di Emilio Del Bel Belluz

Sabato sera mentre m’avviavo frettoloso verso la chiesa per la messa che precede la festa, avendo ancora qualche minuto di tempo, entro in un bar per consumare un caffè. Solitamente con quella curiosità che mi trascino da bambino, sfoglio le pagine del quotidiano “ La Gazzetta dello Sport”, che sta sopra un tavolo:  mi colpisce un trafiletto e leggo la notizia della morte del pugile Mino Bozzano. Per quelli che non sono appassionati  alla boxe, trattasi di un grande campione dei pesi massimi, che nel 1956 conquistò la medaglia di bronzo alle olimpiadi di Melbourne. Un risultato molto positivo colto in un  paese che era uscito undici anni prima dal secondo conflitto mondiale con le ossa rotte. In quei tempi difficili e cupi il pugilato era uno sport che dava delle risposte economiche a chi soffriva sul ring. La boxe notoriamente è uno sport dove l’individuo dà il meglio di se stesso per non cadere al tappeto. Spesso si cita il pugilato  come uno sport di grandi fortune per quelli che a suon di sacrifici non vogliono arrendersi. Mino Bozzano era un bell’uomo, una persona che avrebbe potuto fare tranquillamente l’attore, le donne si innamoravano di lui al primo sguardo. Aveva un fisico ben disegnato, con dei muscoli granitici: sembrava scolpito nella roccia. Non lo ho conosciuto da giovane, ma era una grande prodezza, dimostrava sul ring delle doti che possiedono solo i campioni. Il quotidiano sportivo  più letto dagli italiani che amano lo sport, non gli ha dedicato che qualche riga, un necrologio che non dice nulla sulla vita di Bozzano. Eppure quell’atleta che fece salire il tricolore alle olimpiadi del 1956 forse, anzi senza il forse, avrebbe meritato qualche riga in più . Tanti giornali degli anni sessanta, compresi i rotocalchi, si occuparono con molta con particolare interesse di lui.  Erano pagine e pagine di articoli. Il Bozzano  aveva conosciuto l’amore incontrando  la donna della sua vita durante una crociera. Nel mondo del pugilato professionistico aveva chiuso con la boxe, dopo una serie di vittorie strepitose che lasciavano presagire in lui l’erede di Primo Carnera, anche se il pugile di Sestri Levante era più basso del campione di Sequals. Però, ancora giovane, alcune  sconfitte lo portarono ad appendere al chiodo i guantoni. Si dice che se avesse avuto più grinta e più dedizione al sacrificio si sarebbe imposto al massimo livello. Storico il suo incontro vittorioso contro un pugile d’origine italiana che si era imposto al mondo della boxe. Avrebbe potuto andare oltre, ma credo che il suo aspetto   così bello lo portasse  lontano dal ring e dalle palestre fumose, ricche  di sudore e di disperazione. Il ring è l’unico sport che non  ammette finte o tentativi : è fatto  soprattutto di sofferenza. Con l’oriundo dal passato illustre Joe Maxim , il pugile di Sestri vinse e convinse . Si impose sulla distanza delle dieci riprese. Era reduce da un combattimento  negativo fatto tre mesi prima sul ring di Basilea contro Buttier. Il pugile dal passato illustre espresse elogi per Bozzano, e tutti lo vedevano alla ricerca della vetta. Ma non fu così.  Si impose sul grande campione italiano ed europeo Franco Cavicchi, e questo incontro gli aprì la strada per la semifinale europea del titolo dei pesi massimi, senza l’obbligo di passare la frontiera con il titolo di campione d’Italia. Perdette questo passaporto con il titolo europeo dei pesi massimi. Ma non disperò. L’ultimo incontro della sua folgorante carriera lo fece nel tentativo di diventare campione italiano dei massimi, ma anche quel sogno svanì sotto i colpi di Sante Amonti.     Lasciato il pugilato, divenne albergatore assieme alla moglie  a Sestri Levante e a Chiavari. Nel suo ristorante spiccavano le foto del suo passato di pugile, nelle quali appariva il suo corpo  granitico e d’acciaio. Poi, come in un gioco del destino, per un banale scherzo con un giovane,  il dramma: Mino Bozzano  picchiato   cade sul selciato, batte la testa e non si riprende più. L’ultimo e l’unico momento della sua vita in cui non si rialzò. Ecco  il dramma.  Viene operato per  tre emorragie  cerebrali, ma non c’è nulla da fare. E  ancora una volta l’amore della sua vita,  kristina,  si china su di lui e lo aiuta a superare quel brutto  momento. In seguito viene ricoverato in una casa di riposo a Rapallo, un luogo ameno che dominava il panorama.  Mino però dall’alto di quel posto non vede più il mare che tanto ha amato.  Dimenticato, sostenuto da pochi, rimastigli amici, continua la sua triste battaglia con la malattia che pian piano lo distrugge.  Non si riprende più.  La solitudine e la sofferenza sono sostenute solo  dalla tenacia della moglie che lo ama. L’amore, vincolo indissolubile, continua.  Alcuni anni fa  mi sono recato    a  Rapallo per fargli visita  e lo ho  trovato in compagnia di sua moglie. Era una meravigliosa giornata di luglio .  Un  leggero    vento spirava  in quella incantevole  città balneare. Lo trovo nel soggiorno  seduto davanti alla televisione.  Il suo sguardo è assente, la moglie Cristina gli accarezza la mano. Il mio cuore  piange.  Lo immagino nel trionfo, le braccia possenti che si alzano al cielo.  Sente il calore delle carezze   di sua moglie.  E’ un linguaggio universale quello dell’amore. La vita di un uomo è sempre sacra. Tra i ricoverati di quel posto una donna mi parla, osserva il mio orologio, gli piace e glielo mostro. Ha lo sguardo malinconico, forse  un tempo   era felice, ora si consuma lentamente.  Lascio i miei amici e quel posto . Andandomene mi misi a canticchiare  una canzone per vincere la malinconia. Ora che ho saputo  con dolore della morte del campione,   mi dispiace   di non averlo rivisto. Sua moglie durante la mia visita mi donò una poesia scritta da Mino tanti anni fa e una sua foto con l’autografo. Le ho care al mio cuore. Ricordo una citazione sulla sofferenza che diceva: “ La sofferenza ci viene offerta perché, come l’arbusto sotto il morso delle forbici, ci possiamo raddrizzare verso il cielo e portare fiori e frutti”.   Mino ha sofferto e ora è nel cielo davanti a Dio. Spero gli consenta di rimettersi i guantoni e combattere perché non è finita la vita con la morte. Al ristoratore di  Sequals porterò una sua foto, perché mi piacerebbe  che venisse  esposta nel Bottegon di Sequals, paese di Primo Carnera.  Mino come Primo è uno che ha dato onore e gloria al pugilato italiano, conquistando la medaglia a Melburne nel 1956. E chi conquista una medaglia alle olimpiadi non può e non deve essere dimenticato.Il tuo browser potrebbe non supportare la visualizzazione di questa immagine.

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