Don Emilio e il vecchio pugile
La giornata era magnifica, il sole picchiava già dal mattino sulle teste della gente che passeggiava lungo la spiaggia. I bagnanti, stesi al sole, cercavano di non perdere un attimo di quello che la natura regalava. Un uomo, invece, solitario e stanco passeggiava vicino alla strada che portava alla chiesa. Aveva con sé un vecchia e logora camicia, con una giacca altrettanto logora e sgualcita. Era appena uscito dalla casa di ricovero da dove avrebbe passato gli ultimi anni della sua vita, come uno dei tanti dimenticati da Dio. Ma il vecchio, che camminava con lo sguardo assente, non era uno qualsiasi, gli piaceva ancora la vita, e non potendosi più permettere molti svaghi, amava vivere con quel poco che gli era rimasto. Durante la sua giovinezza aveva fatto il boxeur e lo chiamavano “ pugno d’acciaio” per le sue tante vittorie per KO che aveva inflitto agli avversari. Non aveva vinto nessun titolo, né nazionale né internazionale dei pesi massimi, la categoria dove aveva militato. Ma non gli importava un gran che. Di certo il mondo lo aveva visto e conosciuto grazie alla boxe. Se qualcuno gli ricordava del suo passato pugilistico, non si fermava un attimo nel raccontare quello che erano state molte esperienze. Non era neppure una persona boriosa, come tanti potrebbero pensare. Gli piaceva raccontare per trasferire agli altri quello che lui aveva vissuto. I ring del mondo lo avevano accolto come un buon collaudatore di talenti pugilistici. Nel suo lavoro era così attento che si sarebbe potuto dire che era un buon assaggiatore di vino. Se il pugilato brillava di talenti, lui sapeva se questi lo erano in definitiva. Gli dispiaceva spegnere i sogni dei suoi avversari, ma non aveva mai accettato nessuna borsa truccata, per lui la forza era qualcosa di reale, era come se un uomo si giocasse l’onore, e l’onore era molto importante. Quelli che cadevano sotto il suo pugno d’acciaio erano destinati ad una carriera mediocre. Da vecchio lo chiamavamo l’uomo della boxe, forse perché non poteva nascondere a nessuno che aveva fatto pugilato : il suo naso aveva i segni delle tante battaglie. Da giovane era un peso massimo con un fisico statuario, e le donne che gli ronzavano attorno come le mosche sulla carne, non gli mancavano, e lui non mancava di cogliere le migliori opportunità che gli capitavano. Forse venivano affascinate dalla sua aria di duro del ring, da quel volto che sarebbe potuto uscire da un film. Il ruolo che aveva scelto poteva benissimo essere quello dell’angelo vendicatore, del professionista del crimine. Ma aveva accettato di fare la comparsa in qualche film nel periodo peggiore della sua vita. Dopo la guerra, gli era garantito in questo modo un pasto, e anche qualche soldo. Non si sapeva mai quello che accadeva in quegli anni. Un pasto caldo era sempre qualcosa per lui che l’uniforme del Duce l’aveva indossata per molti anni. Non gli dispiaceva aver servito la patria, e in quel caso aveva combattuto oltre che con le mani pure con il fucile e non si era mai tirato indietro. Aveva anche fatto da cavia al grande Carnera in un suo incontro molto importante e il pugile friulano aveva una forza che si sentiva molto bene sul serio. In un incontro con il grande campione aveva potuto rimediare una buona borsa che gli permise di guadagnare una sostanzioso guadagno. In incontro che si svolse a Berlino, dove il tifo per il pugilato era molto sentito, lui aveva fatto sentire al suo avversario i colpi di un pugile che aveva allenato il grande colosso Primo Carnera. Ripensando al passato aveva capito di aver vissuto in modo davvero avventuroso e interessante. I colpi subiti però li sentiva ogni mattina quando si alzava da quel letto all’ospizio dei poveri. Ma non gli importava niente, era sempre meglio che patire la fame. E poi la gente gli faceva delle domande, sempre le stesse, ma il raccontare lo faceva sentire vivo. Il pugilato lo aveva reso forte, e non gli mancava mai la voglia di essere uno di quelli che combattono anche se hanno appeso i guantoni al chiodo. Si diceva così una volta “ appendere i guantoni e tutti i sogni ad un chiodo ” ma essi poi sarebbero entrato nel cuore come una presenza fissa. Quella mattina, come sempre, se ne era andato a passeggiare lungo la spiaggia, e faceva caldo, tanto caldo. Incontrò un vecchio amico che, senza tanti compimenti, lo invitò al bar a bere un caffè e subito gli chiese perché si portasse appresso quel pacchetto di carte raccolte in una logora cartellina che teneva in bella mostra a tracolla. Gli rispose che, quando era stanco di camminare, si sedeva in una panchina all’ombra di un albero, e si metteva a parlare da solo o estraeva dalla cartellina un quaderno nero dalla copertina spessa, che raccoglieva i suoi ricordi, scritti con una scrittura incerta ma leggibile. Quel giorno era felice perché in paese avevano organizzato alcuni incontri di pugilato dei pesi massimi , la sua categoria. Nel diario avrebbe scritto le impressioni più coinvolgenti. Nel pomeriggio arrivò in paese dove si svolgevano gli incontri con almeno due ore di anticipo. Si sedette su una seggiola dell’ ultima fila e si mise a leggere e a scrivere le cose più strane della boxe e del suo passato: ricordi di gloria , ma anche piccoli avvenimenti di poca sostanza che nulla avevano a vedere con il pugilato. Erano pur sempre momenti della sua vita. Mentre osservava il ring, la gente che vi stava lavorando, i pugili che si stavano preparando per il combattimento, si rivide come in un film. Come in un film si addormentò sorridendo, e non si risvegliò più. Gli astanti si accorsero di lui quando lo spettacolo era finito e le luci si erano abbassate. Visse quell’ultima giornata della sua vita, come una delle tante parti del film che stavolta lo aveva fatto diventare un attore protagonista. Fu sepolto assieme a quel quaderno, dove aveva scritto l’ultima parola .
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