Il Tibet grida vendetta, contro una Cina che ci fa schifo [Speciale Tibet]
Oggi e’ il 10 Marzo 2009 - 50mo anniversario della Rivolta di Lhasa. Solo ieri sono stati arrestati piu’ di 100 monaci tibetani. La Cina continua imperterrita ed intoccabile nella sua repressione.
Riproponiamo sotto un articolo che pubblicammo il marzo dello scorso anno. Buona lettura.
Il 10 marzo scorso è stato un giorno particolare per i tibetani e per tutti gli uomini liberi del mondo.
E’ stato l’anniversario del giorno nel quale, nel 1959, si è scatenò a rivolta di Lhasa contro gli invasori cinesi. La rivolta iniziata due anni prima si estese poi a quella che un tempo era la città del Dalai Lama, oggi occupata e amministrata dal partito comunista cinese. Con la rivolta di Lhasa, scoppiata nel capodanno del 1959 che finì con la morte di migliaia di tibetani, nella parte orientale del paese ad opera dell’esercito cinese, il Dalai Lama, allora ventiquattrenne, fu costretto a trasferirsi a McLaud Ganj, chiamata oggi la “Piccola Lhasa”, paese indiano dal quale il Dalai Lama continuerà la sua protesta pacifica e la lotta per la liberazione del suo Paese. Oggi, i Tibetani hanno dichiarato di voler marciare dall’India verso il Tibet, in un simbolico viaggio di ritorno in Patria, che serve a denunciare al mondo intero i soprusi cinesi. Oggi, la marcia è stata fermata. E la “comunità internazionale”, non dice nulla, ovviamente.
Il Tibet era, fino al 1949 (anno della formazione della Repubblica popolare cinese), una nazione forte, ricca di cultura e spiritualità. Un anno dopo l’ascesa del comunismo in Cina, avvenne la “liberazione pacifica” del Tibet: un esercito di 40.000 soldati cinesi occuparono il territorio tibetano annettendolo, rifacendosi a strumentali precedenti storici. La rivolta era stata inasprita dalle misure di pianificazione economica volute dalla Cina, che rientravano nel piano del “Grande balzo in avanti”, progetto triennale (1958-1960) che prevedeva grandi sacrifici da parte della popolazione per una veloce scalata economica. Il progetto fallì disastrosamente, portando una carestia terribile, con la conseguente morte di più di 20 milioni di cinesi (molti affermano arrivino a più di 40 milioni). Oggi la situazione non è cambiata: il governo comunista cinese continua la sua occupazione del territorio tibetano, contro una popolazione schiacciata dai soprusi e da un regime economico opprimente. I tibetani sono stati depredati delle loro forze, delle loro radici e della loro cultura millenaria. Oggi ci sono circa seimila monaci tibetani, prima dell’avvento del Comunismo ve ne erano centomila. I loro villaggi sono stati distrutti, le tribù disperse e i templi e i luoghi di culto rasi al suolo in nome di leggi economiche, in nome di un’occupazione nata e continuata sotto le insegne rosse. Per la costruzione di uno Stato i cui idoli sono il denaro (i cinesi sono oggi non hanno altro pensiero se non il lavoro) e l’assenza totale di una visione spirituale. È la Cina che avanza economicamente a passi galoppanti, ma che sta sempre di più chiudendosi in una cappa ateista e materialista che li porterà a non avere più respiro. È la Cina che ospiterà i giochi olimpici, con quale diritto? Si parla giornalmente di libertà negate negli Stati arabi o di violazioni dei diritti umani, e a questa Cina non si dice niente. Perchè l’interesse economico comanda sopra ogni cosa e scavalca ogni rigore logico, morale e spirituale.
Gli Stati Uniti, solo qualche settimana fa, hanno “promosso” la Cina in diritti umani. In un mondo satanico, tutto ovviamente è al rovescio. E tutto contraddittorio. Il resto del mondo e della comunicazione non è da meno. In Cina, mentre tutti continuano a ricordare i vecchi campi di concentramento della seconda guerra mondiale (solo quelli di una parte però), oggi ve ne sono in perfetto funzionamento ad alto contenuto produttivo di beni e organi a basso costo. Sono i Laogai (parola che vuol dire “riforma attraverso il lavoro”), i campi di lavoro forzato. Dove i dissidenti, ma anche gente comune minimamente sospetta, vengono rinchiusi, costretti ai lavori forzati e quando vengono portati alla morte privati anche degli organi che vengono immessi sul mercato internazionale. Lavori e “prodotti” a costo minimo, ovviamente, che rappresentano una immane spinta propulsiva per la Cina in pieno sviluppo. Nei Laogai si produce di tutto, molto delle cose che noi ignari occidentali compriamo in negozi o mercatini. Ogni Laogai (leggiamo nel librettino della Laogai Foundation) hanno due nomi, uno della prigione, l’altro aziendale. È di recente uscito un libro (Cina, traffici di morte), che verrà presentato presso Raido il prossimo 5 aprile (ore 17,30, relatore Tony Brandi esponente della fondazione), e che rappresenta una delle voci fuori dal coro sulla Cina. È una voce a cui è importante dar fiato, per capire che la lotta del popolo tibetano e di chi si oppone al regime comunista, è una lotta che va al di là delle frontiere, perchè è la lotta dello spirito contro la materia. La rivolta contro questo mondo di tenebra, lotta e vittoria spirituale, non sarà possibile fintanto che il Tibet non sarà finalmente libero.
Boicotta i giochi, boicotta i prodotti cinesi!
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