Un vero e proprio sacrificio quello dei contadini tibetani, che si rifiutano di coltivare i campi per danneggiare l’economia cinese. La nuova protesta non violenta anti Cina va a colpire quelli che unilateralmente sono stati definiti i progressi economici che hanno fatto uscire il Tibet dall’oscurantismo feudale del Dalai Lama. L’amore per la propria terra aveva portato il popolo tibetano a coltivarla e a percepire i suoi frutti, ora che qualcun altro ne beneficia non ha più senso. Tutto ciò mette in imbarazzo la propaganda cinese, che invia i militari a coltivare i campi abbandonati, una volta fruttiferi e rigogliosi.

Resistenza passiva Il boicottaggio agricolo crea imbarazzo a Pechino, che invia i militari per sostituire i contadini in sciopero

I tibetani non seminano più i campi: la nuova forma di protesta anti Cina

Sotto scorta Da giorni i militari cinesi pattugliano le campagne per controllare che il lavoro non venga interrotto

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE PECHINO - Mezzo secolo fa erano scene ottime per la propaganda: sorridenti soldati dell’Esercito popolare di liberazione che aiutavano nei campi altrettanto sorridenti contadini tibetani, immagini che in Cina mostre e giornali ufficiali hanno riesumato per celebrare mezzo secolo di democrazia nella regione. Adesso si replica: la Cctv - la tv di Stato - ha mostrato soldati che oggi accompagnano al lavoro agricoltori tibetani. Non è solo ostentazione dell’ «armonia» che regna a Lhasa e dintorni. Secondo fonti tibetane raccolte a Pechino, la presenza dei militari accanto ai contadini sarebbe necessaria per contenere o scongiurare la minaccia di boicottaggi in funzione anticinese. Nelle zone tibetane del Sichuan avrebbe attecchito la proposta di non andare a lavorare i campi come protesta non violenta nei confronti del governo centrale di Pechino. L’adesione all’ iniziativa allarma le autorità, che pure hanno pesantemente militarizzato sia il Tibet propriamente detto sia le aree limitrofe del Qinghai, del Guansu e, appunto, del Sichuan: il negoziatore capo del Dalai Lama, Kelsang Gyaltsen, ha parlato di «legge marziale non dichiarata». Non solo. Gli incidenti più seri registrati recentemente sono avvenuti fuori dalla provincia autonoma del Tibet. Pur se i divieti nei confronti dei giornalisti sono rimasti in piedi, Pechino ha annunciato la riapertura del Tibet ai turisti. Anche per questo motivo, il boicottaggio agricolo - se effettivamente diffuso - è fonte di imbarazzo per la leadership cinese. La quale ha profuso uno sforzo enorme per sottolineare i progressi economici e sociali del Tibet dall’ «oscurantismo feudale» del Dalai Lama, spiegando per esempio che il pil del 2007 è stato di 4 miliardi, 200 volte quello di mezzo secolo fa. Sforzo particolarmente vigoroso, visto che in marzo ricorrevano gli anniversari dell’ insurrezione del 1959, conclusa con la fuga in India del Dalai Lama, e i moti del 14 marzo 2008, per i quali sono state appena inflitte due condanne a morte. E per opporre simbolo a simbolo, Pechino ha istituito da quest’ anno, il 28 marzo, la festa della «liberazione dei servi» per celebrare la fine della schiavitù in Tibet, in uso fino al 1959. I primi accenni alla possibilità di non andare nei campi erano circolati in febbraio, intorno al capodanno tibetano. La diaspora e molti nella regione si astennero dai festeggiamenti, optando per la commemorazione delle vittime della repressione cinese. Il governo in esilio a Dharamsala ha diffuso un suo bilancio dopo i disordini del 2008: almeno 220 tibetani uccisi, 5600 arresti e un migliaio di scomparsi. Ma di fronte al rifiuto di andare nei campi, una forma di protesta i cui effetti peserebbero in modo drammatico sui tibetani, lo stesso governo in esilio ha lanciato un appello: non fatelo, «rinunciate a questo sacrificio». M.D.C.

Del Corona Marco

(12 aprile 2009) - Corriere della Sera

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