Sono finito al tappeto [Racconto dedicato a Michele Bonaglia]
di Emilio Del Bel Belluz
E’ capitato. Forse doveva capitare: Sono stato sconfitto io che di solito non avevo trovato avversari capaci di battermi. Ho conosciuto il tappeto un’esperienza che avrei preferito far provare sempre agli altri. Sono stato sconfitto da un pugile che ritenevo mediocre. Mio padre mi aveva sempre raccomandato di non credere alle cose facili. Il sogno dura solo un attimo. Siamo tutti legati a un’ illusione che prima o poi ci farà cadere. Io sono stato battuto per KO alla quinta ripresa. Il sangue mi colava dalla ferita all’arcata sopracciliare destra. Ero stanco e malconcio, per quello che mi era successo. Un grande pugile disse che non c’è solitudine più grande in un uomo caduto a terra dopo un pugno. Un altro mi raccontò che lo scrittore Stevenson aveva descritto in un suo libro questo momento. Udivo la gente che mi fischiava, la stessa gente che fino a pochi minuti prima mi applaudiva. Le donne per il mio fisico stravedevano. Ma ora che ero stato sconfitto… Era come se avessi scritto la mia vita in una lavagna e avessi cancellato tutto. Eppure avevo fatto tante cose belle e avevo fiducia in me stesso. Osservavo i miei avversari quando cadevano a terra sotto i miei pugni, e mi chinavo su di loro per aiutarli. Ora nessuno aveva pietà di me che ero al tappeto. Io ero il più forte: cento chili di muscoli e di forza, ma ora ero là disteso e non riuscivo ad alzarmi. Sono a terra colpito come un albero da un fulmine o come sotto un colpo di scure del boscaiolo. L’arbitro mi conta e vedo le sue mani davanti al mio viso come se lui fosse il maestro che mi insegna a contare. Vedo le sue dita uscire dalla mano, e vedo pure all’anulare il suo anello. Penso che fino a pochi istanti prima ero un uomo vero, e ora soltanto un uomo sconfitto, un disperato. L’arbitro continua la conta ed ora vedo la nebbia : non sono ancora in grado di alzarmi. Il mio avversario si avvicina e mia aiuta, questo suo gesto di cameratismo mi ferisce. Ancora penso a quelli che ho mandato al tappeto, mettendoli nella stessa mia condizione e provo pietà per loro. L’avversario mi tiene in piedi. Ho solo la forza di ringraziarlo, anche se mi costa. Il suo gesto mi ha ridato forza. La folla continua a fischiarmi. Quella gente che io amavo e che voleva che io battessi questo colosso di due metri che mi ha steso con un colpo che non ho visto. Sono stato sconfitto. E’ la prima sconfitta della mia carriera.Un segno rosso è stato tracciato sul mio quaderno. Mi sento come uno studente che è stato punito con una bocciatura che non ha meritato. Tutto mi appare lontano, tutti mi hanno lasciato solo. Sono solo e questa solitudine mi pesa. Ho avuto l’abbraccio del mio avversario al quale ho consegnato il titolo europeo dei pesi massimi. Ho sentito quel colpo soltanto quando lo avevo addosso. Mi hanno trascinato di peso sulla sedia, mi è stata data dell’acqua e mi hanno posato una borsa di ghiaccio sulla testa che mi fa riprendere. In quegli istanti penso al campione italiano Enrico Bertola che morì davanti agli occhi della sua fidanzata sotto i micidiali pugni di Lee Oma. Quanta tristezza mi dà sempre questo ricordo. Credo che la vita di Oma è stata toccata dalla morte di Bertola . Penso che potrei essere al suo posto, ma io non ho una donna che mi ami e per la quale meriti di morire. Enrico Bertola ritornò in Italia su una bara di mogano scuro. Penso a quanto sarebbe stata diversa la sua vita se avesse vinto quell’incontro. Con il denaro della borsa avrebbe potuto tornare in Italia come era sua desiderio con la donna che aveva conosciuto e amato. Bertola era un bello del pugilato ,aveva un fisico granitico, era stimato anche da Carnera. Lo ricordavo sempre prima di fare un incontro di boxe. Lui era il mio maestro. Conservavo in una cartellina i suoi articoli che qualche buon giornalista aveva scritto sulla sua brillante carriera americana. La sua vicenda umana avrebbe potuto diventare un film, ma nessun regista ha avuto molta simpatia per un pugile come Bertola. Chissà se sulla sua tomba ci sono fiori freschi e se qualcuno lo ricordi ancora. Io sono ancora sul ring, anzi in piedi al centro del ring e al mio avversario viene alzato il braccio in segno di vittoria. L’atleta che mi ha sconfitto riceve l’applauso del pubblico: è stato più bravo di me e ha vinto alla grande. Tante volte io ho salutato il pubblico che mi applaudiva, ora tocca la mio avversario. Io sono il vinto e ho il cuore colmo di tristezza. Ma penso che vinto è colui chi si piega su se stesso e si arrende. Io non sarò mai un vinto e non mi piegherò di fronte a questa sconfitta. Anche se adesso ho il volto tumefatto dai pugni che ho ricevuto, ho un unico desiderio quello di tornare a casa mia e ho voglia di starmene questa volta volutamente steso, senza esserne spedito. Non amo il sapore del sangue che mi cola in bocca. Anche da piccolo non mi piaceva se mi colava il sangue dal naso. Sul ring ho cercato di abituarmi al sangue del mio avversario, ma non ci sono riuscito. La vita del ring è dura, dura perché i cazzotti fanno male, tremendamente male. Ma nessuno mi ha obbligato a farmi ammazzare sul ring, ho scelto io questa condanna. Mentre scendo dal ring la gente mi osserva. Mi fermo davanti a uno spettatore che mi dice che la prossima volta andrà meglio, gradisco ma non mi basta. Non mi sono bastate le botte che ho preso, domani sarà diverso. Nel mio camerino non ho nessuno che mi parli, il mio allenatore deve accompagnare un altro pugile sul ring . Sono solo. In una parete c’e una nicchia e vedo una statua della Madonna. A Lei sorrido e mi affido. Mi madre adottiva mi diceva che nella vita bisogna sempre sperare. Quando giungo a casa sento che la mia sconfitta è davvero pesante, ma non altrettanto pesante come la solitudine che mi circonda. La casa è quella dei mie genitori, ma quando entro sono solo, non è accesa la luce del viandante che torna. Mi butto sul letto, e quasi mi addormento. Odo in lontananza il fischio del treno, una di quelle certezze che mi accompagnano. Il treno delle ventitre è sempre il più puntuale: arriva alla stazione con i soliti passeggeri, lavoratori che rientrano stanchi. Tanto tempo fa sono salito e ho fatto amicizia con molte persone. Ricordo un vecchio che volle dirmi che anche lui era un pugile, che aveva combattuto e non aveva sfondato, ma grazie al pugilato aveva girato il mondo. Era stato pure in America a combattere, come me era un peso massimo. Combatteva in qualsiasi posto dove lo chiamassero, era disposto a qualsiasi sacrificio. Aveva il pallino degli alberghi, un pugile con la valigia di quelli che combatttono e perdono o sono costretti a perdere. La vittoria gli arrise solo una volta. La sera che lo incontrai con quelle poche persone dello scompartimento, mezze assonnate si mise a raccontare di un incontro nel quel riuscì a sovvertire il pronostico. Aveva davanti a sè un vero e proprio idolo locale un gigante di due metri che aveva vinto 12 combattimenti per KO. Gli avevano affibbiato il nome del grande Max Schmeling , l’ulano nero il paracadutista di Hitler . Ma davanti al tifo più acceso, al vagabondo del ring riuscì il colpo più bello della sua vita. Diede un montante destro che centrò il malcapitato pugile e lo spedì al tappeto. Un colpo fortunato, ma di una potenza che neppure lui pensava di possedere. Il pubblico si sentì ferito e fischiò il suo idolo sconfitto, che con la forza della disperazione tentò di riprendere il combattimento ma non ci fu niente da fare. Un colpo fortunato, un colpo che gli fece guadagnare dei bei soldi . Lo sconfitto, pur di pur di poter organizzare l’incontro per la rivincita al più presto, era disposto a rinunciare alla borsa. Così due mesi dopo, la palestra dove sarebbe avvenuto l’incontro della rivincita, era piena all’inverosimile. Come nello scorso incontro il tifo era tutto per l’avversario. Ma una cosa stupì il pugile con la valigia: in quei giorni i giornali si erano occupati di lui con dei grandi articoli molto belliche si era preoccupato di raccoglierli. Un giornale sportivo gli aveva dedicato una bella foto: quella del trionfo. La sera della rivincita il pugile con la valigia andò al tappeto alla prima ripresa. Il montante destro che ricevette era talmente grande che gli aveva fatto un terribile male. Il pubblico era in delirio. I tifosi questa volta erano felici e si agitavano dalla gioia. Tornato in Italia, sconfitto il pugile con la valigia aggiornò il suo archivio con gli articoli della sconfitta. Il treno era passato in un attimo, e in un attimo era passato il ricordo del pugile che avevo conosciuto. Steso sul letto con la borsa del ghiaccio sulla testa si addormentò. Anch’io come l’ulano avrei dovuto chiedere la rivincita per cancellare la sconfitta che tanto mi bruciava. Anch’io ero disposto a combattere gratis. Disteso sul letto pensavo che avrei dovuto cercare il pugile con la valigia incontrato sul treno. Lo avrei voluto fare subito, ma era tardi.
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