La rabbia che acceca
Tempo fa parlavamo di rabbia e delle sue conseguenze, di quell’ira nata di fronte alle ingiustizie quotidiane, ultimamente sfociata negli ormai noti “linciaggi”. Premettendo l’ingiustificabilità e l’inidoneità a far Giustizia di tali azioni, frutto di pericolosi annebbiamenti mentali, la nostra era una critica alla falsità dei maestri dell’informazione che la ponevano in primo piano dimenticando così il fatto scatenante. Di quanto sia negativa e poco producente la rabbia manifestata in queste occasioni, ce lo dimostrano gli esiti dell’ultima indagine della Polizia sullo stupro alla Caffarella a Roma. Quella che era stata definita “la rivincita del commissario Maigret e dei suoi metodi”, la vittoria dell’indagine tradizionale e classica (più classica di così non si può!), fatta di intuizioni, interrogatori e riconoscimenti, sulle moderne indagini tecnologiche, si ripresenta, dopo la scarcerazione del rumeno Karol Racz, divenuto nell’ultimo mese l’uomo grazie al quale spegnere i bollori di massa, come cartina al tornasole di quanto sia facile cavalcare sentimenti e rabbie popolari.
Il personaggio
Il «perfetto colpevole» scagionato
da tutto e già pronto per i talk show
Accuse e smentite: il mese terribile vissuto da Karol Racz
ROMA — Con quella mascella squadrata, il naso schiacciato, gli occhi a fessura e una cicatrice sulla fronte, è probabile che Cesare Lombroso l’avrebbe giudicato colpevole senza aspettare la verifica del Dna. E non solo Lombroso. Invece la prova scientifica l’ha trasformato in vittima di un errore giudiziario durato un mese e sei giorni di carcere, scagionato prima per uno stupro e poi per l’altro. Con la paradossale aggiunta che Karol Racz «faccia da pugile» — formalmente ancora indagato sia per la violenza della Caffarella che per quella di Primavalle, ma le due accuse sembrano avviate verso una rapida archiviazione — diventerà formalmente parte lesa in un’altra indagine: quella per calunnia a carico del suo amico (o adesso ex amico?) Alexandru Isztoika Loyos, «il biondino » che l’ha tirato in ballo sapendolo innocente.
Eppure proprio quella faccia che lombrosianamente ne faceva un perfetto colpevole — a parte il racconto di Isztoika e i riconoscimenti di vittime e testimoni, ai quali due Tribunali del riesame non hanno creduto — poteva aiutarlo fin dall’inizio. Perché prima delle dita puntate sulla sua immagine, «è lui», le testimonianze sull’aggressore «moro» disegnavano tutt’altre sembianze da quelle di Racz. Come hanno rilevato i giudici che l’hanno scarcerato per lo stupro consumato nel giorno di San Valentino (dal quale poi è derivata l’accusa per l’altra aggressione), il fidanzato della giovanissima vittima — ragazzino pure lui e ovviamente traumatizzato per quanto accaduto — aveva descritto un uomo «alto tra il metro e settanta e il metro e settantacinque, coi capelli color castano scuro». Poi ha indicato la foto del romeno, riconoscendolo «senza ombra di dubbio».
Peccato, rilevano i giudici del Riesame, che Racz «è alto (appena) un metro e sessanta e ha una vistosa stempiatura ». Tra tutti quelli che l’hanno additato, dai due adolescenti della Caffarella alla vittima di Primavalle, passando per il medico che sostenne di averlo visto nel parco il giorno dello stupro, nessuno si ricordava le fattezze più evidenti: la bassezza e il fatto che di capelli Racz ne ha davvero pochi. La motivazione della scarcerazione decisa ieri non è ancora nota, ma è probabile che anche i nuovi giudici abbiano considerato questo particolare, insieme alle traballanti testimonianze della donna violentata. La quale, davanti alla faccia del romeno, l’ha definita «molto, molto molto, molto somigliante » a quell’uomo che l’aveva aggredita; poi è quasi svenuta. Quando ieri sera è tornato libero, a fotografi e telecamere Karol Racz ha mostrato la stessa faccia, con ancor meno capelli (in carcere s’è fatto un taglio quasi da mohicano) e tutt’altro stato d’animo rispetto alla foto segnaletica di un mese fa.
Affiancato dal suo avvocato, che ha già frequentato il salotto tv di Porta a Porta, e pronto per esservi accompagnato lui stesso, stasera: un ex colpevole che diventa agognato ospite da talk show, come già accadde con Patrick Lumumba, l’africano falsamente accusato e poi scagionato per il delitto di Meredith Kercher a Perugia. Potrà raccontare la disavventura che gli è capitata, e chissà se riuscirà a cancellare le ombre e le ambiguità che ancora restano sulla sua vicenda. Ai magistrati e agli investigatori, subito dopo l’arresto, aveva fornito una versione della trasferta a Livorno (che per gli inquirenti equivaleva a una fuga) contraddetta dallo stesso connazionale da lui indicato come testimone a discarico. È possibile che certe dichiarazioni, malferme come l’italiano che parla, derivino dalla necessità di proteggere i confini incerti in cui vive una buona quota di immigrati romeni come lui; e naturalmente, anche se restano senza spiegazione, non possono sorreggere un’accusa di stupro. Anzi due. Ma anche su quelle ambiguità s’è poggiata l’insistenza con cui i pubblici ministeri hanno continuato ad chiedere di tenerlo dentro, finché sono arrivati dei giudici a liberarlo. Dalla cella di Regina Coeli, agli onorevoli che andavano a trovarlo in carcere per conto dei giornalisti, Karol Racz ha svelato che Isztoika «il biondino» lo chiamava in causa — secondo lui — per coprire altri due romeni «di cui aveva una gran fifa». Ha accennato a una strana storia secondo la quale «quei due lo avevano terrorizzato, avevano dei conti in sospeso; se ha accusato me sono convinto lo abbia fatto per proteggere loro».
Erano personaggi che lui ha detto di conoscere, «due persone potenti», ma nei giorni del buio investigativo (dopo l’esame del Dna che scagionava gli arrestati e prima che altre indagini portassero ai nuovi inquisiti) gli inquirenti non hanno ritenuto di andargli a chiedere conto di quelle frasi. Forse lo faranno adesso che è tornato libero, magari dopo aver verificato l’ipotesi che «il biondino» calunniatore di Racz avesse qualche punto di contatto con uno dei due indagati confessi per lo stupro della Caffarella. E chissà se «faccia da pugile» darà spiegazioni convincenti delle sue dichiarazioni, ora che da «perfetto colpevole» di un reato è diventato vittima di un altro. Per lui era già pronto un decreto di allontanamento «per motivi imperativi di pubblica sicurezza », firmato dal prefetto subito dopo il primo arresto; al momento non verrà eseguito, «per motivi di giustizia».
Giovanni Bianconi
24 marzo 2009
Fonte: Corriere.it
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