervento del moderatore, che ha espresso la solidarietà del nostro ambiente agli amici e alla famiglia di Gabriele rappresentata al convegno dal fratello, è intervenuto appunto Cristiano Sandri. Il ragazzo, commosso, ha dapprima ringraziato l’uditorio e gli organizzatori della serata. Poi è passato ad illustrare le iniziative promosse per ricordare il fratello perduto. Sandri ha illustrato e sostenuto la ragione del libro, vissuto come una sorta di risarcimento morale per le sofferenze subite dalla famiglia e per l’ignobile distorsione della verità operata da una stampa vigliacca che tutto ha fatto tranne che sentire la doverosa esigenza di condannare il gesto folle del poliziotto e lo scandaloso gioco delle parti tra gli organi dello Stato che ne è seguito. Tutti sapevano già cosa era successo e come, ma ognuno ha fatto la sua parte per depistare, confondere, sviare. L’omicidio era stato appena compiuto e già giornali e tv  parlavano di violenza negli stadi, di misure contro gli hooligan, della necessità di misure più drastiche contro i tifosi. Tutte cose che con quello che era accaduto quel giorno a Badia al pino non avevano nulla a che vedere. Le partite però non si è avuto il coraggio di sospenderle. Il business non si tocca. Ma se Roma-Cagliari fosse stata rimandata, forse non ci sarebbero stati problemi di ordine pubblico. È seguito poi, da parte di Cristiano, il ricordo struggente dell’amato fratello, che ha visto l’intero uditorio stringersi intorno a lui e alla famiglia Sandri in un abbraccio di commossa e partecipata solidarietà.

di SpAng

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