Katyn, la coscienza sporca di Togliatti e compagni
Tutti gli italiani di qualsiasi età, a cominciare dal presidente Giorgio Napolitano, dovrebbero vedere il film di Andrzej Wajda, “Katyn”. E’ quasi un dovere, anzi, perché i massacri di Katyn e dintorni, circa 25 mila innocenti assassinati, hanno molto a che fare con la storia d’Italia e con la nostra lunga condizione di plagiati, disinformati, utili idioti.
Katyn in un certo senso ci appartiene, ci fotografa e ci denuda.
Ben prima prima delle rivelazioni di Gorbaciov e delle carte che l’ottimo Boris Eltsin consegnò a Lech Walesa, gli italiani potevano essere messi in condizione di conoscere la verità su Katyn.
Potevamo sapere, quasi in tempo reale, che non si trattò di un crimine nazista, bensì dell’ennesimo fiotto di sangue sgorgato dall’industria comunista della morte.
Non Hitler, ma Stalin e Berija ordinarono il genocidio degli ufficiali e dell’intelligencija polacca, allo scopo di cancellare per più di una generazione le temutissime classi dirigenti di una nazione cristiana, cattolica, contadina, culturalmente aliena dal delirio marxista-leninista.
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