Lo scorso 17 marzo si è consumato, negli studi della nota trasmissione “Porta a Porta” di Bruno Vespa, l’ultimo capitolo (almeno fino ad ora) della triste vicenda relativa alla canzone “Luca era gay”, presentata da Giuseppe Povia all’ultimo festival di Sanremo.   Come si ricorderà, il cantante è stato fatto oggetto di accuse, insulti e persino minacce di morte per aver presentato questa canzone, che racconta la storia di un uomo che, dopo aver intrapreso una vita da omosessuale anche a causa di irrisolti problemi di relazione con i suoi genitori fin dall’infanzia, una volta comprese le ragioni sottese alla sua iniziale tendenza, torna alla sua dimensione di eterosessuale, incontra la donna che riesce a trasformarlo e diventa anche padre. Una storia come tante altre, descritta in una canzone, in cui non c’è nessuna offesa o insulto al mondo omosessuale, tanto che lo stesso Povia, quasi a voler prevenire qualsiasi polemica, nel testo della canzone dice espressamente: “questa è la mia storia/solo la mia storia/nessuna malattia/nessuna guarigione”.

Ma non c’è stato modo di placare le furiose polemiche artatamente e sapientemente messe in piedi e guidate da Franco Grillini, leader storico del movimento omosessuale in Italia. Polemiche insulse ed insopportabili, condotte con tale astio e pervicacia da spingere di fatto gli organizzatori del festival a procedere ad un doppio intervento “riparatore”, nella serata finale della manifestazione canora. Dapprima si è affidato al solito Roberto Benigni il compito di fare un omaggio “colto” al mondo omosessuale, sfociato nella recitazione del contenuto di una lettera di Oscar Wilde al suo amato; omaggio che, ovviamente, ha riscosso i puntuali consensi del cosiddetto mondo della “cultura” e degli pseudo-intellettuali di sinistra. In seconda battuta, si è poi concesso allo stesso Grillini, presente fra il pubblico in sala, di prendere la parola per un ulteriore intervento polemico culminato in uno sfogo finale: “Impara, Povia, cos’è la vera felicità!”, con riferimento alla presunta infelicità che Povia, con la sua canzone, ricollegherebbe alla condizione di omosessuale. Il tutto senza dare, ovviamente, al cantante la possibilità di replicare.

Verrebbe da chiedersi dove sia finita la tutela della tanto sbandierata “libertà dell’artista”, che si invoca evidentemente solo quando fa comodo. Si potrebbe pensare a cosa sarebbe successo se la canzone avesse parlato di un cambiamento di un eterosessuale che si scopre gay o bisessuale: si sarebbe salutato il tutto come un elegante esempio di progressismo “polically correct”. Salvo poi, in caso di probabili reazioni contrarie ad esempio da parte della Chiesa, alzare il solito polverone per difendere la “dignità dell’artista” e la” laicità dello Stato” contro gli attacchi clericali.

La triste verità è che la fantomatica “democrazia” esiste solo a parole, perché se qualcuno si azzarda a criticare, o anche soltanto a mettere in dubbio i dogmi laicisti del pensiero unico moderno (cosa che, peraltro, nel caso in esame neppure è avvenuta), viene puntualmente additato e condannato alla pubblica gogna. La “libertà di pensiero e di parola” sono solo una farsa: se ci si allinea bene, altrimenti si deve tacere e, possibilmente, scusarsi.

A distanza di circa un mese, come si accennava, la vicenda ha trovato una ulteriore appendice, come se non fosse bastato tutto quello che era già successo, in una puntata di “Porta a porta”, dove Bruno Vespa ha ritenuto necessario tornare ancora sull’argomento. Puntata che, peraltro, è stata di nuovo fortemente criticata dallo stesso mondo gay e dei pensatori di sinistra, convinti che si sia trattato di un altro tentativo di esaltare l’omofobia. Vespa ha come al solito organizzato due “fronti” contrapposti, invitando per il polo “progressista”, oltre a franco Grillini, anche un insegnante universitario di sessuologia, gli attori Claudia Gerini e Luca Argentero, e l’immancabile Barbara Pollastrini, cofirmataria con Rosy Bindi della proposta di legge per l’istituzione dei DICO in Italia. Dall’altra parte, Povia, affiancato dallo psicanalista Giancarlo Ricci, dal leghista Bricolo e da Rocco Buttiglione, il più criticato per le sue posizioni oltranziste e, come si ricorderà, bocciato tempo fa dalla Commissione Europea per le sue idee in materia (altro felice esempio di come si tutela la fantomatica “libertà di pensiero”).

Tra i momenti “topici” della discussione, un exploit di Grillini che, tra le altre cose, ha spiegato perché le donne si innamorerebbero con più facilità degli uomini omosessuali: “…perché i gay sono più sensibili, gentili, si lavano (!), non sono violenti (!!)”, per poi concludere: “Dovreste tutti omosessualizzarvi un po’ ” (!!!). Non sembrano necessari commenti…

Claudia Gerini, invitata insieme a Luca Argentero, in quanto interpreti del film “Diverso da chi?”, commedia che narra le vicende di un politico gay che prende una “sbandata” per una sua collega di opposto colore politico, pur restando rigorosamente omosessuale (come ha tenuto a precisare lo stesso Argentero, quasi preoccupandosi di non dare un messaggio “oltraggioso” come quello di Povia), ha poi ricordato come ci siano “tanti tipi di famiglia”, non solo quella eterosessuale, tutte da porre naturalmente sullo stesso piano. Il professore di sessuologia, in rappresentanza dello “scientismo” moderno, ha sottolineato che l’omosessualità sarebbe “una normale manifestazione del comportamento sessuale, poiché la scienza non ha mai documentato l’omosessualità come patologia”, scontrandosi con lo stesso Povia sulla natura genetica o meno della medesima e, soprattutto, con lo psicanalista Ricci, che è stato aggredito verbalmente non appena ha tentato di dire come documenti ufficiali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità abbiano classificato l’omosessualità come “disturbo”. E così via, in un teatrino piuttosto desolante, culminato nell’ “esegesi” del testo della canzone di Povia, di cui alcuni passaggi sono stati mostrati sullo schermo da Vespa, munito della solita bacchetta da professore, per verificare se fosse possibile scorgere tra le righe qualche frase “compromettente”. Ultima perla, la consegna fra le mani del conduttore, guarda caso proprio a metà trasmissione, di un’agenzia stampa che puntualmente annunciava come un Tribunale Israeliano avesse autorizzato l’adozione di un giovane da parte di una coppia gay regolarmente sposata.

L’intera faccenda, caratterizzata da tutti questi tragicomici aspetti, è solo uno degli ultimi esempi (si pensi anche al polverone scatenato dalle dichiarazioni rilasciate di recente, a titolo personale, dal calciatore Legrottaglie sull’omosessualità) dei risultati cui conduce la moderna ed inarrestabile tendenza volta a contaminare ed alterare quegli schemi assoluti su cui si sono basate le civiltà tradizionali, fino a quando il lento ed inesorabile declino connaturato al mondo sensibile ha condotto al dominio del pensiero unico illuministico, relativistico, ateo e materialistico moderno.

Schemi assoluti che, oggigiorno, si cerca di scardinare in nome di un relativismo livellatore che pone su uno stesso piano orizzontale ogni aspetto della realtà, negando l’esistenza di gerarchie immutabili di princìpi, di ruoli, di attitudini innate, negando il privilegio di quelle che dovrebbero essere le forme più compiute, pure e regolari di realizzazione del Principio Spirituale nel mondo sensibile.

La confusione, la commistione, la contaminazione dei ruoli, degli schemi, delle funzioni, dei sessi, delle razze, e così via, è, com’è noto, uno dei segni caratteristici dell’epoca oscura in cui viviamo: si tratta dell’accentuazione di quel fenomeno di uniformazione e livellamento degli esseri umani attraverso l’eliminazione delle loro differenze innate, una tendenza definibile secondo la terminologia guenoniana come “solidificante” o “cristallizzante”, che precede la dissoluzione finale.

Nel mondo odierno ogni realtà esistente in natura, in qualsivoglia ambito (sociale, etico, politico, ecc.), si considera in quanto tale necessariamente lecita e va tutelata, riconosciuta e parificata alle altre. Gli Stati e le strutture sovranazionali moderne, basandosi su princìpi puramente materialistici, non sono più in grado di prendere posizione su alcun aspetto della realtà contingente che non sia strettamente di tipo politico-economico: tutto ciò che attiene alla sfera dell’etica o del sacro (per quel che ne rimane), va lasciato alle “coscienze dei singoli” e dunque gli organismi politici dovrebbero limitarsi, “laicamente”, a porre tutto e tutti sullo stesso piano, a “non discriminare” niente e nessuno.

Pertanto, anche in materia sessuale e familiare, sarebbe oggi delittuoso sostenere l’esistenza di un’unica forma regolare di sessualità: si reputa invece necessario e pienamente “democratico” equiparare all’eterosessualità anche l’omosessualità, la bisessualità, il transessualismo, come se si trattasse di tanti aspetti di un unico fenomeno, da porre tutti su un medesimo piano di liceità e parità.

In realtà, l’unione e la compenetrazione fisica del corpo dell’uomo e di quello della donna, complementari per costituzione morfologica e non per chissà quale “convenzione” o “sovrastruttura”, come vorrebbe qualcuno, è l’unica forma in cui, lecitamente, è possibile ricostituire, seppure temporaneamente ed in modo imperfetto, quell’unità androginica primordiale che è andata perduta con la separazione delle due componenti basilari dal cosiddetto Adam Kadmon della tradizione cabbalistica ebraica, l’Adamo Cadmico, Uomo cosmico o Uomo primordiale, che all’atto della creazione rappresentava l’immagine perfetta ed unitaria della sapienza divina  (“Dio creò gli uomini a norma della sua immagine, a norma della immagine di Dio li creò”, Genesi, 1, 27)1. Tale separazione viene successivamente effettuata da Dio stesso, che anziché procedere alla creazione diretta di tanti “esseri primordiali” rispecchianti questa dimensione ontologicamente totale, riproducendo così lo stesso meccanismo attuato per la creazione delle schiere angeliche (concepite essenzialmente sotto forma di “Spirito”), affida all’uomo stesso il compito di riprodursi e moltiplicarsi: a tal fine separa la componente femminile dall’Adamo primordiale (“ …maschio e femmina li creò. Quindi Dio li benedisse e disse loro: ‘Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela (…)’ ”, Genesi, 1, 28) secondo la notissima immagine simbolica dell’asportazione e “lavorazione” di una costola dell’uomo, fatto cadere in un sonno profondo, da cui nasce Eva (Genesi, 1, 21-24)2.

Il piano divino originario viene però alterato dall’esito vittorioso della tentazione diabolica del serpente: il conseguente abbandono dello stato di purezza ed assolutezza primordiale da parte dell’uomo e della donna, che mangiando simbolicamente il frutto dell’albero della conoscenza scelgono di diventare essi stessi arbitri del Bene ed del Male, sostituendosi a Dio, determina poi la “caduta”, la “cacciata dall’Eden”, che altererà definitivamente la natura dell’uomo e della donna (comportando la separazione delle tre componenti fondamentali, spirito, anima e corpo), la loro attività riproduttiva ed il loro destino, e che darà origine alla sequenza rovesciata delle età sulla terra, caratterizzata com’è noto da un inarrestabile processo degenerativo e decadente, in cui si assiste ad una graduale contrazione dell’elemento spirituale a vantaggio di quello materiale, in un rapporto di inversa proporzionalità.

Come si accennava, solo attraverso il corretto ricongiungimento dell’elemento maschile e di quello femminile si ricostituisce, nell’unico modo possibile nel mondo sensibile, quell’unità rivolta verso l’alto che è stata perduta e che potrà essere completamente e compiutamente ritrovata solo con il ritorno all’Eden primordiale3. Ovviamente tutto ciò è possibile esclusivamente quando l’unione fisica uomo-donna sia supportata da un vincolo di ordine superiore, che si riflette principalmente (ma non esclusivamente, avendo conosciuto l’antichità anche complesse forme di sessualità sacra per così dire “rituale” e “iniziatica”, alcune regolari, altre irregolari) nella manifestazione di quel sentimento di reciproco completamento che chiamiamo Amore, che altro non è se non la riproposizione terrena e parzialmente adattata dell’Amore di Dio per le sue creature, nonché il più forte ed irresistibile sentimento innato negli esser umani, attraverso cui si manifesta e trova attuazione il desiderio di ricostituire l’unità primordiale. L’Amore così inteso (e non certo degradato a materialistica patologia, ossessiva e morbosa, come sempre più frequentemente accade nel mondo moderno) attribuisce all’atto sessuale una valenza trascendentale, e lo indirizza verso l’alto liberandolo dalla mera dimensione materialistica ed istintuale4.

La sessualità tra uomo e donna, correttamente intesa in questi termini, comporta dunque una vera e propria forma di ascesi, di elevazione spirituale, conduce ad un completamento più o meno temporaneo dell’”individuo” (il quale, per l’appunto, è il prodotto di quella separazione o polarizzazione iniziale), che ritrova la sua metà perduta.

E non è certamente un caso che il frutto finale dell’atto di unione dei corpi dell’uomo e della donna sia proprio la creazione della vita, la riproduzione della specie umana: la scintilla di divino connessa a quest’unione, consente di replicare l’atto di creazione originario, attribuendo pertanto alla sessualità, correttamente indirizzata, una valenza sacra fondamentale. Oltretutto, è interessante notare come i figli, in quanto sintesi dell’unione fisica di uomo e donna, rappresentano a loro volta, agli occhi dei genitori, un ulteriore modo in cui essi stessi hanno ritrovato la loro unità primordiale5.

Ovviamente questa percezione è andata oggi quasi completamente perduta, seppure ne  sopravvivano ancora i retaggi nelle famiglie più salde dove alcuni principi tradizionali, per quanto in buona parte scissi dall’ambito originario, riescono ancora ad attecchire ed a non essere spazzati via dalla tormenta della degenerazione moderna.

Al di là dell’attuale svuotamento e della conseguente deviazione della funzione del sesso, di cui, nel momento in cui si perde la valenza sacra, resta solo l’involucro meccanicistico, vuoto ed alienante, e su cui non è possibile soffermarsi in questa sede, uno dei dogmi del laicismo relativistico moderno in materia sessuale è, come si diceva, proprio quello della perfetta equiparazione dell’eterosessualità, l’unica forma realmente regolare di completamento del maschile e del femminile, con le altre forme di sessualità esistenti in natura, ma non altrettanto regolari, quali l’omosessualità, la bisessualità o il transessualismo. Le parole d’ordine del mondo moderno in materia sono note: guai a discriminare, l’amore è sempre amore, non importa come si manifesti, non importa se tra uomo e uomo, donna e donna, ecc.. Anzi, ormai si arriva con facilità a ritenere banale e scontato lo stereotipo della famiglia fondata sul matrimonio eterosessuale, ed a ritenere necessario aprirsi alle altre forme di sessualità, perché è bello “esplorare”, “scambiasi” ruoli e partner, e così via, ed è molto frequente sentirsi dire ormai che le coppie gay sono più “stabili” e più “complete” di quelle eterosessuali.

Il nuovo modello di riferimento è, più precisamente, l’uomo (o la donna) sessualmente “indefinibile” o “mutevole”, un modello ibrido, secondo lo schema prospettato dal transgenderismo, di cui il perfetto esempio è il transessuale che, non a caso, come è stato altrove brillantemente sottolineato6, non è altro che la caricatura, la parodia dell’archetipo umano dell’androgino primordiale di cui si parlava poc’anzi. Quest’ultimo come si diceva era la trasposizione corporea dell’Essere, manifestazione del divino unitaria e perfetta, in senso anagogico-spirituale; il secondo è invece il rovescio di questo, vale a dire l’unificazione fisica in senso catagogico-materialistico, cioè verso il basso, dei due poli separati. L’unificazione avviene in tal caso artificialmente, in modo irregolare, all’interno della nostra dimensione corporea, per opera delle forze demoniche lasciate libere di agire sull’uomo con sempre maggiore intensità e significato man mano che esso si chiude alle dimensioni di ordine superiore, di modo che la stessa figura del transessuale, con l’accentuarsi di questo processo, da semplice entità residuale presente in natura, assuma sempre più un ruolo attivo nella società, fino a diventare, nel mondo moderno, una sorta di archetipo. La stessa omosessualità e bisessualità, forme che si approssimano alla figura del transessuale, sono caratterizzate dal medesimo processo.

In realtà, come si diceva poc’anzi, la complementarietà fisica del corpo femminile e di quello maschile è un dato oggettivo e non discutibile, mentre le unioni “forzate” tra corpi dello stesso sesso non possono che avvenire secondo modalità evidentemente non conformi e gravemente degeneri, che possono anche coinvolgere parti del corpo che non sono preposte per natura a svolgere una funzione sessuale. Ovviamente, laddove certe pratiche vengano attuate anche tra uomo e donna, si scade in una deviazione ugualmente grave, che altera irreparabilmente la loro sessualità regolare.

Dunque “Ciò che nell’età aurea era l’unità androgina è divenuta oggi uniformità sessuale, nel senso di indistinzione e mescolanza, dei caratteri più brutali e volgari del maschile e del femminile7. Basti vedere come, attualmente, personaggi quali Platinette o Vladimir Luxuria imperversino ovunque e siano considerati quasi come modelli da seguire o comunque personalità “interessanti”, il cui punto di vista avrebbe un valore speciale proprio per la loro natura “particolare”: è il rovesciamento della spiritualità primordiale, che si manifesta appunto in queste forme che ne rappresentano una parodia compiuta, uno scimmiottamento. D’altronde, l’antitradizione non può che presentarsi in queste forme, non avendo una sua identità in positivo, ma manifestandosi solo in termini di negazione, di rovesciamento della Regola in forma caricaturale.

Particolarmente grave è anche quanto ad esempio sta avvenendo da tempo in Germania, dove lo Stato stesso, attraverso il Gruppo di Lavoro Interministeriale per il cd. “Gender Mainstreaming”, organismo che dipende dal Ministero per la Famiglia, si sta adoperando non solo per facilitare una orribile sessualizzazione precoce dei bambini, ma anche affinché la distinzione sessuale tra uomo e donna, e l’eterosessualità stessa come norma, siano rimosse, in modo tale che i modi di vita omosessuale, bisessuale e transessuale siano considerati equivalenti alla sessualità di uomo e donna8.

La commistione, il caos, la mescolanza babelica che si manifesta nella sfera sessuale è dunque proprio questo. Ed il processo è irreversibile, finché non si sarà giunti alle estreme conseguenze e non si sarà arrivati in prossimità del completo rovesciamento dell’era in cui viviamo attualmente. L’onda laicista, livellatrice e relativistica continuerà sempre più a spingere sull’acceleratore della promiscuità e dell’uguaglianza forzata fra le diverse forme di sessualità: si pensi ai ricorrenti tentativi di “sdoganare” i matrimoni omosessuali, di consentire alle coppie gay di adottare bambini o addirittura di procreare loro stessi, “naturalmente” (la “scienza profana” moderna, infatti, tra le altre cose, sta anche tentando di produrre spermatozoi dalle cellule staminali del midollo osseo femminile ed ovuli dalle cellule staminali maschili). Dopo i provvedimenti normativi approvati in materia già in alcuni paesi (alcuni stati americani, Spagna, Olanda), anche in Italia com’è noto la discussione si accende periodicamente sulla possibilità di approvare i cosiddetti PACS o i DICO, fattispecie volte a tipizzare e quindi a giuridicizzare le unioni di fatto extramatrimoniali, di natura eterosessuale o omosessuale che siano. Un tentativo di equiparare sul piano giuridico il matrimonio regolare ad altre forme di convivenza, sempre secondo lo stesso principio del livellamento orizzontale relativistico, e con l’ulteriore variante di prescindere dal sesso dei conviventi, oltre al fatto di ricomprendere anche unioni con finalità puramente amicali o parentali.

Ciò perché, ovviamente, nell’ottica moderna, l’istituto del matrimonio viene considerato solo una delle tante possibilità rimesse alla “libera scelta” dell’individuo (la più ingombrante, peraltro), dato che non si riesce più, concettualmente, ad attribuirgli la funzione di vincolo sacro che esso aveva nelle civiltà tradizionali, dove era invece inteso come funzionale alla costituzione di un microcosmo, di una comunione etico-spirituale quale è la famiglia, cellula portante della comunità, ed al quale l’ordinamento faceva discendere effetti giuridici peculiari, che peraltro ancora persistono, seppure solo in chiave di residui non più collegati alla sacralità delle origini. Si pensi alla comunione legale dei beni tra i coniugi, regime patrimoniale di base della famiglia fondata sul matrimonio, che giuridicamente si presenta come una forma di comunione sui generis, che trascende il concetto romanistico delle quote astratte, per avvicinarsi invece alle forme di proprietà collettivistica di tipo germanistico.

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