Don Emilio e la cicogna
di Emilio Del Bel Belluz
Don Emilio aveva letto una frase in un libro che gli era molto piaciuta: l’aveva colta per caso. Per vincere un momento di stanchezza si era messo a cercare un libro tra gli scaffali della sua bibilioteca e proprio là, in un angolo, aveva trovato questo libro, ricoperto di polvere, tanto che non si ricordava più della sua esistenza. Capita a quelli che hanno molti libri di imbattersi in qualche opera che avevano dimenticato di possedere. All’interno del libro, sfogliandolo, trovò un foglietto su cui lesse ad alta voce ciò che vi era scritto: “ Vi sono libri, solidi come mura, che si impossessano di un soggetto per fortificarlo, per innalzare difese supplementari attorno a un’entità già esistente”. Don Emilio non ricordava più l’autore del libro che era Jean Philippe Antoine. Apoggiò il foglietto sopra il tavolo e si mise a meditare. Ricordò quei libri che lo avevano fortificato, libri solidi come le mura che si impossessano di un uomo. Subito risalì alla Bibbia, libro che amava e che gli dava una risposta a tutti i suoi dubbi. Amava in modo particolare una bibbia rilegata da un famoso maestro che gli fu donata da un suo parrocchiano. La portava sempre con sè nei momenti importanti della sua vita. Durante la guerra la custodiva nello zaino. Era un’edizione vecchia e le sue pagine mostravano i segni del tempo, ognuna di esse era stata letta e riletta, e portava delle note scritte a matita. Quella Bibbia per Don Emilio era come il suo sangue, non ne poteva privare. Di libri ne aveva letti molti, e molti lo avevano e certi avevano contribuito alla sua formazione interiore oltre che aver arricchito la sua cultura. Si sedette davanti alla finestra nella sua comoda poltrona. Era solo in canonica, la perpetua e il sacrestano erano usciti a sbrigare delle incombenze per la parrocchia. Desiderava momenti di silenzio e di solitudine un po’per l’età, ma soprattutto meditare sui problemi che gli si presentavano per il suo apostolato. Quella mattina era piuttosto malinconico. Sua madre gli diceva sempre, che se si viene assaliti dalla tristezza o dalla malinconia è necessario reagire subito. Non bisogna permettere che i pensieri tristi si impossessino di noi, non bisogna dargli ascolto. Ecco che l’attenzione di Don Emilio fu colta da una notizia che lo distolse dalla meditazione. Lesse su di un giornale che stava sopra il davanzale della finestra che una cicogna si era posata sopra il tetto dell’ospedale di Motta di Livenza, mentre nel reparto ostetricia una donna stava per dare alla luce un bimbo. E la cicogna se ne andò dal tetto solo dopo che il nato le fece sentire la sua voce. Don Emilio pensò al Bambinello del presepe, e decise che la domenica durante la predica avrebbe riferito questa bella notizia ai suoi parrocchiani. “ Cari parrocchiani nel nostro grande e sereno paese che sorge vicino al fiume, dove da un po’ di tempo scarseggiano le nascite. Questo problema mi preoccupa e mi rivolgo a voi giovani e vi ricordo che una società vive e progredisce grazie all’incremento della popolazione. Cosa potrebbe diventare la nostra Italia tra un secolo se le nostre coppie continuassero di questo passo. Al tempo il cui c’era la buona anima del Duce, ogni nato veniva accolto come un evento straordinario. Ora, cari parrocchiani, in questa repubblica democratica si va di male in peggio, non nascono più bambini. Se ci fosse ancora Mussolini, lui sì che chiederebbe agli italiani di fare dei figli . E se non ascolteremo la voce della patria, saremo costretti a scomparire. Ora scarseggiano i matrimoni e le nascite e questo è davvero grave. Speriamo in una inversione di tendenza. In questi giorni ho letto una notizia che mi ha fatto mediare. All’ospedale di Motta sul tetto corrispondente al reparto dove nascono i bambini, si è posata una cicogna. E’ rimasta là in attesa che un bambino nascesse per ascoltare il suo primo vagito. Ogni volta che nasce un bambino il suo primo pianto vola verso Dio che lo ascolta gioendo, come gioiscono i suoi genitori. Poi la cicogna ha spiccato il volo, pure lei felice. Sembra una favola ma non lo è. Speriamo che tra poco la cicogna si posi sul tetto della casa di una nostra coppia e poi di un’altra e di un’altra ancora . Un tempo scusate se lo ripeto ci pensava il Duce al problema delle nascite, ora devo pensarci io. Nelle famiglie dove ci sono dei figli Dio è e sarò sempre in mezzo a loro con il suo amore. Io che sono vecchio ho bisogno di vedere dei nuovi angeli che mi facciano compagnia. Qualcuno ha sospirato mentre parlavo del Duce, ma io sono e resterò un prete fascista, finché Dio mi darà la forza di stare sulla terra. Alla fine della guerra, voi lo sapete, i partigiani hanno tentato di farmi tacere, ma io ho dalla mia parte Dio che non mi ha lasciato solo neppure in quel momento. Voi sapete che io ho perdonato quelli che mi sequestrarono. Ritornando al tema dico che la classe politica è troppo presa a parlare di altro per sostenere che l’Italia ha bisogno di nuove nascite per non scomparire. Permettetemi di leggervi alcune righe di uno scrittore italiano che ho sempre amato Edmondo De Amicis sul valore della Patria : “ Io amo l’Italia perché mia madre è italiana, perché il sangue che mi scorre nelle vene è italiano, perché è italiana la terra dove sono sepolti i morti che mia madre piange e che mio padre venera, perché la città dove sono nato, la lingua che parlo, i libri che mi educano, perché mio fratello, mia sorella, i miei compagni e il grande popolo in mezzo a cui vivo, e la bella natura che mi circonda, e tutto ciò che vedo, che amo, che ammiro è italiano”. Questo scritto lo ho sempre portato con me, e voi cari miei amati parrocchiani dovete portavelo nel cuore. Siate orgogliosi di essere italiani, in qualunque parte del mondo dove voi andiate, portate sempre in alto la bandiera che vi ha sempre distinto. Siate felici di ricordare al mondo che chi nasce sotto il cielo d’Italia ne deve essere fiero per sempre. Vi dico questo e vi do una bella notizia . Alcuni giorni fa è venuto a trovarmi un vecchio parrocchiano. Lui e la sua famiglia sono emigrati all’estero molti anni or sono. Ora che ha raggiunto la soglia dei novanta anni ha voluto tornare in Italia a morire, come ha fatto il grande Primo Carnera, che volle tornare al suo paese per morirvi. Gli sembrava forse che la sua terra più accogliente anche per la morte. Ora il nostro Primo è in cielo e anche da là ci vede. Questo nostro paesano è venuto per morire, me lo ha detto molto serenamente. E mi ha confidato che ha un sogno da realizzare. Vuole far costruire una scuola elementare, e chiede che gli venga intitolata. Inoltre mi ha dato disposizione di far studiare qualche giovane volonteroso che non ha mezzi. Il lascito è piuttosto ingente e perciò voglio fare tutto per bene. Questo emigrante ha fato fortuna in America e non ha mai dimenticato il suo amato paese che sta vicino al fiume. Durante la sua lontananza mi ha sempre scritto per avere notizie di quello che accadeva. Ora sarà mio ospite presso la canonica perché di questo mi ha pregato, anzi le sue parole sono state queste : “ vicino ad un prete, vicino a Dio ” . Non ci possono essere commenti. Se avremo una nova scuola, dobbiamo avere tanti nuovi figli, e voi mi avete inteso. Alla fine della messa, dopo aver salutato la gente , ritornò in canonica perché era giunta l’ora del pranzo. Rivolse lo sguardo al Cristo e scambiarono un sorriso.
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