Léon Degrelle, la milizia senza tempo [In Memoriam]
L’uomo a cui si rivolge Leon Degrelle, quindi, è un uomo che oggi, pur vivendo in questo mondo, sente di esserne estraneo, sente di non appartenergli e con fermezza rifiuta i compromessi, le convenzioni e le ipocrisie. E’ un uomo che crea distanze attraverso l’assunzione d’impegni e di responsabilità, che giorno dopo giorno, si sforza di rimuovere gli equivoci causati dalla propria disonestà, vigliaccheria e incoerenza. E’ un uomo che non ha più tempo per parlare, perchè sa che deve agire, vivere e realizzare, imponendosi mete da perseguire giorno dopo giorno, sino ad ottenere dei piccoli risultati, delle piccole vittorie. Sono proprio queste piccole vittorie sulle ingiustizie e sulla vigliaccheria che, alimentate dal sacrificio, diverranno la base della nostra ricostruzione interiore.
Egli sa che bisogna affermare un’etica del dovere libera da ogni retorica. Egli sa che deve farsi avanti un eroismo senza gloria, senza trionfi, medaglie o grandi gesti, poiché solo in questo modo si può sradicare ogni atteggiamento arrogante, capriccio, mania di originalità e di protagonismo, distrazione e mancanza di controllo. La sua parola d’ordine è lavorare per sviluppare un dominio di sé, cercando di essere ordinati, attenti, coscienti e attivi, abbandonando l’ozio e l’inerzia, conducendo una vita sana e naturale, nel rispetto dei ritmi cosmici e cercando ciò che è giusto, bello e nobile. L’uomo di Degrelle sa che la perfezione è ardua da raggiungere, ma si sforza di essere sempre migliore di ciò che è e, dinanzi alle sventure e alle prove della vita, nelle situazioni estreme e di pericolo, di essere forte e deciso, cosciente che ogni azione compiuta nel solco della Tradizione è un Rito che innalza l’uomo al cielo. “E, ora più che mai, in questa solitudine in cui i corpi e i cuori si sentono invasi da un freddo mortale, io rinnovo i miei giuramenti di intransigenza” - dice Degrelle - Ora più che mai, io camminerò dritto, senza cedere in nulla, senza venire a patti, duro verso la mia anima, duro verso i miei desideri, duro verso la mia giovinezza”.
Capiamo quindi, come mantenendo le posizioni, evitando che la vita appaia come una cieca accidentalità, lo stile deve essere proprio di chi sceglie la via più difficile, di chi non si tira indietro e per natura compie ciò che più costa con lealtà, di chi assume un impegno totale, che non evita la vita dura e perfino rischiosa. Sempre Degrelle ci ricorda, che “sovente è nel fare, con la massima nobiltà, mille piccole cose spossanti che si è grandi. Riesce infinitamente più difficile tendere mille volte la propria anima, ogni giorno, a servizi di poco conto, che darle un brillante impulso per un avvenimento di notevole spicco”. E’ a quest’uomo che appartiene uno stile essenziale e reale, in cui vale l’essere e non l’apparire, l’agire e non il parlare disordinato. La sua è un’azione silenziosa e concreta che solo in questo modo, suggellata con il sacrificio, diviene azione sacra. Dal fronte dell’est, Degrelle dice: “L’eroismo sta nel rimanere in piedi, lottare, essere sempre vigili, gioiosi e forti, nelle miserie senza nome e senza storia del fronte, in mezzo al fango, agli escrementi, ai cadaveri, all’aria pesante di acqua e di neve, ai campi sterminati e incolore, all’assenza totale di gioia esteriore”.
In Degrelle emerge, quindi, il senso di una militanza come testimonianza intransigente, dove la Tradizione diventa regola e misura da seguire, momento di confronto con se stessi e punto di riferimento per quanti sentono insostenibile il modo di vita borghese. Perché come ci ricorda, “non si è sulla terra per mangiare in orario, dormire a tempo opportuno, vivere cent’anni od oltre”. Il radicalismo del militante, quindi, si concretizza in “meno prediche ma più esempi”, nella consapevolezza di quanto sia indispensabile procedere ad una formazione che è innanzitutto legge, regola, ordine, ascesi e disciplina. L’esempio di Léon Degrelle che combatte al fronte dell’est dimostrando sul campo il suo valore, è un insegnamento che può e deve essere trasposto ancora oggi, nel contesto in cui viviamo. Ciò che infatti resta immortale, al di là delle contingenze spazio – temporali, è il senso di una vita come milizia in cui la guerra rappresenta il momento in cui si desta l’eroe, dove si spezza la routine di ogni vivere abitudinario e dove, attraverso le prove più dure, si propizia una conoscenza trasfigurata della vita in funzione della morte. Lotta, sforzo, azione, tensione affermatrice, ferrea determinazione sono considerate in uno speciale stile che ha il suo fondamento nella volontà eroica, dove ciascuno è il signore di sé stesso. È l’atteggiamento interiore di chi fa proprio il detto: “Portarsi non là dove ci si difende, ma là dove si attacca”.
E dinanzi ai momenti di sconforto e di stanchezza, non si deve mai abbandonare la speranza e la volontà di procedere; anche se a piccoli passi, ma in maniera inesorabile, come lungo un sentiero di montagna quando si accusa maggiormente la fatica. E’ proprio in questi momenti che debbono risuonare nel nostro cuore le parole di Léon Degrelle, di colui che ci invita “ad amare la vita”, di colui che ci ricorda che dinanzi alla presenza di troppi uomini vili ci sono ancora coloro che “salvano il mondo e l’onore del vivere”: “Occorre pensare continuamente al valore della vita. Questa è lo strumento ammirevole postoci nelle mani per forgiare la nostra volontà, elevare la coscienza, edificare un’opera di intelletto e di cuore. La vita non è forma di tristezza, ma la gioia fatta carne. Gioia di essere utile. Gioia di domare quel che potrebbe macchiarci o sminuirci. Gioia di agire e di domarci. Gioia di amare tutto quel che vibra, spirito e materia, perché tutto, sotto l’impulso di una vita retta, eleva, alleggerisce, anziché pesare”.
Léon Degrelle traccia una strada che è quella dell’uomo nobile, che non ha nulla a che vedere con l’uomo moderno che si preoccupa del proprio tornaconto, del proprio desiderio o della propria gratificazione. Un uomo che si sforza di tradurre in atti concreti ciò in cui crede, che nella vita di tutti i giorni si sforza di affermare i valori di lealtà, giustizia, verità, onore e fedeltà, le cui azioni non sono altro che l’effetto di ciò che è realmente. Non serve teorizzare, lanciare programmi o parole d’ordine, poiché il solo esempio è la condizione necessaria affinché, in chi sarà vicino, si risvegli la forza di un cambiamento profondo. Essere i migliori non è per nulla facile, ma migliorarsi significa dare un senso e una direzione alla propria vita. Il fondatore di Rex ci insegna che, “usciremo fuori da questo decadimento solo attraverso un’immensa rettificazione morale, insegnando agli uomini ad amare, a sacrificarsi, a vivere, a lottare e a morire per un ideale superiore. In un secolo in cui si vive soltanto per sé, occorrerà che centinaia, migliaia di uomini non vivano più per se stessi ma per un ideale comune: disposti sin dall’inizio a sostenere per questo tutti i sacrifici, tutte le umiliazioni, tutti gli eroismi. Contano soltanto la fede, la fiducia, l’assenza completa di egoismo e di individualismo, la tensione di tutto l’essere verso il servizio – per quanto ingrato possa essere, ovunque si svolga -: il servizio di una causa che va al di là dell’uomo, e che esige da lui tutto, senza promettergli nulla. Contano soltanto le qualità dell’anima, le sue vibrazioni, il dono totale, la volontà di tener alto al di sopra di tutto un ideale, nel disinteresse più assoluto. Giunge l’ora in cui, per salvare il mondo, vi sarà bisogno del pugno di eroi e di santi che faranno la Riconquista”. In un mondo di rovine, Léon Degrelle si erge come un eroe dei tempi antichi, un faro di luce spirituale che squarcia le tenebre della materia. Egli ci indica il sentiero da percorrere, il sentiero di lotta e vittoria.
Ancora oggi, Léon Degrelle continua a vivere e a donarci tutto il suo insegnamento.
“Seppur morto, egli arde”!
In alto i cuori!
[1] La Tradizione distingue il concetto di persona da quello di individuo. La persona può essere definita come “una forma di espressione e di manifestazione di un principio sovraordinato nel quale va riconosciuto il vero centro dell’essere”, principio che al contrario è assente nell’individuo che, di conseguenza, è una unità astratta, informe, numerica priva di una qualità che la distingua. Ciò comporta che alla persona si associa il Sé – principio superindividuale, elemento trascendente – mentre all’individuo l’Io, determinando una differenza sostanziale tra una impersonalità anonima, inferiore, propria di una unità numerica e indifferente che moltiplicandosi produce la massa anonima ed una impersonalità di tipo tradizionale. Per quest’ultima si parla di anonimia attiva per indicare le situazioni laddove non è l’Io al centro dell’azione, ossia l’interesse egoistico o il tornaconto personale, ma il Sé, l’oggettivo più che il soggettivo, l’opera più dell’autore. Un esempio di anonimia tradizionale lo si riscontra nel dominio speculativo, laddove si “ritenne ovvio che ciò che viene pensato secondo verità non può essere contrassegnato dal nome di un individuo”. Confronta J. EVOLA, Cavalcare la Tigre, Edizioni Mediterranee, Roma 1995, pp. 100-101.
[2] I Purana sono racconti relativi a Dio ed ai Suoi Atti con gli uomini. Sono 18 in totale e il loro fine è la divulgazione e la propagazione dei significati e dei contenuti dei Veda. La parola Veda significa “conoscenza di tutto” e deriva dalla radice “vit” - conoscenza. Dio, nella Sua grazia, ci ha dato questi
Veda affinché sappiamo di questo mondo, capiamo il significato della nascita umana e lo spirito del Divino. Sicché Veda, nella dottrina indù, significa parola di Dio.
[3] J. EVOLA, La Dottrina del Risveglio, Edizioni Mediterranee, Roma 1995, p. 67.
[4] Lao-Tzu nel Tao Te Ching ricorda: “Cosa è più importante, la tua reputazione o il tuo essere? Cosa è più prezioso, il tuo essere o i tuoi averi? Cosa è peggio, acquisire o perdere? Un eccessivo attaccamento alle cose costa caro; ammassare molto porta a perdere molto. Conosci la misura di ciò che è abbastanza ed evita la disgrazia. Sappi quando fermarti ed evita il danno. Allora durerai a lungo”. LAO-TZU, La Regola Celeste. Il segreto della virtù nell’agire senza agire, Demetra, Verona 2001, (44,39).
[5] Un ulteriore spiegazione la fornisce Evola quando sottolinea che “un lavoro ben fatto è ricompensa a se stesso e che il vero artigiano esegue con lo stesso impegno un lavoro che sarà veduto e un lavoro che non sarà veduto”. Confronta J. EVOLA, Cavalcare la tigre, cit., pp. 68-69.
[6] La Bhagavad-gita, così com’è. A cura di Raphael, Asram Vidya, Roma 1997, versi 23-27.
[7] La capacità di mantenere un equilibrio, non permettendo ai cambiamenti o ai vissuti personali di alterare il proprio carattere, è un importante principio taoista. “Chi è euforico nei giorni felici sarà depresso in quelli tristi”. Y. TSUNETOMO, Hagakure. Il codice dei samurai, BUR, Milano 2003, (25,37).
Unità Operante Raido
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