Da Platinette e Luxuria al caso Povia - relativismo sessuale e moderne parodie dell’androgino primordiale
Dunque anche il matrimonio, come tanti altri istituti ultraindividuali sopravvissuti fino ad oggi, ma ormai totalmente svuotati di contenuto, persiste solo come un contenitore vuoto, un involucro: e ciò è un’arma quanto mai pericolosa per le ideologie materialistiche, che lo hanno sempre bollato come “sovrastruttura” borghese, artificiale, e che non riescono a comprendere come l’attuale declino non sia il frutto di una tara ontologica del matrimonio o di altri istituti ultraindividuali in quanto tali, ma sia l’esito dell’operare proprio di quelle forze materialistiche che tali ideologie considerano alle fondamenta del mondo reale, e che invece sono la causa attiva del disfacimento moderno.
Quanto all’eventuale riconoscimento di alcuni diritti individuali ben delimitati a persone che dimostrino di avere intrecciato rapporti di convivenza di fatto di tipo affettivo, parentale, amicale, ecc., onde garantire, laddove se ne ravvisi la necessità, una tutela sociale minima, ciò potrebbe avvenire, ad esempio in materia sanitaria o previdenziale, attraverso specifici interventi del legislatore nelle singole materie interessate (come peraltro già in parte accade), con la fissazione da parte del medesimo di determinati e stringenti presupposti di operatività. Il tutto senza arrivare ad un’equipollenza di effetti col vincolo matrimoniale (laddove astrattamente concepibile, come in caso di unioni di fatto eterosessuali a carattere affettivo), che pur se svuotato di significato deve continuare a mantenere la sua supremazia almeno formale, e senza dover per questo tipizzare la fattispecie dell’ “unione di fatto” in quanto tale, assumendola quale istituto parificato al matrimonio stesso.
Per quanto riguarda le forme di sessualità non conformi (eccettuando quelle che per loro natura scadono in forme insostenibili e degenerate talmente gravi da essere perseguibili sia sul piano legale che su quello sacrale, quali la pedofilia o l’incesto), in una civiltà che fosse perfettamente permeata dall’idea spirituale e quindi da principi immutabili di ordine superiore, esse dovrebbero rimanere circoscritte nella sfera privata delle persone, senza invasioni di campo nella sfera pubblica, statuale o extrastatuale che sia. Ciò non dovrebbe condurre ovviamente a sconsiderate discriminazioni o peggio ancora persecuzioni nei confronti di queste categorie di soggetti, ma solo a quelle necessarie diversificazioni strettamente legate all’impossibilità di effettuare equiparazioni o parificazioni con l’eterosessualità, come per l’appunto in materia di matrimonio, famiglia, adozioni e quant’altro.
La sessualità uomo-donna ed il matrimonio tra essi rappresentano dunque la Norma, la Regola, un Principio, un assoluto metastorico e, in quanto tali, non sono opinabili, per quanto la “non opinabilità” sia qualcosa di incomprensibile per l’uomo moderno, la cui mente opera secondo gli schemi concettuali e razionali dell’Illuminismo. Schemi che lo portano a non comprendere più il concetto stesso di “assoluto”, di un qualcosa cioè che trascende la limitata dimensione dell’individuo e che pertanto non può essere oggetto di discussioni, confutazioni, sofismi e quant’altro.
Paolo G.
1 L’Adam Kadmon, secondo la sapienza mistica ebraica, in quanto ultima creatura creata, è la più perfetta e completa del Creato e, come tale, racchiude ontologicamente tutti gli elementi spirituali e materiali di quelle precedenti; per la propria completezza è la creatura più fedele alla totalità della sapienza divina. L’Uomo si presenta dunque come l’essenza della totalità, espressione del Mondo Superiore e del Mondo Inferiore, ed è così possibile conoscere ogni aspetto della realtà prestando attenzione anche unicamente alla creatura Uomo. Esso è quindi l’archetipo della totalità creativa precedente al completamento della Creazione e proprio per questo si parla di Adam Kadmon, espressione ebraica che significa uomo primordiale: affine ed attinente a questo principio è quello delle Sephirot. In particolare, l’Adam Kadmon è considerata la prima tra le partzufim (personificazioni o ipostasi del divino) a manifestarsi nel vuoto del chalal (risultato della contrazione - tzimtzum - dell’”infinita luce di Dio” - Or Ein Sof). Da notare che dopo aver formato il corpo dell’uomo (“con la polvere del terreno”), Dio “soffiò nelle sue narici un alito di vita”, vale a dire lo spirito; dal contatto tra lo spirito ed il corpo viene generata l’anima, che ne è dunque il frutto (“l’uomo divenne un’anima vivente”) (Genesi, 2,7). Nell’Adamo primordiale queste tre componenti erano fuse indissolubilmente tra loro.
2 La creazione della donna, Eva, per “derivazione” dal fianco di Adamo, secondo il simbolismo della costola sottratta dall’uomo e “lavorata” da Dio per “formare” l’elemento femminile, viene interpretato da San Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae (Prima Pars, Quaestio 92, Articulus 3) come segno di un’unione nella quale la donna non può avere autorità sull’uomo, non essendo stata “creata” dalla sua testa, ma al tempo stesso in cui essa non può esserne servilmente soggetta, in quanto non “creata” dai suoi piedi. La Tradizione, com’è noto, associa l’uomo all’elemento solare, alla dimensione uranica, e la donna, da esso “derivata”, all’elemento ctonio, terrestre, bramante di ritrovare il proprio completamento nell’altro da sé, nel principio maschile da cui proviene.
San Tommaso ha anche introdotto un’interpretazione cristologica dell’episodio biblico: Adamo addormentato, dal quale Dio estrae la costola per creare Eva, sarebbe da ricollegare simbolicamente a Gesù morto in croce, dal cui costato, trafitto dalla lancia di Cassio Longino, escono sangue ed acqua, che simboleggiano a loro volta i due sacramenti dell’Eucaristia e del Battesimo, sui quali fu istituita la Chiesa.
E’ interessante poi notare che il nome ebraico della donna è isshah (o ishshah), femminile di ish, uomo. L’intendere la donna come “maschi-a” indica una relazione essenziale: sia per origine che per finalità, la donna costituisce dunque un’unità assoluta con l’uomo. In tal senso è utile fare anche un accenno all’etimologia del celebre tetragramma YHWH, che compone il nome di Dio nella Bibbia, studiata anche per ricostruire l’esatta pronuncia del medesimo. Tale etimologia viene ricollegata al celebre passo biblico dell’Esodo (3,14), in cui Dio parla a Mosè autodefinendosi come “io sono ciò che sono”, o “io sono colui che sono”, o ancora “io sono colui che è l’essere”: il tetragramma deriverebbe dunque dalla radice del verbo essere. Gli esegeti più antichi considerano “Ehyeh” e “Ehyeh asher Ehyeh” come il nome di Dio, ed accettano l’etimologia da hayah, “essere”, la cui forma più arcaica è hawah (di cui yhwh potrebbe essere il causativo imperfetto, significando dunque “colui che fa divenire”), che è il verbo da cui deriva il nome “Eva”, “la vivente”, “colei che suscita la vita”, “colei che genera tutto ciò che è vivo”, “che ha in sé la vita”. Le tre lettere HWH pertanto potrebbero rappresentare, tra le altre cose, anche la presenza del principio femminile nell’Unità divina. Tra l’altro, secondo un’altra teoria minoritaria, al tempo di Mosè in Egitto la parola “luna” era tradotta come Jah; dunque Jah-wah poteva, tra gli altri significati, anche indicare la “luna-crescente”. Ed è significativo che il simbolo lunare fosse tradizionalmente associato (Platone, Simposio) proprio all’androgino primordiale. Considerando solo il maschile ed il femminile, il femminile viene comunque frequentemente ricollegato, oltre che alla terra, anche alla luna: il ciclo mestruale riconduce direttamente la donna alla luna, e così anche il latte delle mammelle ed il colore più chiaro della pelle, che assume un candore lunare nelle fasi della gravidanza e della prima maternità.
3 La Qabbalah ebraica descrive molti dei particolari secondo cui, prima ancora che il Signore soffiasse lo spirito nelle narici dell’uomo (Genesi, 1, 7), l’anima (o meglio lo spirito) di Adamo era unito a quello di Eva, e si ritiene che tale unione si ripeta per le quelle anime per le quali il Signore ha già prestabilito l’incontro nel corso della vita, dopo la nascita terrena. E’ dunque possibile pensare che la separazione tra le due entità collegate avvenga con la discesa nei corpi di uomo e donna, per poi aversi una riunificazione delle medesime dopo la morte, ed una loro riproposizione in termini unitari in una nuova dimensione corporea (frutto della resurrezione della carne, della “nuova creazione”). Ciò laddove in terra l’unione fisica e la comunione di vita tra l’uomo e la donna si siano effettivamente realizzate e si siano manifestate secondo quanto previsto ed in particolare secondo forme compiute e regolari che abbiano comportato un vero e proprio pre-completamento reciproco.
4 Lo studioso di mistica ed esoterismo Elémire Zolla considerava “l’umana nostalgia dell’interezza”, mai placata, come la radice ed in qualche modo la “costrizione” all’Amore («alla brama e all’inseguimento dell’interezza, ebbene, tocca il nome di amore»).
E’ da notare come in questa sede si faccia riferimento ad una concezione dell’Amore plasmante la sessualità “di primo livello”, per così dire, strettamente relazionato al rapporto tra un uomo ed una donna, in un’ottica di reciproco esclusivismo e di reciproca corrispondenza, per riavvicinarsi all’unità primordiale (“…la culminazione suprema della relazione fra due esseri di sesso diverso, la relazione in sede assoluta, cioè in sede di verità e di super-umanità. Qui l’uomo assurge al valore di appoggio per una bhakti liberatrice e l’amore si fa una via e una porta”: cfr. J.Evola, Rivolta contro il mondo moderno, Roma, 2007, p. 204). Questo tipo di Amore plasmante e trascendente potrebbe poi sfociare, secondo l’insegnamento tradizionale, anche in forme “di secondo livello”, più impersonali, in cui, per realizzare una bhakti completa, cioè un’azione totalmente a carattere rituale, sganciata dalla materia, autosufficiente, atto puro ed assoluto, l’uomo e la donna potrebbero trascendere ulteriormente questa ottica, per dare ulteriore compiuta realizzazione al proprio dharma e dunque alla propria natura. La donna in particolare, il cui dharma naturale si concretizza in quel carattere dinamico che la spinge a trovare il suo completamento in altro da sé, nel principio maschile, immobile, completo ed autosufficiente in sé stesso, potrebbe staccarsi dal vincolo della reciprocità nei confronti dell’uomo per il quale vive e si dona, onde offrirsi ad esso completamente e senza pretendere alcun contraccambio o vincolo di esclusività: il suo riferimento “maschile” può essere un uomo specifico, in carne ed ossa (si veda l’esperienza della clausura dell’harem islamico nella sua valenza tradizionale originaria, e non nella sua accezione moderna, ormai in buona parte svincolata da questi significati originari), o l’idea stessa di Dio (si pensi alla clausura monacale in ambito cristiano). A ciò corrisponderebbe un’altrettanto pura azione dell’uomo, che lascerebbe che la sua “stabilità” si trasmetta alla donna cui si unisce, trasfigurandola, ricevendo dalla medesima la forza strumentale generatrice ed il dinamismo che consente di ottenere una sintesi perfetta, permanendo in una sorta di distacco e di autosufficienza proprie della sua natura.
E’ anche interessante ricordare il significato simbolico della “donna divina” o “trascendente” in molti miti e saghe tradizionali e nell’ambito dei cicli della cavalleria medievale europea, quale personificazione della forza occulta del mondo, del potere di una spiritualità trasfigurante, della vita eterna (come guardiana di sacri frutti di immortalità), della scienza non umana (“Sapienza Santa”), o come incorporazione stessa del principio di sovranità, e così via.
Ovviamente tutte queste considerazioni presuppongono una concezione in termini di “uomo assoluto” e di “donna assoluta”, considerati cioè nella loro dimensione più compiuta e regolare, pienamente rispondente al loro dharma naturale, e non certo secondo i canoni moderni, in cui l’uomo o si presenta svilito ed effeminato, o, per reazione contraria, presenta aspetti di falsa virilità solo fallica, muscolare, animale e non spirituale, mentre la donna appare o falsamente “emancipata” e mascolinizzata nelle varie derive “femministiche” moderne, o volgarizzata, o degradata ad oggetto di piacere. Entrambi sono infine alienati e schiavizzati da una sessualità ormai quasi totalmente materializzata.
Per un’analisi approfondita al riguardo, e più in generale sulla valenza sacra e trascendente della sessualità, anche nell’antichità, si rinvia alla nota opera di Julius Evola, Metafisica del Sesso, nonché a Rivolta contro il mondo moderno, Roma, 2007, pp. 54-55, 126-28, 201-214.
5 “Il deus ex machina o intervento divino ci ha permesso quindi di saziare pienamente la nostra sete – altrimenti insaziabile – d’immortalità mediante l’atto della procreazione, in cui il due ridiviene nuovamente uno; ottenendo il cosiddetto due in uno, che altri non è se non il frutto della progenie.
Come poi approfondirà nel suo discorso maieutico Socrate/Diotima: assicurandoci degna progenie è come se noi evitassimo l’invecchiamento e continuassimo a perdurare del tutto rinnovati in essa, sostituendo al vecchio che è in noi il giovane che è fuori di noi…” (da “Le origini dell’androgino”, di M. Apolloni, tratto da http://noiperborei.blogspot.com/2008/03/le-origini-dellandrogino.html).
6 Cfr. l’articolo di Gaspare Dono tratto da http://www.azionetradizionale.com/2008/11/28/confusione-sessuale-e-segno-dei-tempi/.
8 Cfr. http://www.azionetradizionale.com/?s=nuovo+diritto+sessuale+germanico, con un articolo di Maurizio Blondet.
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